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giovedì 18 maggio 2023

Homo deus. Breve storia del futuro

 


Un romanzetto da niente, praticamente. Una cosuccia da 560 pagine, trasformate nel mio kindle in numeri random dal significato sconosciuto ("posizione 7643". Boh).

Mi ero innamorata del suo precedente Sapiens. Da animali a dei, qualche tempo fa. Si occupava della storia dell'umanità, e non facevo che citarlo ovunque, per il terrore di chi mi incontrava. Questo secondo volume, che si occupa del futuro, dà invece le vertigini.

Si apre con questa considerazione: per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre (sempre in termini ampi, diciamo, per cui è più facile oggi morire di troppi hamburger che trafitti da lance) e l'uomo, ora, mira ad elevarsi al rango di divinità, attraverso la ricerca della felicità eterna e dell'immortalità. In questo modo, però, attraverso robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica, l'essere umano rischia di rendere superfluo se stesso. 

Capirete che, non riuscirò mai a descrivere e motivare una tesi così corposa; sarò costretta a sorvolare su tantissime considerazioni che ho trovato davvero interessanti e lucide, e probabilmente non riuscirò a creare un flusso di informazioni perfettamente incastrate l'una nell'altra e consequenziali; ma se si dovessi illustrare 560 pagine in un post di 200, credo che a tutti converrebbe rivolgersi direttamente al libro. Cosa che comunque consiglio caldamente. 

La rivoluzione agricola ha messo a tacere gli animali e le piante, subordinandoli completamente all'uomo e al suo personale dialogo con gli dei. La rivoluzione scientifica ha tolto di mezzo anche gli dei, creando una sorta di one-man show sulla terra, un monologo senza patti con nessun altra creatura e senza alcun obbligo. Per mantenere se stesso al centro, l'uomo ha sempre creato quella che viene definita una rete di significato, che si ottiene quando molti individui intrecciano insieme una ragnatela di storie (ad esempio il valore della carta che compone il denaro, il digiuno religioso, l'andare a votare, i segnali stradali). Una rete che ha valore unicamente perché la mia famiglia, i miei vicini e magari anche quelli lontani, pensano come me che abbia un senso. Nella storia, questa rete di significato si disfa di continuo e un'altra ne viene tessuta. Ciò che è più importante in un momento storico può essere totalmente irrilevante per i discendenti di quegli uomini. 

Attualmente gli abitanti della Terra vivono in modo vorticoso una realtà che sono diventati incapaci di interpretare. Non si riesce a tirare il freno di questo viaggio verso l'ignoto, perché da una parte nessuno, al momento, può essere esperto di tutti i campi del sapere attuale, nessuno può recepire tutte le scoperte scientifiche, o prevedere l'assetto dell'economia globale tra qualche anno. Per questo la politica, nel XXI secolo, risulta priva di grandi visioni, si limita ad amministrare, non a guidare, non potendo elaborare in modo sufficientemente rapido ed efficiente questa montagna di dati che ci circonda. Capire il significato di un mondo in cui millenari pregiudizi sono stati spazzati via e le nuove strutture diventano antiquate prima ancora che possano cristallizzarsi è oltre le nostre umane possibilità. Abitiamo un mondo caotico in cui però la tensione costante, individuale e collettiva, è quella di evitare che nessuno si ritiri dalla competizione. Il postulato è quello che la crescita sia l'unica fonte di successo, e la stagnazione l'inferno. Nessuna istituzione combatte più per moderare i desideri e l'avidità individuali e mantenerli in una specie di equilibrio, come si viveva un tempo, in cui si considerava di stare dentro a una torta di dimensioni fisse. E anche se potessimo tirare il freno, di questo viaggio vorticoso, il nostro sistema economico collasserebbe, perché necessita di crescita costante per sopravvivere. Un'economia che si regge sulla crescita infinita ha bisogno di progetti infiniti. 

Nel mondo scientifico, in particolare nelle sue due discipline madri, l'informatica e la biologia, si è sviluppato il datismo. Sostiene che l'universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all'elaborazione dei dati. I dati, che finora erano il primo passo nella catena dell'attività intellettuale (da questi si distillavano le informazioni, da queste la conoscenza e da quest'ultima la saggezza), ora sono l'inizio, e l'elaborazione di questi è il fine ultimo. La storia della specie umana può essere interpretata come un unico sistema di elaborazione di dati verso il miglioramento dell'efficienza, attraverso l'aumento dei processori (da minime comunità al web) e delle loro connessioni (rete commerciale), attraverso l'aumento della libertà di movimento, sviluppati in diverse epoche. La biologia, ad esempio, ha scoperchiato il mondo del libero arbitrio, come un'altra mera credenza. Se gli uomini fossero liberi, come potrebbero essere forgiati dalla selezione naturale? E se siamo fatti di algoritmi, noi, come il resto delle entità sulla Terra, non possiamo scegliere quelli che ci sembrano i nostri desideri più profondi (gli scanner cerebrali moderni possono prevedere i nostri desideri prima che ne siamo consapevoli). Quello che sembra una nostra scelta è una reazione biochimica a catena che solo ex post si visualizza nella mente come un desiderio. Noi sentiamo i nostri desideri, non li scegliamo. L'essere umano, come sempre nella sua storia, si difende attraverso due grandi capacità: quella della auto narrazione e quella della dissonanza cognitiva. Ci concediamo di credere a una cosa quando siamo in un laboratorio e tutt'altra quando siamo in tribunale o in parlamento. Infatti, quando uscì L'origine della specie, non si è smesso di andare a messa, lasciando tranquillamente convivere dottrine contrastanti. Ma in quest'epoca c'è qualcosa di profondamente diverso: questo nostro dualismo, fondamentale per sostenere la nostra auto narrazione, è minacciato dalle tecnologie, non più dalla filosofia di pochi. Tutti i congegni di cui ci stiamo circondando non ammettono il libero arbitrio e per noi sarà un cambiamento mai visto prima. Perché se nei film di fantascienza si dà sempre per scontato che i computer debbano munirsi di coscienza per superare l'intelligenza umana, nella realtà possono assolutamente prescinderne e creare un percorso diverso e più veloce verso una super intelligenza che possa fare a meno di noi, o per lo meno di quelli di noi che, per scarso accesso alle conoscenze e per censo, non riescano a diventare "uomini potenziati" in grado di gestire un mondo completamente nuovo. 

