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venerdì 9 giugno 2023

Una storia americana

Mi piacciono tanto, mi incuriosiscono e mi interessano, le cose, le persone, le creature differenti. Differenti dalla cosiddetta norma, ossia da quello a cui siamo abituati, per dimensione, colore, reazioni agli eventi, modo di pensare.
Per esempio, mi affascinava l'enorme sedia costruita dagli artigiani per qualificare il distretto della sedia e del mobile in regione, che appariva improvvisamente al viaggiatore al lato della strada, così fuori misura che pareva giungesse a breve anche Polifemo, col suo pugno di marinai per cena. 

Ora, non voglio paragonare un intero popolo a un enorme manufatto e odio le generalizzazioni, ben conscia che le differenze individuali, o collettive, abbiano vitale importanza, ma ogni volta che leggo qualcosa sul modo di pensare degli statunitensi non posso fare a meno di restare basita, per l'immenso solco di pensiero, principi e ideali che ci separa; impaurita dal fatto che nel mondo attuale abbiano una posizione così preminente pur con caratteristiche collettive che non esito a definire frequentemente infantili; affascinata dall'immensa loro differenza dalla "norma" che contraddistingue il mio essere, in senso geografico, politico, storico. 

Francesco Costa, che ormai è parte integrante delle mie giornate con il suo podcast Morning, rassegna stampa acuta e intelligente che tiene sveglio il pensiero critico, in questo libro parla delle storie di Joe Biden e Kamala Harris, poco dopo l'elezione di entrambi alla guida degli USA. Ne descrive le carriere, le cadute, le difficoltà, insomma, il percorso che ha portato entrambi, per lo meno, a liberare il mondo dal folle Trumpismo. 

L'abolizione della schiavitù in America, ai tempi di Via col vento (che con quell'abile narrazione hollywoodiana, se ti distrai, ti fa ritrovare sudista), non ha avuto altro significato che queste parole: "abolizione della schiavitù". Insomma, lo stesso rilievo puramente formale della carta costituzionale americana, che proclama l'uguaglianza di tutti gli uomini, calpestandola poi costantemente. I bianchi, che fino a quel momento facevano dei neri un proprio feticistico possesso, all'improvviso ebbero il solo scopo di allontanarli dalle proprie vite, dalle proprie case, dai propri lavori, dalle proprie opportunità. E ci riuscirono per decenni, attraverso, in particolare, lo sviluppo urbano, che favoriva sistematicamente la segregazione, suddividendo il territorio del Paese in zone in cui il governo consigliava di investire (invitando le banche a fare credito a privati e imprese) e altre in cui ogni investimento era disincentivato, sempre quelle abitate dagli afroamericani - un'operazione definita redlining
Le conseguenze principali furono che agli afroamericani venne impedito di accumulare ricchezza e di frequentare le scuole per i bianchi (quindi le università, quindi i lavori migliori). Anche le tangenziali, le autostrade, che conducevano i bianchi al lavoro dalle loro villette suburbane, vennero costruite secondo percorsi che contribuissero a isolare le comunità nere - a costo di avere forme illogiche sul piano urbanistico, che comportano tuttora frequentissimi ingorghi anche in superstrade da 14 corsie; il sistema degli autobus veniva a sua volta organizzato in modo da escludere: per tenere i neri lontani da una data zona era sufficiente non prevedere fermate dei mezzi pubblici (utilizzati quasi solo da loro, in quanto poveri) o costruire un ponte così basso che il bus non potesse passarci sotto. 
Negli anni si tentò qualche norma correttiva, tra cui il cosiddetto busing, che cercava di mitigare la segregazione urbanistica istituendo uno scambio scolastico tra neri e bianchi tramite scuolabus che percorrevano quotidianamente decine di chilometri. I mezzi che trasportavano i bambini neri nelle scuole bianche venivano spessissimo danneggiati, presi a sassate, e i ragazzi accolti tra sputi e insulti. Le amministrazioni locali spesso accettavano di accogliere i bambini a norma di legge solo se costrette dai tribunali. I genitori, a loro volta, non potevano opporsi, e dunque scegliere dove mandare a scuola i propri figli. 
Biden, da giovane politico, si opponeva al busing, pensando che l'integrazione urbanistica fosse di gran lunga la strada migliore per eliminare la segregazione razziale e credendo in buona fede che questo tipo di coercizione non avrebbe risolto molto. Per questo attirò critiche feroci, nel tempo, dato che questa sua posizione lo schierava accanto a politici razzisti e reazionari che con le sue convinzioni non avevano nulla a che fare. 

