martedì 15 settembre 2009

maschere su faccette


Ho cinque giorni esatti per scoprire cosa sono le faccette - e non intendo quegli afidi di parentesi e due punti che infestano gli sms, intendo un innovativo sistema di classificazione – e altri cinque giorni per scriverne una relazione come se fossi sempre vissuta tra le faccette – e non intendo le buffe espressioni di mio figlio quando fa il ruffiano.
Tutto questo per fini che chiarirò più avanti, così da poter negare di averne mai parlato in caso di fallimento.

lunedì 14 settembre 2009

Uomo-uomo-postcoitum


Oggi ho avuto a che fare con una tipologia di collega indispensabile in ogni ufficio: c’era al lavoro che ho lasciato, e sono contenta di ritrovarlo qui. E’ il Post Coitum.
Il Post Coitum è di solito uomo, e si manifesta per lo più telefonicamente. Però egli non chiama mai, è sempre chiamato.
Quando tira su la cornetta, è come possedere un videotelefono: non si può fare a meno di immaginarlo tra le lenzuola, una sigaretta in bocca e l’amante (donna, uomo, cavallo che sia) a fianco, spossati per l’attività, benché i compagni di stanza giurino di non averlo mai visto allontanarsi dalla scrivania.
- mmmmmhhm
- pronto, buongiorno, sono X. Cercavo Y.
- ssono…io…(boccata di fumo negli occhi)
- avevo bisogno di sapere cosa le ha detto la ditta in ordine al preventivo..
- …
- signor Y?
- mmmh. Maaaaa- aaa. Ah. sì.
- dicevo, del preventivo.
- …mmhmh. Vediamo…sa..non ho le carte sottomano (e meno male). Sospiro. Le faccio…sapere (rumore di sforzo intellettuale). Arriveder..(la comunicazione si interrompe).
- si diverta, sig. Y. O ne coltivi l'illusione.

Terrore sui campi da tennis


Ho sempre preso in giro le mamme che diffidano di chiunque nel lasciare i loro nanetti per qualche meritato svago; anzi, quasi temevo che la stanchezza, e il bisogno, dopo mesi, di avere un momento per me, mi avrebbero fatto perdere ogni senso critico, facendomi abbandonare il Castoro anche alle cure di una banda armata, purchè mi promettessero di sospendere momentaneamente le azioni più spericolate.
Io e Marito (così chiamava il marito una nostra vicina, e ci ha sempre divertito) abbiamo deciso di chiamare una babysitter per andare insieme a giocare a tennis, fingendo di essere morosi spensierati. Abbiamo scelto spavaldamente, senza nemmeno un colloquio da Mrs. Doubtfire, la cognata di una di cui sapevamo che era stata affidabile con l’amica dell’amica - l’affidabilità è notoriamente una qualità transitiva tra affini fino al terzo grado – e le abbiamo dato appuntamento così, senza preliminari, senza reciproci complimenti.
Ebbene: entrambi abbiamo passato silenziosamente una settimana d’inferno, confessandocelo solo dopo, pur di ostentare sicumera l’uno con l’altra.
Immaginavo furgoncini appostati due vie più in là, pronti a accogliere mio figlio appena noi avessimo svoltato l’angolo, per introdurlo in un traffico di bambini, organi, capelli per parrucche. Ipotizzavo due ore di sottoposizione a tali traumi che a undici anni il Castoro si sarebbe già strafatto di polvere d’angelo, o sarebbe stato assoldato da qualche gruppo pop-melodico a Milano Marittima.
Insomma, tutto, immaginavo, meno che ritrovarlo seduto sul pavimento, la bocca piena di biscotti e l’aria ridanciana, a agitare nell’aria il suo camion – nellavecchiafattoria.
Ci sono momenti, nella vita, di sollievo impagabile, pur con i muscoli annodati dall’attività fisica dopo lunghi mesi di immobilità, salvo il solleva-bebè.
Ciò non toglie che ora io stia iniziando la settimana riflettendo sulla furbizia della babysitter, che ha rimandato al secondo appuntamento le sue losche trame per entrare con comodo nel cuore di questa ingenua famiglia.

giovedì 10 settembre 2009

Amore di ONU


Vorrei spezzare una lancia a favore dei traduttori automatici in internet. Pochi ne rimangono soddisfatti, ma nessuno li ha realmente capiti. Essi non si limitano ad una spoglia attività di traduzione: per quello sarebbe sufficiente un umano qualsiasi. Essi fanno poesia. Essi ascoltano il canto delle parole e lo fanno proprio, con risultati emotivamente forti.
Sconsiglio infatti ai cuori deboli la lettura della traduzione automatica di brani della immortale ONE degli U2.