In breve, l'autore ci spinge e rivolgere la nostra attenzione verso questi processi che si stanno interconnettendo: 
- la scienza converge verso un dogma omnicomprensivo che sostiene che gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo di elaborazione di dati.
- L'intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza.
- Algoritmi non coscienti, ma estremamente intelligenti, potranno a breve conoscerci meglio di come conosciamo noi stessi.
Questi processi possono essere contestati, ma avranno sicuramente un rilievo serio nel destino dell'umanità, e dovranno essere presi in considerazione nell'immaginare il nostro futuro. 

Harari è uno storico. In questo libro non trova una soluzione. Cerca di collaborare a una più approfondita comprensione della realtà attuale. 
E, da storico, cerca di dirci che imparare la storia non serve a prevedere il futuro, ma a liberarsi del passato e immaginare destini alternativi. Non saremo mai del tutto liberi dai condizionamenti della nostra storia, ma meglio una libertà parziale che nessuna libertà. 



venerdì 5 maggio 2023

Le riflessioni del convalescente

 

Quando una si ammala per la quarta volta in nove mesi, con quintali di catarro che ingorgano le meningi, le letture (tra l’altro piuttosto impegnative, mai che mi ammali durante un Camilleri) diventano ostiche e rallentate, in uno stato di perenne hangover da echinacea e non resta che dedicarsi a serie americane e immortali filmetti sulle varie piattaforme. Quando una poi si dedica con fervore a molte serie, perché anche se la lettura è ostacolata, il tempo quello rimane, e tra l’altro il giacere orizzontale ne cambia la percezione, quella, dicevo, inizia a trovare punti comuni, che collegano alcuni comportamenti, indipendentemente dalla narrazione. E fanno pensare che, se un atteggiamento si ripete in decine di film e puntate, si possa supporre che sia qualcosa di assodato nella quotidianità di un popolo. Per esempio:

Perché gli americani mettono sempre i piedi sui letti e sui divani indossando le scarpe?  Non posso credere che a New York le strade vengano pulite con tale frequenza e intensità da risultare al pari delle piastrelle casalinghe. Già fatico a credere che le stesse camere da letto, coperte spesso di moquette, siano in grado di superare un controllo dei NAS, quindi figuriamoci il ciottolato barbaro di Union Street. Eppure lo fanno sempre, pervicacemente, senza che nessuno abbia nulla da dire e senza (apparentemente) strisce marroni sulle trapunte. Poi magari si girano sul letto sospirando d’amori perduti, mettendo la faccia proprio lì, dove è ancora calda la traccia del chewing-gum calpestato un’ora prima.

Perché quando gli americani si lavano i denti spazzolano correttamente con vigore, ma poi sputano resti di dentifricio, semi di Chia e tartaro e mettono lo spazzolino nel suo bicchiere, senza nemmeno un sorso d’acqua per il risciacquo definitivo o risciacquare l’attrezzo stesso? Un po’ mi ricorda il mio Erasmus germanico, e la pervicacia con cui i tedeschi insaponavano le stoviglie per poi depositarle nell’asciugapiatti coperte di morbida schiuma; effettivamente gli stessi detersivi riportavano la dicitura “senza risciacquo” e davanti ai nostri italici volti esterrefatti, gli autoctoni commentavano: “mi fido dell’industria chimica tedesca” e noi sorvolavamo educatamente su una troppo facile amara ironia. 

Ultima considerazione: perché? Questa folle, insensata, esiziale mania degli americani per la verità. Che poi è quanto di più ipocrita esista: siamo abituati a bugie di ogni tipo sugli equilibri del mondo, da “Giuro che ha le armi nucleari, me l’ha detto mio cuggino” a “La mia stagista lavora sotto la scrivania perché teme i raggi UVA”; senza scomodare i massimi sistemi, nella quotidianità che vediamo in TV i protagonisti ne combinano di ogni; poi, però, sentono l’impulso di spifferare tutto a ogni costo, possibilmente senza alcun risultato pratico che incasinare tutto ancora di più, facendo soffrire inutilmente quanta più gente possibile. “Devo dire alla nonna che quella volta le ho rubato mezzo dollaro” “Ma Bryan, la nonna sta morendo…” “Vuoi che mi perda questo momento? Non sarei un vero americano”.