Kamala Harris, intanto, era figlia del busing, a Oakland, dove ogni mattina percorreva chilometri per raggiungere una scuola "bianca" altrimenti negata ai residenti del suo quartiere. 

Nei quarantotto anni che separano la sua prima elezione in Senato da quella a presidente degli Stati Uniti, Biden è stato tra i parlamentari più influenti, ma contemporaneamente meno abbienti, non volendo mai svolgere altre professioni o monetizzare altrimenti la sua fama; ha seguito progetti considerati da chiunque impossibili; ha compiuto errori banali e subito dolori terribili; ha lavorato da persona equilibrata, senza essere mai estremista o demagogo; ha sempre cercato di sedare i conflitti, cercando nel compromesso la via del progresso; ha dovuto naturalmente giustificare decenni di scelte ad ogni occasione elettorale. 
Dall'autobus che ogni giorno la portava fuori dal suo mondo, la Harris, convinta di voler tentare di cambiare il sistema dall'interno, pur accettandone lentezze e contraddizioni, divenne la prima donna e persona nera a essere eletta procuratrice generale in California. 

Le carriere dei due protagonisti del libro si incrociano per i decenni successivi, attraverso grandi vittorie e grandi cadute, fino all'incontro nelle elezioni presidenziali più recenti.
"Il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono. Quindi bisogna guardare al passato, per capire il futuro".

domenica 4 giugno 2023

C'eravamo quasi

Il mercoledì è giorno di raccolta di ingombranti, nel ridente paese in cui vivo. Proprio per la loro meritata fama di ingombranti, la gente è invitata a prenotarne il ritiro e a depositarli davanti alla propria abitazione solo a sera inoltrata, in modo che la ditta possa appropriarsene alle prime luci dell'alba, senza che si creino disagi alla circolazione il giorno successivo. 

Ma quel giorno è accaduto qualcosa di strano, proprio il giorno in cui anche il mio enorme divano, dilaniato da unghie di gatto, giaceva sulla strada. L'amica D, che, pur abitando in altro comune, indulge talora in passeggiate lungo il suddetto paesello fino alla campagna, suonò il mio campanello. "Ma cosa succede? il tuo paese ha deciso di ricostituire gli antichi rapporti di vicinanza, quando gli anziani si sedevano a cercare chiacchiere e frescura fuori dall'uscio, creando un condominio di allegri scambi e comuni lavori di cucito? E anche tu fai parte di questo rivoluzionario movimento?" 

La ditta, per motivi mai chiariti, non era passata, quella mattina, e il paese aveva cambiato fisionomia, come se le case si fossero rivoltate all'esterno, sputando scorci di intimità, pezzi di salotto, centrini, materassi, in un'incontenibile voglia di socialità. 

Fossimo stati in un libro di Rodari, questo sarebbe stato sufficiente agli abitanti per lanciarsi in pastasciutte sociali, partite a briscola su tavolini zoppi e visioni collettive di programmi da televisori fulminati, alla Lascia o raddoppia. E non avremmo più potuto smettere, impedendo alla ditta di portar via e cambiando completamente la fisionomia del paese, per scoprirci a vicenda. 

Invece no. Le macchine hanno pazientemente zigzagato tra i vicoli, i proprietari degli oggetti hanno sospirato sperando in un rapido sgombro per i loro cancelli ostacolati, imbarazzati dalla pubblica visone di quei mobili vecchi e malmessi e un'eco di allegra perplessità è rimasta solo a chi, come la mia amica, ci si era trovato per caso. 

Un'altra occasione persa, perbacco. 

mercoledì 24 maggio 2023

La canzone di Achille

In questi mesi sento come un bisogno di Achei. Qualche tempo fa ho letto l'Odissea,  proprio durante un viaggio a Ischia, imbattendomi nello scoglio che si dice rappresenti la nave dei Feaci, pietrificata da Poseidone, offeso perché avevano aiutato Ulisse a tornare a casa. Avere il libro in mano e la roccia davanti, per quanto, ne sono consapevole, sia solo uno scoglio, ha il suo impatto emotivo. 