Did I disappoint you?
Or leave a bad taste in your mouth?
You act like you never had love
And you want me to go without

Deluso di ho del Ti?
L’amaro di rimasto del è del Ti della o in bocca?
Il comporti del Ti viene amata di stata di mai di fossi del Se non
Faccia del Ne di io del che di vuoi di e un meno

Have you come here for forgiveness
Have you come tor raise the dead
Havew you come here to play jesus
To the lepers in your head

Venuta di sei un perdono del chiedere?
Venuta sei un riportare in morto del è del che del ciò di vita?
Il qui di venuta di sei per il comportarti viene Gesù?
Testa di tua di nella del che pensi di avere di lebbrosi del verso i?

You say
One love
One life
When its one need
In the night
Its one love
We get to share it
It leaves you baby
If you dont care for it

Dici del Tu
Amore di ONU
Vita di una
Bisogno solo del è ONU di quando
Notte di nella
Amore del è ONU
Condividere di dobbiamo del che
Lascia del Ti del che
Del Se di tu preoccupi del Ne del te non

mercoledì 9 settembre 2009

Scusate il ritardo


Oggi ho avuto notizia certa che in un grande ospedale del Nord Est si usano correntemente sanguisughe per terapie di salasso, (le ultime sono state acquistate a18,9 € l’una: ma le pescano immergendosi nel Rio delle Amazzoni muniti solo di mutande di lamiera?)
Visto il clima da rievocazione storica, mi chiedo perché si ostinino ad usare anestetizzanti per amputare gli arti, invece di una sana bottiglia di whiskey come ai bei tempi.

Allo spaccio


Ieri ho accompagnato mio padre, nonno G, a comprare una macchina nuova.
Mio padre è impermeabile alle derive del capitalismo, refrattario alle sue lusinghe. Possiede due paia di jeans, una da fuori e una da casa; quando quelli da casa diventano da raccolta differenziata, quelli da fuori diventano da casa e ne vengono acquistati degli altri da fuori. E’ un modo come un altro per non perdersi nel proprio guardaroba. Quando faceva il militare, apprezzava molto la divisa, non certo per ciò che essa rappresenta, bensì esclusivamente perché elimina la necessità di sprecare tempo per decidersi cosa mettersi. Tra l’altro, tra due paia di jeans che già possiedono un loro criterio, essendo denominati “da casa” e “da fuori”. Insomma, non è un tipo che saprebbe cosa fare di una cabina-armadio. A questo si aggiunge che nonno G. in realtà non vorrebbe cambiare auto, è estremamente affezionato alla sua vecchietta, ma una serie di concause lo porta a doversene separare.
Il venditore di auto, però, non era preparato.
O meglio, il primo venditore non ha dovuto nemmeno conoscerlo. Avevamo un appuntamento in una di quelle concessionarie tutte linde, come appartamenti da catalogo, che al posto di poltroncine e tavolini tengono sui tappeti auto e camioncini. L’appuntamento era alle due e mezza. Alle tre meno un quarto, quando il rappresentante ancora non tornava dal pranzo, nonno G ha deciso che aveva aspettato abbastanza, che se un venditore vuole vendere è in anticipo, che deve arrivare, e che perdere tempo in questo modo era enormemente più cretino che mangiare un gelato.
Sono quindi riuscita a trascinarlo in una concessionaria più amichevole, nonché meno cara, e il venditore ha dovuto prendere atto che esiste ancora qualcuno che cerca di ottenere il modello base-base, senza alzacristalli elettrico, senza telecomando, senza fasce laterali paracolpi, senza servosterzo. E scegliendo tra due colori, bianco-bianco e giallo-ottimista (non mi dilungo tra i vari viola-monello e rosso-demente che propone la casa madre, roba da brividi). Abbiamo scoperto che per ottenere una macchina di questo tipo il tempo necessario è infinitamente superiore a quello che serve per farsi consegnare una macchina superaccessoriata. Immagino che tengano in magazzino alcune auto da spogliare del superfluo. Speriamo non si facciano prendere dall’entusiasmo e levino anche il cambio.

martedì 8 settembre 2009

non tutte le scelte



Voglio indurre alla riflessione su questa giornata consigliando a me stessa, visto il numero di lettori del blog, di rivedere il film Tutti a casa di Luigi Comencini, il cui finale, sempre commovente, mi rende orgogliosa della scelta di coloro che hanno ridato dignità a questo Paese, e mi fa tenere bene a mente che non tutte le scelte che si possono compiere nella vita hanno lo stesso valore.

E ne approfitto per pubblicare un discorso che ho ascoltato con commozione nel giorno della Giornata della memoria, voluta con la cosiddetta legge Colombo – De Luca, approvata dal Parlamento il 20 luglio del 2000, discorso che rimane anonimo ma la cui pubblicazione qui è autorizzata dall'autore.