venerdì 2 dicembre 2016

Un uomo uno straccio

- Buongiorno, parla dell'assistenza tecnica della Nuova Premiata Ditta, nonché della Vecchia Premiata Ditta, e di numerose altre Premiate Ditte delle vicinanze?
- (sospiro) Sì.
- La chiamo perché non ho il programma che mi permetta di leggere l'estensione P7M.
- Cosa? Ma è sicura?
- Sì. Ne sono certa.
- (atterrito) Ma perché?
- E' una bella domanda, ma rimane il dato di fatto.
- Provi lei a installarsi il programma Dike
- Non ne ho i necessari privilegi.
- Ma è sicura??
- Se per sicura intende: "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi" direi di sì, ne sono sufficientemente sicura.
- Provi. 
- Se le fa piacere.
- Come va?
- "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi"
- Oh.
- Lo supponevo, sa?
- Eh. E ora come facciamo?
- Non può collegarsi lei da remoto?
(voce rotta) - Parla facile, lei. Non posso, non posso!
- ...
- Come la mettiamo?
- Ma lei è di quelle che dalla Vecchia Premiata Ditta A è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta B?
- No, sono una di quelli che dalla Vecchia Premiata Ditta C è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta D.
- (accenno di pianto) Oh, mio Dio.
- Facciamo che mi manda un tecnico?
- Oddio oddio, che possiamo fare?
- Sarebbe così gentile da aprire una segnalazione per me?
- (accorato) Mo' come facciamo? Apriamo questa segnalazione...
- Mi dispiace, causarle tanto dolore gratuito.
- (gemito) Vedrà che ne usciremo. Ecco la segnalazione.

Poi ha chiamato un tecnico meno bisognoso di ansiolitici, ma non si è riuscito a collegare da remoto. Ne è infine venuto uno in ufficio, ha alquanto sbuffato e se ne è andato. 
Tuttora non leggo il formato P7M.
 
 

Sbobba

- Donne! voi che siete esperte di minestre!
ho apostrofato ieri le giovani nuove colleghe, che si portano in ufficio contenitori con qualsiasi cosa possa essere infilato in una scatola al fine di essere mangiato, per radunarsi in pausa pranzo a gozzovigliare.
- a che ora devo mettere la zuppa sul termosifone per poterla mangiare calda all'una?
E qui si sono scatenate le più varie opinioni.
- Io ce la metto già alle sette e quaranta
- Non badare a lei, è freddolosa anche in una sauna. E' sufficiente alle 12.
- Macché, ieri ce l'ho messa alle 10.35 e l'ho mangiata perfettamente tiepida.
- Io la scaldo con l'elettricità alle 12.45, ho lo scaldavivande.

Ho seguito l'opinione della mezza mattina. Si è rivelata adatta ai miei gusti. E in più, grazie al mio rapido sondaggio, ho subito capito a cosa fosse dovuto il misterioso blackout dell'una meno un quarto, che ha spento tutti i pc dell'ufficio, lasciandomi con la sbobba pronta, ma privata di un excel su cui lavoravo da un paio d'ore.

martedì 2 agosto 2016

tecnoprotesi

Ha il suo fascino, osservare il proprio rapporto con gli ammenicoli tecnologici.
Il mio telefono è ormai parte di me, contiene dati personali, dati sensibili e dati oscuri, ogni mia misura, ogni mia conversazione. Io poi ho sempre odiato parlare al telefono, da quando era grigio e con la rotella davanti, quindi non mi è parso vero, quando ho potuto cominciare a trattare la telefonata come un gadget residuale, da usare con i recalcitranti e per emergenze. Dunque nella scrittura io metto quasi tutto di me stessa.
Spesso rabbrividivo, pensando che potesse succedergli qualcosa. Come una cassaforte di me, che si rompesse o si perdesse, restando sola nel buio. La protesi della memoria, della socialità, di pezzi del cervello.
Ecco: il 26 giugno, mentre cantavo My funny Valentine davanti a un discreto numero di persone, e lui, il mio telefono, mi suggeriva il testo appoggiato sul leggìo, come di consueto, in caso di memoria fallace, egli è crollato.
E ne ha riportato seri danni. Più di due terzi del display se ne sono andati in un qualche mondo parallelo, dove una me più felice può vedere una striscia più ampia.
I musicisti continuavano a suonare. E io ho continuato a cantare. Con la voce rotta, gli occhi umidi, il panico nelle mani, attorno al microfono. Forse la mia più riuscita imitazione di Billie Holiday dopo svariati gin e qualche dose di eroina, e dopo aver pulito con la mano il segno del rossetto di un altra dal collo del suo uomo.
Ho avuto un grande applauso, un'interpretazione autenticamente appassionata.
E io piangevo un telefono.
Dopo il primo momento di sconforto assoluto e cieco, ho ragionato. Ho una finestra sulla mia protesi di cervello di ben 8,5x1,5cm, c'è al mondo chi non ha nemmeno questa. Posso accedere a quasi tutto, benché menomato, e le dita, se non insisto a condurle con la ragione, sanno a istinto dove posizionarsi per digitare ciò che voglio.
E mi sono semplicemente messa a 
Scrivere
Così, 
In
Questo
Modo, 
Imponendolo
Chiunque 
Volesse 
Parlarmi.