E ora ho letto La canzone di Achille, che ripercorre l'Iliade (utilizzando come fonti anche l'Odissea e poi Virgilio, Ovidio Sofocle, Euripide, Eschilo, tra gli altri) per raccontare, dalla parte di Patroclo, la propria vita e quella del Pelide fino alla morte sotto le mura di Troia. Queste operazioni non sono universalmente condivise: i puristi odiano le commistioni tra capolavori storici e interventi attuali, considerandoli forzature al pari dell'antropomorfizzazione delle bestie nei documentari ammiccanti; una recensione del New York Times al tempo dell'uscita concludeva che questo libro avesse la testa di un romanzo per giovani adulti, il corpo dell'Iliade e i quarti posteriori di un Harmony. Io invece, se ben fatti, questi interventi li apprezzo, anche perché aiutano a sentire come tremendamente umane, e terribilmente personali, vicende che, studiate a scuola in malo modo, risultano addirittura prive di spessore, mentre ne sono colme. E soprattutto invogliano a riprendere l'originale con ben altra consapevolezza.

L’ha scritto Madeline Miller, scrittrice e docente statunitense, impiegandoci molti anni, dopo essere stata folgorata dalla descrizione di Omero del dolore e della rabbia di Achille per la perdita del compagno, che per il resto, nell'ambito dell'opera, rimane un personaggio secondario. Cercando di elaborare una sorta di tessuto connettivo tra le ossa imbastite da Omero, narra l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza dei due protagonisti fino al tragico epilogo. 

Fossero o meno amanti, Omero non lo dice chiaramente. Lo accennano altre fonti (Eschilo, Platone), ma a un certo punto, sticazzi. L'importante è la connessione intima tra i due uomini, la comprensione profonda, i diversi ruoli a cui sono destinati, il protagonismo, il bisogno di immortalità che vanifica l'anelito alla purezza; l'orgoglio cieco e la generosità; il mondo che trascina verso un destino che forse avrebbe potuto essere messo in discussione a favore della felicità, ma appare come ineluttabile. Il dolore, immenso, della perdita, pur attesa come inevitabile. Insomma, la modernità di quegli uomini o la nostra vecchiezza; il fatto che restiamo sempre quelli, immobili nelle nostre meschinità e nei nostri slanci. Lontani tra noi, nel tempo o nello spazio, resta tutto uguale, anche quello che ci fa ridere e piangere. 


 

giovedì 18 maggio 2023

Homo deus. Breve storia del futuro

 


Un romanzetto da niente, praticamente. Una cosuccia da 560 pagine, trasformate nel mio kindle in numeri random dal significato sconosciuto ("posizione 7643". Boh).

Mi ero innamorata del suo precedente Sapiens. Da animali a dei, qualche tempo fa. Si occupava della storia dell'umanità, e non facevo che citarlo ovunque, per il terrore di chi mi incontrava. Questo secondo volume, che si occupa del futuro, dà invece le vertigini.

Si apre con questa considerazione: per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre (sempre in termini ampi, diciamo, per cui è più facile oggi morire di troppi hamburger che trafitti da lance) e l'uomo, ora, mira ad elevarsi al rango di divinità, attraverso la ricerca della felicità eterna e dell'immortalità. In questo modo, però, attraverso robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica, l'essere umano rischia di rendere superfluo se stesso. 

Capirete che, non riuscirò mai a descrivere e motivare una tesi così corposa; sarò costretta a sorvolare su tantissime considerazioni che ho trovato davvero interessanti e lucide, e probabilmente non riuscirò a creare un flusso di informazioni perfettamente incastrate l'una nell'altra e consequenziali; ma se si dovessi illustrare 560 pagine in un post di 200, credo che a tutti converrebbe rivolgersi direttamente al libro. Cosa che comunque consiglio caldamente. 