Secondo uno storico ebreo, David Bidussa, in un libro pubblicato in questi giorni, la giornata, progettata come commemorazione pubblica, potrebbe essere destinata a consumarsi nel tempo, come tutte le commemorazioni, come quella del 4 novembre, e forse anche quella del 25 aprile, una volta che i testimoni non ci siano più. E identifica questo rischio col rapporto squilibrato che esiste tra memoria e storia.
Cioè si celebra come fatto etico la memoria del massacro, senza ricostruirne la storia.
E la prova ne è che, se sul giorno della memoria esiste una unanimità evidente, in tutti i restanti giorni dell’anno impera nei media il revisionismo storico più sfacciato, che per esempio tende a fare dell’Italia delle leggi razziali un paese senza responsabilità, che tende a spostare il momento discriminante all’8 settembre 1943, alla “morte della patria”, quando inizia la deportazione. Un evento, quello della deportazione, che sarebbe avvenuto senza responsabilità italiana, perché viene attribuito al tedesco occupatore, quindi un evento estraneo allo “spirito italiano”, al mito del bravo italiano.
Non era questa la volontà dei presentatori della legge. Nella seduta del 27 marzo 2000, Furio Colombo così si espresse, riferendosi alle leggi razziali: Esse furono “un delitto culturale, vale a dire un delitto che la cultura ha compiuto contro se stessa: la cultura di scienziati o sedicenti tali, la cultura di accademici o di persone che comunque rappresentavano l’Italia ed avevano microfoni aperti, avevano scolaresche e studenti… Ricordo l’ispettore della razza che arrivava nelle classi per misurare i volti, crani e profili dei bambini. L’ispettore della razza è esistito e ha riguardato un evento della vita italiana: è un fatto che è accaduto nel nostro paese… In quest’aula, in questa stessa aula in cui stiamo parlando, anche dal banco in cui sto parlando io in questo momento, qualcuno si è levato in piedi, gridando, inneggiando alle leggi razziali e alla loro difesa. E 351 su 351 hanno detto “sì” con furore, passione e con un grande applauso…”.

È facile ricordare la Shoah, male assoluto, come fatto metafisico, astratto, attribuendolo sostanzialmente agli “altri”.
Non c’è memoria vera senza storia; la memoria, in questo caso, è vuota celebrazione se non si vuole indagare come, per quanto ci riguarda, la società italiana reagì alle leggi razziali, perché sulle vetrine dei negozi apparvero impunemente scritte antisemite, perché gli speculatori, senza vergogna, fecero incetta dei beni espropriati agli ebrei, perché con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, quando il partito fascista fu dichiarato fuori legge e le sue sedi chiuse, la monarchia e Badoglio si guardarono bene dal dichiarare decadute quelle leggi vergognose.
E’ questo mettere in discussione il nostro passato culturale e politico che la memoria pubblica non vuole fare ( e si potrebbero aggiungere i crimini perpetrati negli anni Trenta durante la riconquista della Libia e l’occupazione dell’Etiopia, con le stragi connesse e l’uso di iprite e fosgene, e si potrebbe aggiungere la deportazione di sloveni e croati nei tanti Lager in Italia). Non lo si vuole fare perché porterebbe a evidenti conclusioni: altro che “8 settembre morte della patria”! L’8 settembre 1943 è la patria che rinasce, attraverso il sacrificio dei caduti della resistenza, dei deportati, degli internati militari che dissero “no” agli inviati della repubblica sociale, dei volontari del Corpo italiano di liberazione che risalirono la penisola insieme agli alleati, di quanti protessero, rivestirono, nutrirono, nascosero: fossero ebrei, soldati sfuggiti al disarmo, ex prigionieri alleati in fuga.
Era il segno, quell’8 settembre, che la coscienza individuale stava rinascendo, che era venuto il momento di scegliere non secondo la convenienza, ma in nome dell’umanità, contro il fascismo che aveva umiliato e disprezzato la persona, contro il nazismo che con scellerata prepotenza aveva ridotto gli esseri umani a numero, a nulla, nella nebbia e nella notte della disumanità. Non sono cose di poco conto, queste! Questo relegare la Shoah come fatto estremo, da considerare con orrore ma che sostanzialmente non ci riguarda, ha delle analogie con i frequenti attacchi alla Resistenza a cui si rifiuta il merito di aver generato l’Italia repubblicana, mentre contemporaneamente si considera con bonomia il fascismo (“che mandava gli oppositori in vacanza”, per intenderci).
La tecnica dell’attuale revisionismo passa attraverso la sacralizzazione di fatti storici che si scelgono come esemplari (Shoah, foibe, gulag, la persecuzione dei “vinti”), contenuti in un passato storico incerto, generalmente grigio, nel quale tutto si uniforma.
Così si liquida la storia.
Ma un passato incerto, senza scelte che abbiano un valore di principi da difendere e su cui costruire, significa un futuro incerto, significa incapacità di identificare valori forti che guidino la politica e che coinvolgano nuove generazioni. Ne va quindi del nostro futuro.