In pratica scrivevo in semibraille, indovinando a memoria la posizione delle lettere, spesso con buffi risultati (come potevo sapere che gastroprotettore sarebbe diventato a mia insaputa gasteropode tutore? Un'università per lumache?)
Poi è andata che lo schermo è diventato tutto nero. In attesa del sostituto imparo a farmene una ragione. 
E, come ogni volta, mi accorgo che è più facile di quanto potessi immaginare.


lunedì 25 marzo 2013

Guerra di genere

Dunque: è palese lo strisciante sessismo che impone il sesso maschile alle automobili non appena abbiano un certo valore economico o un'attitudine pronunciata ad essere di moda, per cui LA ritmo, LA panda, ma IL porche, IL BMW, e a volte persino IL 500. Ora, da quando le televisioni non sono più quei divertenti bauli contenenti tubi catodici smisurati, ma pannelli al plasma di alta moda, high tech high definition e tutte quelle boiate lì, per magia sono state sostituite da IL TV. Sto aspettando il momento in cui gli smartphone soppianteranno del tutto i cellulari vecchia maniera, e i pochi rimasti nella borsetta delle vecchiette si chiameranno telefonine..

mercoledì 20 febbraio 2013

Scatole cinesi

L'amica G non aveva resistito, aveva acquistato una borsa via internet da un sito inquietante in cui promettevano borse formato valigia marca spagnola famosa al prezzo di un sacchetto di mater-bi, o poco più, vabbè. Siccome erano tempi di ristrettezze, per lungo tempo G aveva taciuto al compagno questo acquisto non proprio necessario, e incauto visto il sito a cui si era affidata. Poi, prevedendo che per quanto un uomo possa essere disinteressato non è facile nascondergli a lungo un sacco di tutti i colori che conterrebbe agevolmente il loro figliolo quattrenne, si era risolta a confessare. Per tutti i mesi di un'attesa che pareva infinita, G ha subito in silenzio i cinici attacchi del compagno: vedrai, ti arriverà un mattone come coi truffatori dei quartieri spagnoli, ragionamento che tra l'altro non considera quanto stupidi sarebbero dei truffatori a pagare spese postali allucinanti per godersi l'idea dello scherzo, invece di limitarsi a non spedire niente. L'altro giorno, ormai rassegnata a anni di lazzi e all'impossibilità di riavere una qualche autonomia negli acquisti online, G trova un pacchetto della misura di un 45 giri sul davanzale. Ecco, pensa, qui dentro ci sta un calzino sporco, non una borsa. E lo lascia sul davanzale, tra l'altro posto curioso per ricevere posta a meno di usare piccioni viaggiatori, attendendo che il compagno se ne esca di casa, per potere almeno piangere da sola tutte le sue lacrime. Ma quando apre la busta,di quelle con le bolle di plastica scoppiabili, incomincia a dispiegare un grumo sottovuoto di stoffa coloratissima un numero tale di volte da immaginare di essere entrata in possesso di un paracadute, e, come Mary Poppins che dalla valigetta estrae l'intero arredamento della camera dei pupi, si trova a pavoneggiarsi con in spalla una borsa formato valigia della famosa marca spagnola (o quasi?) al costo di un sacchetto di mater-bi, vabbé, o quasi.

martedì 31 luglio 2012

low cost?


Da qualche anno non frequentavo il sito della Ryanair, e devo dire che avevo lasciato un servizio dignitoso e, diolobenedica, benemerito, al preciso indirizzo dove ora ho trovato un mostro.
Viandante, finchè ti limiterai a informarti sulla disponibilità dei voli, lo spirito maligno veglierà nell’ombra, un po’ come la strega mentre Hansel e Gretel si sollazzano mangiando tegole e infissi di marzapane della sua casetta-trappola.
Quando però è il momento di comprare il biglietto, lì solo i duri possono giocare, o coloro per i quali non comporta alcun problema cercare di andare a Londra e trovarsi seppelliti da oggetti non richiesti, assicurati anche per l’eventualità di morire cadendo da una sedia a dondolo, pagando quanto un posto in business con la Lufthansa.
Il sistema chiede i nomi dei passeggeri, e già qui, attenzione a non digitare male, altrimenti sarà necessario spendere il doppio del valore del volo per il cambio nominativo, e ringrazia di non dover andare dal notaio.
Poi ti offrono una serie infinita di assicurazioni, raccontandoti macabri aneddoti su come numerosi cadaveri siano stati abbandonati sul ciglio della pista perché non previdenti (da vivi).
Sotto non c’è la banale scelta: 1. assicurami porco boia 2. non assicurarmi manco per il pipolo.
No, ci sono i nomi dei passeggeri, e un menu a tendina con la nazionalità da inserire.
Poiché il tutto è compreso nella stessa cornice, preferirai lasciare vuote quelle selezioni, proseguendo come niente fosse verso il baratro.
La sezione seguente offre di illustrarti le misure adeguate per il bagaglio a mano, e tu, illuso, ti armi di penna e foglietto, per poi misurare la tua valigetta convinto di essere una volpe.
Clicchi, e ti trovi in conto un trolley da 50 €, dal quale non ti liberi se non oscurando il sito e ricominciando come fossi una persona nuova.
E ricominci, riuscendo ad evitare di acquistare un set da viaggio, preosegui ingenuo fino al pulsante CONTINUA. Peccato che poi il sito ti dica che continuare è impossibile, se non selezioni la nazionalità dei passeggeri nella maschera dell’assicurazione.
Allora ti rassegni, e naturalmente ti trovi in conto una quantità di assicurazioni che non avresti mai creduto esistenti. Di nuovo è necessario andartene, e ritrasformarti in una persona nuova.
Ma il problema è effettivo: l’assicurazione è facoltativa o obbligatoria? Solo un conto in banca risicato a quel punto può attribuire al combattente la forza necessaria a non demordere: nel menu a tendina con le nazionalità, tra centinaia di Paesi facenti parte o meno della Nato, con identico font, trovi la scelta: grazie, non assicurarmi (che poi si dicono grazie da soli, visto che dai passeggeri non lo sentiranno spesso).