La rivoluzione agricola ha messo a tacere gli animali e le piante, subordinandoli completamente all'uomo e al suo personale dialogo con gli dei. La rivoluzione scientifica ha tolto di mezzo anche gli dei, creando una sorta di one-man show sulla terra, un monologo senza patti con nessun altra creatura e senza alcun obbligo. Per mantenere se stesso al centro, l'uomo ha sempre creato quella che viene definita una rete di significato, che si ottiene quando molti individui intrecciano insieme una ragnatela di storie (ad esempio il valore della carta che compone il denaro, il digiuno religioso, l'andare a votare, i segnali stradali). Una rete che ha valore unicamente perché la mia famiglia, i miei vicini e magari anche quelli lontani, pensano come me che abbia un senso. Nella storia, questa rete di significato si disfa di continuo e un'altra ne viene tessuta. Ciò che è più importante in un momento storico può essere totalmente irrilevante per i discendenti di quegli uomini. 

Attualmente gli abitanti della Terra vivono in modo vorticoso una realtà che sono diventati incapaci di interpretare. Non si riesce a tirare il freno di questo viaggio verso l'ignoto, perché da una parte nessuno, al momento, può essere esperto di tutti i campi del sapere attuale, nessuno può recepire tutte le scoperte scientifiche, o prevedere l'assetto dell'economia globale tra qualche anno. Per questo la politica, nel XXI secolo, risulta priva di grandi visioni, si limita ad amministrare, non a guidare, non potendo elaborare in modo sufficientemente rapido ed efficiente questa montagna di dati che ci circonda. Capire il significato di un mondo in cui millenari pregiudizi sono stati spazzati via e le nuove strutture diventano antiquate prima ancora che possano cristallizzarsi è oltre le nostre umane possibilità. Abitiamo un mondo caotico in cui però la tensione costante, individuale e collettiva, è quella di evitare che nessuno si ritiri dalla competizione. Il postulato è quello che la crescita sia l'unica fonte di successo, e la stagnazione l'inferno. Nessuna istituzione combatte più per moderare i desideri e l'avidità individuali e mantenerli in una specie di equilibrio, come si viveva un tempo, in cui si considerava di stare dentro a una torta di dimensioni fisse. E anche se potessimo tirare il freno, di questo viaggio vorticoso, il nostro sistema economico collasserebbe, perché necessita di crescita costante per sopravvivere. Un'economia che si regge sulla crescita infinita ha bisogno di progetti infiniti. 

Nel mondo scientifico, in particolare nelle sue due discipline madri, l'informatica e la biologia, si è sviluppato il datismo. Sostiene che l'universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all'elaborazione dei dati. I dati, che finora erano il primo passo nella catena dell'attività intellettuale (da questi si distillavano le informazioni, da queste la conoscenza e da quest'ultima la saggezza), ora sono l'inizio, e l'elaborazione di questi è il fine ultimo. La storia della specie umana può essere interpretata come un unico sistema di elaborazione di dati verso il miglioramento dell'efficienza, attraverso l'aumento dei processori (da minime comunità al web) e delle loro connessioni (rete commerciale), attraverso l'aumento della libertà di movimento, sviluppati in diverse epoche. La biologia, ad esempio, ha scoperchiato il mondo del libero arbitrio, come un'altra mera credenza. Se gli uomini fossero liberi, come potrebbero essere forgiati dalla selezione naturale? E se siamo fatti di algoritmi, noi, come il resto delle entità sulla Terra, non possiamo scegliere quelli che ci sembrano i nostri desideri più profondi (gli scanner cerebrali moderni possono prevedere i nostri desideri prima che ne siamo consapevoli). Quello che sembra una nostra scelta è una reazione biochimica a catena che solo ex post si visualizza nella mente come un desiderio. Noi sentiamo i nostri desideri, non li scegliamo. L'essere umano, come sempre nella sua storia, si difende attraverso due grandi capacità: quella della auto narrazione e quella della dissonanza cognitiva. Ci concediamo di credere a una cosa quando siamo in un laboratorio e tutt'altra quando siamo in tribunale o in parlamento. Infatti, quando uscì L'origine della specie, non si è smesso di andare a messa, lasciando tranquillamente convivere dottrine contrastanti. Ma in quest'epoca c'è qualcosa di profondamente diverso: questo nostro dualismo, fondamentale per sostenere la nostra auto narrazione, è minacciato dalle tecnologie, non più dalla filosofia di pochi. Tutti i congegni di cui ci stiamo circondando non ammettono il libero arbitrio e per noi sarà un cambiamento mai visto prima. Perché se nei film di fantascienza si dà sempre per scontato che i computer debbano munirsi di coscienza per superare l'intelligenza umana, nella realtà possono assolutamente prescinderne e creare un percorso diverso e più veloce verso una super intelligenza che possa fare a meno di noi, o per lo meno di quelli di noi che, per scarso accesso alle conoscenze e per censo, non riescano a diventare "uomini potenziati" in grado di gestire un mondo completamente nuovo. 