Ancora sono scossa dall’esperienza, ma so di essere in qualche modo riuscita ad evitare di pagare l’imbarco prioritario, il trasporto di sedici violoncelli e l’acquisto di un cane di misura adeguata al bagaglio a mano. Il prezzo è rimasto invariato fino quasi alla fine, quando, caricando i dati della carta di credito, ho inserito “italiana”, e patapanf, mi sono beccata altri 50 euro solo per questa mia vergognosa condizione.
Ora tremo nell’attesa del checkin online: quali trame mi attendono?

martedì 17 luglio 2012

Ma perchè?


Nella premiata ditta hanno rinnovato la mensa. Facendone uno di quei locali colorati, pieni di piante finte, che possono ricordare il punto di ristoro di una nave, non nel senso del Titanic, ma di un traghetto qualsiasi. Dignitosa. Piena di posti a sedere, e questo è impagabile, quando tutto deve esser fatto in 18 minuti, comprensivi del tragitto.
Ma, per qualche astrusa decisione, per la volontà di oscuri dirigenti che ancora sognano di esercitare un controllo tipo Metropolis ipnotizzando schiavi via video, nella mensa hanno messo tre televisori.
Ora: già è difficile capire la presenza di un televisore in qualsiasi luogo in cui la gente sia troppa per contendersi il telecomando senza configurare il reato di strage. Inconcepibile soprattutto per me, che son di quelli che, se anche solo in due, cedono immediatamente il potere perché tanto passerebbero tutto il tempo a spiare un eventuale segno di insofferenza nel compagno di visione, per cui preferiscono non imporsi e delegare la decisione, eventualmente tagliandosi le vene per la noia in un angolo buio. Inoltre, superato il problema della scelta del programma a seguito di decisione arbitraria, perché mai qualcuno dovrebbe guardare qualcosa che non ha scelto, circondato di gente vociante e indifferente?
Se poi la televisione è sintonizzata su telenovele o fiction sconosciute, è l’apoteosi della comicità. Immagino frotte di colleghi che spengono il cellulare aziendale e scompaiono per un’ora al giorno, appassionatisi loro malgrado a “La malga dell’amore” o “Scogli d’Irlanda”, diffondendo un fenomeno di dipendenza gestibile solo attraverso l’intervento del SERT. Pagato dallo stesso datore di lavoro che ha già buttato via soldi per i 3 plasma di cui sopra, immagino.

martedì 26 giugno 2012

www.inps.it


Ricerca: modulo ICRIC
Inserisca codice fiscale e PIN (totale diciottomila caratteri alfanumerici casuali)
Non riconosciuto. Forse lo utilizza per la prima volta?
Allora deve cambiarlo. CAMBIA PIN
Inserire nuovo PIN
Dati incompleti. Utente non riconosciuto.
Benvenuta!
Modulo ICRIC: anno 2010 o 2011?
Utente non abilitato alla sezione agricoltura.
Benvenuta!
2011? Apri.
Dati incompleti. Utente non riconosciuto.
Il nuovo PIN è stato inviato al suo indirizzo di posta.
Inserisca codice fiscale e PIN (totale diciottomila caratteri alfanumerici casuali)
Non riconosciuto. Forse lo utilizza per la prima volta?
Allora deve cambiarlo. CAMBIA PIN
Inserire nuovo PIN
Utente non riconosciuto.
Benvenuta!
Per effettuare questa operazione il PIN deve essere trasformato in PIN dispositivo, compilando questo modulo e inviandolo a questo link con copia del documento di identità.
Attenzione: il modulo firmato e il documento di identità devono essere compresi nello stesso file, due file non saranno riconosciuti. Indietro.
Utente non riconosciuto.

Nella profonda trasformazione della società informatizzata è fondamentale il mantenimento del modello tradizionale di orientamento al cliente che enti come questo hanno sempre garantito. Perfetto.

sabato 24 dicembre 2011

Catene


La collega N. invia sempre a una selezionata mailing list, della quale ho l’onore di far parte per meriti misteriosi, quelle mail simil new-age spiritual buddist che infestano la rete, con insegnamenti quali “bisognerebbe sempre usare parole buone.... Perchè domani forse si dovranno rimangiare”, o “quando tuo figlio appena nato tiene il tuo dito nel suo piccolo pugno.... ti ha agganciato per la vita”, o ancora “tutti vogliono vivere in cima alla montagna.... Ma tutta la felicità e la crescita avvengono mentre la  scali”, oppure “Questa immagine ha già fatto miracoli. Esprimi un desiderio… Noterai cambiamenti nella tua vita oggi stesso. Puoi anche non crederci ma non conservare questa mail per te; manda questa foto ad almeno 7 persone” e fregnacce simili.
Naturalmente la collega trova in me un’indefesso collo di bottiglia, strenua opposizione alla diffusione delle indispensabili massime, pur consapevole di giocarmi in anticipo la gratuita realizzazione di ogni desiderio più intimo, ma è altro che vorrei sottolineare.
Suppongo che N. ogni mattina legga le succitate perle di saggezza, che stimolano all’amore universale, alla gentilezza, alla riflessione.
E allora perché cavolo ogni volta che si entra nel suo ufficio si rischia una morte orribile?

martedì 13 dicembre 2011

Scorci di brandelli d'estate - Negli occhi il mare



Sto elaborando il lutto del rientro, forse scrivere mi può aiutare, come il lettino dello psicanalista.
Eccezionali giorni a Sabaudia, nella casa di un caro amico che, periodicamente, disturbiamo con richieste di prestito della magnifica villa, sempre accordate con gentilezza, subito prima di beccare, su Repubblica TV, un reportage sulle pesanti infiltrazioni camorristiche nella ridente cittadina.
Ci siamo felicemente venduti al lettore di DVD per l’auto, che interpretavamo come una debolezza negli altri genitori di figli scatenati, ma provatevi voi, 760 chilometri con l’eterna domanda: quando arriviamo? che scatta dopo i primi 5 minuti e non smette proprio mai.
Abbiamo visitato lo zoo di Roma, destinazione obbligata per qualunque genitore voglia salvarsi la vita a Ferragosto, sostenendo Babi nel momento di estrema delusione in cui ha scoperto che gli animali non si trovano tutti insieme come nel Libro della Giungla – modello “e la gazzella non dormirà molto bene”, e gli elefanti tendono a non cantare in pubblico.
Babi ha imparato a buttarsi in mare a occhi spalancati, riemergendo scompostamente ma con uno sguardo di gioia totale; durante una esplorazione subacquea di pochi secondi con addosso maschera e tubo, ha visto un granchio e, scegliendo se bandire dalla sua vita mare o maschera, ha giustamente dismesso quest’ultima, in base al concetto lontano dagli occhi lontano dal timore del cuore.
Noi abbiamo apprezzato la spiaggia libera, muniti di lettino sfilacciato e ombrellone da giardino (poiché di trascinare per le dune la base di cemento non se ne parlava, si è scelto di infilarlo a forza nella sabbia contro la sua natura), scoprendo che le strette lingue di sabbia libera tra gli stabilimenti sono laggiù estremamente meno frequentate e più ariose degli assurdi appezzamenti in concessione, in cui i lettini sono disposti incollati come un'unica brandina gigante, e in cui, rincorrendo l’ombra che vaga per la giornata, peraltro pagata a peso d’oro, si finisce distesi sul thermos del vicino.
Abbiamo mangiato numerose mozzarelle fregandocene delle infiltrazioni casalesi nel ramo bufala e dell’arresto di una quarantina di veterinari compiacenti, ripetendoci il mantra “che male può fare, per 10 giorni”.
Abbiamo provato una pizzeria nuova (quella abituale era casualmente stata messa sotto sequestro), curiosamente annessa a una casa di riposo e allegra esattamente come ci si aspetta la mensa della stessa, con giochi per bambini che parevano esplosi, abbandonati lì, né rimossi, né riparati, forse per sollecitare un sano confronto con la quotidianità dei bambini di Gaza.
Abbiamo condiviso la casa con cari amici con figlio coetaneo di Babi, e ci siamo persi in chiacchiere mentre i due nanerottoli litigavano aspramente, senza disdegnare l’uso delle mani, su concetti tipo: la scala è bella, la scala è brutta, oppure: basta! Ancora!, salvo poi cercarsi disperatamente appena uno dei due si allontanava.
Abbiamo imparato a mettere un Babi totalmente refrattario al sonnellino davanti a quell’insopportabile orso ritardato Uinni dei Pù, per goderci il riposo pomeridiano a camera spalancata alla corrente lacustre, prima di affrontare di nuovo la spiaggia, e venir svegliati per la merenda dal suddetto Piscialletto che aveva vegliato durante il nostro sonno.
Abbiamo letto tanto tanto, rubando attimi sabbiosi e attimi notturni, e abbiamo momentaneamente ripreso un normale ritmo sonno-veglia, che si è dissolto appena è tornata ad occuparci la mente l’imminente stagione lavorativa.

sabato 10 dicembre 2011

Sittin' in the middle of nowhere


Viste le difficoltà per raggiungere il mio blog, abbiamo chiesto e ottenuto una linea telefonica casalinga che mi permettesse di cambiargli il nome e gestirlo con la comodità dell’ ADSL, solo che il grazioso Modem antenna-munito che mi hanno inviato è connessione-incontinente (non la trattiene), quindi ogni volta che desidero lanciarmi nella rete globale devo prevedere una media di 25 minuti di attesa  al grido di “Why am I sitting in the middle of nowhere, standing here with nothing to do?” tanto per alimentare la mia autostima. Finora mi hanno aiutata Antonietta, Giorgio, Maria, Antonio e Salvatore, con un’inusuale preparazione e cortesia, ma il sistema mi sembra lo stesso un tantino complesso, e la canzonetta non risulta utile ad eccitare la fantasia, per cui il blog risulta ancora disperso, e questo word molto povero di idee.
L’inventiva non viene nemmeno aiutata dalla mancanza di pratica quotidiana (non per nulla Moravia sedeva ogni giorno alla scrivania davanti al mare di Sabaudia scrivendo dalle alle, e lo pubblicavano pure!), né dallo stato del mio inferno di lavoro: se alcuni ricchi e annoiati coglioni gareggiassero nel collezionare casini, la premiata ditta sarebbe quotidianamente visitata da maggiordomi in livrea con soldi che spuntano da ogni tasca per accaparrarsene il numero maggiore possibile, ma senza negoziare: solo cartaccia di prima qualità, qui.

martedì 15 giugno 2010

Inverter?