In breve, l'autore ci spinge e rivolgere la nostra attenzione verso questi processi che si stanno interconnettendo: 
- la scienza converge verso un dogma omnicomprensivo che sostiene che gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo di elaborazione di dati.
- L'intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza.
- Algoritmi non coscienti, ma estremamente intelligenti, potranno a breve conoscerci meglio di come conosciamo noi stessi.
Questi processi possono essere contestati, ma avranno sicuramente un rilievo serio nel destino dell'umanità, e dovranno essere presi in considerazione nell'immaginare il nostro futuro. 

Harari è uno storico. In questo libro non trova una soluzione. Cerca di collaborare a una più approfondita comprensione della realtà attuale. 
E, da storico, cerca di dirci che imparare la storia non serve a prevedere il futuro, ma a liberarsi del passato e immaginare destini alternativi. Non saremo mai del tutto liberi dai condizionamenti della nostra storia, ma meglio una libertà parziale che nessuna libertà. 



giovedì 11 maggio 2023

Punti fermi


Un uomo e una donna al tavolo di un bar.

Il cameriere non sa chi abbia ordinato cosa, e porta un caffè liscio e uno macchiato: se non chiede, e spesso non chiede, porgerà quello liscio all'uomo.
Un macchiato e un decaffeinato: il macchiato all'uomo.
Un decaffeinato e un orzo: il decaffeinato all'uomo. 
Un alcolico e un caffè: l'alcol all'uomo.
Un alcolico e una bibita: l'alcol all'uomo.
Uno spritz aperol e uno spritz campari: lo spritz campari all'uomo. 
Un americano e uno spritz: l'americano all'uomo. 
Una birra e del vino bianco: la birra all'uomo.
Del vino rosso e del vino bianco: il rosso all'uomo. 
Non è nemmeno statistica. E' certezza. 
Non me ne sono accorta organizzando particolari esperimenti sociologici: semplicemente devo, ogni volta, scambiare con l'altra persona quello che mi viene messo davanti. 

lunedì 8 maggio 2023

No sleep till er premio


C'è un modo di essere che mi attira infinitamente, da sempre. O meglio, non che sia una qualità sufficiente da sola a riparare ogni mancanza in altri settori, ma ho sempre ritenuto costituisse una marcia in più: la ritrosia. La totale mancanza di sopravvalutazione di sé, che, unita a una spiccata intelligenza, porta a una visione lucida, priva di sovrastrutture inutili, delle cose del mondo.

Alla Troisi, per capirci. Che accarezzava la realtà, non volendo danneggiare niente di quello che sulla terra valga la pena di esistere, ma abbattendo muri di stupidità con fare casuale. 

E un altro di questi è Zerocalcare, che sabato è stato premiato dalla giuria del Premio letterario internazionale Tiziano Terzani per il suo " No sleep till Shengal", dalle mani di Angela Staude Terzani. Nel consegnargli il riconoscimento, la signora Terzani ha raccontato del sogno del marito, che immaginava un'isola fatta di poeti che avrebbero vegliato e mantenuto vivi i veri valori e lo ha paragonato a uno di quei poeti. Zerocalcare era paonazzo, e a momenti viola, per la costante sensazione di inadeguatezza che lo permea, tanto più davanti a riconoscimenti rilevanti come questo e supplicava il presentatore con gli occhi affinché mettesse fine ai commossi applausi del pubblico, in una costante incredulità che una platea sempre più vasta lo consideri uno dei propri riferimenti intellettuali. Quando Marino Sinibaldi gli ha chiesto "Ma perché tu passi ogni volta, a ogni incontro con il pubblico, innumerevoli ore a fare disegnetti su misura per la gente?" ha risposto pressappoco: "P'espià. Io ho molti amici più svegli de me, e quando mi dicono che me devono intervistà su un argomento io vado da loro, che lavorano ar supermercato, a 'mpilà cose sugli scaffali, e gli chiedo che je devo dì, in questa intervista. Ma nessuno di questi amici miei sarà mai intervistato. E il fatto che qua ci sono io, in mezzo agli allori, fa sì che allora devo fa' capire alla gente che anche io vivo de merda, a fà disegnetti per tredici ore". 