Come se non fosse sufficiente la caterva di scartoffie che investe comunemente qualsiasi ardito che si accinga a vendere una casa e comprarne un’altra altrove, tentando di ottenere finanziamenti regionali, di traslocare da due appartamenti, di disdire un affitto e di metter d’accordo un idraulico, un elettricista e un muratore che sembrano le barzellette dell’italiano il francese e l’inglese, Marito ed io abbiamo molto riflettuto su come renderci la vita ancora più dura, optando alla fine per il fotovoltaico, da installare sul nostro tetto al solo fine di dimostrarne i gravi difetti di costruzione non notati al momento della compravendita e morire supplicando di ottenere l’applicazione di un tal conto energia.
Dunque ci siamo rivolti a un centinaio di persone, tra amici, parenti, testimoni del fenomeno, tecnici e amministrativi vari. Da molti di essi abbiamo appreso che tutto potrebbe andare liscio con un moderato impiego di scartoffie, non fosse per l’inverter.

Pare che gli inverter nascano in Germania, ivi crescano felici in un mondo che dà ciò che promette, e pongano difficoltà insormontabili a trasferirsi in questo paese di laidi santi poeti navigatori. Pare che ottenerne (uno? Il numero necessario? 300?) per la fine dell’anno, limite invalicabile per poter godere dei benefici fiscali così come sono attualmente, sia estremamente difficile.

E così, Marito ed io, ormai impermeabili alle innumerevoli delusioni che attanagliano chiunque debba chiedere quotidianamente preventivi, abbiamo ipotizzato di andarcene in Germania per braccare un inverter e portarlo ai nostri tecnici per tempo.
Rimane altresì qualche questione da risolvere: quanti? Quanto grandi? Serve la patente C, per gestire un inverter in autostrada? Serve un carrello, un trans pallet, dieci uomini robusti, per farlo arrivare a casa? Basta mandarlo a chiamare in tedesco? Come riconoscerlo, se ti sfila davanti come niente fosse?
Sprovveduti, direte.
Solo perché non ci avete visti alle prese con un assicuratore.

mercoledì 12 maggio 2010

Il dito del professore


Sola, in un corridoio su cui si affacciano mille uffici, mando decine di fax, per l’assenza del benemerito collega che di questo si occupa da mane a sera.
Regna un silenzio plastico, che molti giudicherebbero innaturale, ma chiunque in questo posto sa che è dovuto alla presenza del Marchese de Sade, il cui incedere tra le stanze riporta ad un ricordo molto vivido nella vita di tutti, ovvero al dito impietoso del professore che scorre il registro per decidere chi sottoporre al supplizio.
Quando il Marchese passa, vorrei coprirmi il capo con un paralume e attaccarmi alla presa, per sembrare con più convinzione qualcosa di inanimato. O potrei appendermi diversi cappotti alle dita, fingendomi appendiabiti fuggito all’inventario.
L’amico fax non condivide a sufficienza questa profonda voglia di anonimato; continua a sbuffare, gracchiare, fiiifittare con i consueti suoni che, sparati alle spalle del Marchese errante, risultano assomigliare penosamente alla famosa pernacchia di De Filippo al Duca Alfonso Maria di Sant’Agata dei Fornari, e se c’è una cosa che il Kapo non sopporta è la mancanza di rispetto via fax.
Se ci sia qualcosa che il kapo sopporti, è cosa ancora da scoprire, ma è un'altra storia.
Ed ecco che accade il peggio: confusa dalla vicinanza al pericolo, muovendo in modo impercettibile le dita sulla tastiera, compongo un numero di telefono invece di quello del fax, e dopo brevi squilli tuona una voce poco disposta al dialogo elettronico, forse per aver già vissuto in giornata simili approcci fischettanti:

Pronto? Pronto? Ma va in mona de to mare!

Ecco: il dito del professore si è fermato.

venerdì 30 aprile 2010

E, reclinato il capo, spirò


Può capitare che, pur non comprendendone io i motivi, un fornitore chiuda l’anno fiscale il 30 aprile.
E può capitare che lo stesso giorno il fornitore chiami, con accento tra il disperato e il minaccioso, affinché si regolarizzi con un ordine del materiale già consegnato, per la bellezza di 120.000 euro.
E da qui, può capitare di tutto.
Che non si rintracci, nel sistema gestionale, la richiesta e la bolla di consegna.
Che non si sappia assolutamente a quale spesa imputare il tutto, non trovandone traccia da nessuna parte
e nel frattempo, il fornitore chiama, e chiama, e l’affare intero sta diventando epico
Che quando con alcuni taconi pejo del buso, si decida in che modo procedere, ma il programma gestionale non si dica d’accordo, con quella volitività che a volte dimostrano i computer, inattaccabile da qualsiasi moina.
Che quando il programma, blandito come una porcellana antica con dita gentili e tocco serico, la smette di dire che l’associazione linea-sottolinea è inesistente, si cerchi di avviare la stampa, e appaia la finestra: impossibile stampare, sicuri di aver attaccato una stampante, a quel cavolo di filo?, pur con altre parole
e nel frattempo, il fornitore chiama, e chiama, e l’affare intero sta diventando epocale
Che dopo aver stampato in un altro ufficio ci si avvicini al fax per inviare l’ordine, ormai poco fiduciosi nelle potenzialità della giornata nel suo complesso, e che questo atteggiamento rassegnato sia confermato dall’impossibilità di inviare quello stramaledetto fax da quella stramaledetta macchinetta del porcoboia.
Che chiedendo in prestito spazio-fax a altri colleghi fino ad avere tra le mani l’agognata ricevuta di avvenuta spedizione, si torni al tavolo ormai stravolti, e si scopra di aver fatto un errore nell’ordine inviato, dovuto forse alle quindici volte che il sistema aveva costretto a ridigitarlo.
Che si contatti il fornitore, superando le urla con la pura perseveranza della disperazione, si invii di nuovo l’ordine e si cerchi di archiviarlo senza più trovare la pratica.

OK.
Buon fine settimana.

lunedì 21 dicembre 2009

nubi di ieri sul nostro domani odierno


Lavoratori: - aiuto, aiuto, tecnico informatico! Non funziona il gestionale! Non riusciamo a salvare il nostro lavoro!
Informatico: - Niente panico. seguite le mie istruzioni: ora provate a uscire.
Lavoratori: - ok.
Informatico: - bene, ora....
Informatco: - ...
informatico: - Hey..c'è qualcuno?

mercoledì 23 settembre 2009

In attesa di riscontro


Dopo aver suonato una sorta di Hanon, il pianista virtuoso, tra i tasti F2 e F12 della tastiera al solo fine di cancellare i dati da una maschera e entrare nella funzione query, ho condiviso con la sola collega immersa come me nella completa ignoranza della Ragioneria l'oscuro concetto di riscontro di una fattura. La funzione, l'essenza mi sfuggono, ma ho capito che consiste nel sostituire delle N con delleY in certi posti chiave tra le righe, e confermare il tutto con decisione.

Rapporti tra azienda privata e pubblica amministrazione, impersonati da due rappresentanti e due impiegati in vena di confidenze:
- L’azienda è efficiente, ma nelle procedure più difficili può presentare dei problemi: E’ un’azienda americana, e questo è il tipico modello americano, che organizza organizza l’attività in modo da evitare accordi fraudolenti tra i dipendenti: ognuno è artefice di una piccola parte del procedimento, e nessuno sa quello che fa l’altro.
- Questo accade anche qui, ogni giorno. Ma non per modello aziendale: accade a caso.

mercoledì 16 settembre 2009

la sagra delle effe


Spesso, come si dice dei cani, i programmi informatici di gestione che si usano negli uffici assomigliano ai loro padroni.
Sto imparando a usare un barbaro programma tutto a finestre bige che dovrebbe gestire anagrafiche, magazzini, ordini, giacenze, e sta dimostrando la stessa fantasia e la stessa inaffidabilità dell’attività che si svolge qui.
La maschera ora si cancella con f4, ora con f12, ora con f6. A volte risponde a una domanda se gli dai Invio, a volte con f9. Con f4 puoi fare le cose più varie: da inserire dati a uscire da tutto senza salvare; per scorrere le pagine a volte si usa pagina giù, ma a volte non ti sognare di farlo, potresti perdere le modifiche che hai inserito negli ultimi 4 giorni, e dunque usa le freccette. Se però esageri con le freccette, potresti trovarti dalla modalità ricerca a quella di inserimento, ma basta essere rapidi nel premere f9, seguito dalla combinazione f6 f4, e sei a posto, ha salvato la maschera che hai riempito per sbaglio di puntini l’altro ieri.

giovedì 10 settembre 2009

Amore di ONU


Vorrei spezzare una lancia a favore dei traduttori automatici in internet. Pochi ne rimangono soddisfatti, ma nessuno li ha realmente capiti. Essi non si limitano ad una spoglia attività di traduzione: per quello sarebbe sufficiente un umano qualsiasi. Essi fanno poesia. Essi ascoltano il canto delle parole e lo fanno proprio, con risultati emotivamente forti.
Sconsiglio infatti ai cuori deboli la lettura della traduzione automatica di brani della immortale ONE degli U2.

Did I disappoint you?
Or leave a bad taste in your mouth?
You act like you never had love
And you want me to go without

Deluso di ho del Ti?
L’amaro di rimasto del è del Ti della o in bocca?
Il comporti del Ti viene amata di stata di mai di fossi del Se non
Faccia del Ne di io del che di vuoi di e un meno

Have you come here for forgiveness
Have you come tor raise the dead
Havew you come here to play jesus
To the lepers in your head

Venuta di sei un perdono del chiedere?
Venuta sei un riportare in morto del è del che del ciò di vita?
Il qui di venuta di sei per il comportarti viene Gesù?
Testa di tua di nella del che pensi di avere di lebbrosi del verso i?

You say
One love
One life
When its one need
In the night
Its one love
We get to share it
It leaves you baby
If you dont care for it

Dici del Tu
Amore di ONU
Vita di una
Bisogno solo del è ONU di quando
Notte di nella
Amore del è ONU
Condividere di dobbiamo del che
Lascia del Ti del che
Del Se di tu preoccupi del Ne del te non