Però quando gli hanno chiesto di parlare del popolo degli Ezidi, comunità isolata nel nord dell'Iraq, che ha subito un genocidio nel 2014, poi stupri, rapimenti e che ora tenta, in un pugno di superstiti, di costruire il confederalismo democratico sulle orme dei curdi, ostacolato da ogni parte, da ogni governo che lo circonda, che attacca in modo subdolo e violento, lì non c'era più spazio per la ritrosia, per l'ironia mite  e nichilista di quando parlano della sua persona. Ha sottolineato quanto sia strano, che un popolo che vive costantemente pressato dalla violenza, dalla paura e dagli scarsissimi approvvigionamenti, tenti pervicacemente di creare qualcosa di bello, importante, diverso, per essere protagonista del proprio vivere nel mondo. Invece noi, senza reali pericoli imminenti (se non quello provocato dai nostri stessi comportamenti, n.d.r.), senza alcun problema di ricevere quanto è necessario (e superfluo) per la quotidianità, passiamo il tempo a creare esclusivamente strutture indirizzate alla sopravvivenza, alla sicurezza, all'isolamento e alla difesa, spaventati da ogni cosa, da una Terra che si disegna perpetuamente in forma di minaccia. 

Gli ezidi, e altri popoli come loro, immaginano un futuro costruttivo attraverso bombe, crolli e strade desolate. Noi, pieni di tecnologiche infrastrutture, di tempo e di comodità, non sappiamo andare oltre al fallimento dell'illusione moderna dell'uomo che piega tutto al suo volere e siamo paralizzati in un clima di desolata auto protezione, priva di qualsiasi visione.

"Poi, oh, se tu ti ritieni un rivoluzionario dimmelo, eh. Che ti faccio cambià il dosaggio delle goccette".
"Ma figurati. So' scemo sì, ma morigerato. Io non so' coraggioso. Manco troppo svejo. Zero intuitivo. Sensibile bleaahschifo. Però ho imparato a fa' una cosa nella vita. Una sola. A scegliermi bene le persone che voglio vicino a me. Più coraggiose, sveje, intuitive e sensibili di me. Che sanno come costringermi a stare nei posti in cui bisogna stare. E in cui anche uno come me può portare il suo mattoncino".

venerdì 5 maggio 2023

Le riflessioni del convalescente

 

Quando una si ammala per la quarta volta in nove mesi, con quintali di catarro che ingorgano le meningi, le letture (tra l’altro piuttosto impegnative, mai che mi ammali durante un Camilleri) diventano ostiche e rallentate, in uno stato di perenne hangover da echinacea e non resta che dedicarsi a serie americane e immortali filmetti sulle varie piattaforme. Quando una poi si dedica con fervore a molte serie, perché anche se la lettura è ostacolata, il tempo quello rimane, e tra l’altro il giacere orizzontale ne cambia la percezione, quella, dicevo, inizia a trovare punti comuni, che collegano alcuni comportamenti, indipendentemente dalla narrazione. E fanno pensare che, se un atteggiamento si ripete in decine di film e puntate, si possa supporre che sia qualcosa di assodato nella quotidianità di un popolo. Per esempio:

Perché gli americani mettono sempre i piedi sui letti e sui divani indossando le scarpe?  Non posso credere che a New York le strade vengano pulite con tale frequenza e intensità da risultare al pari delle piastrelle casalinghe. Già fatico a credere che le stesse camere da letto, coperte spesso di moquette, siano in grado di superare un controllo dei NAS, quindi figuriamoci il ciottolato barbaro di Union Street. Eppure lo fanno sempre, pervicacemente, senza che nessuno abbia nulla da dire e senza (apparentemente) strisce marroni sulle trapunte. Poi magari si girano sul letto sospirando d’amori perduti, mettendo la faccia proprio lì, dove è ancora calda la traccia del chewing-gum calpestato un’ora prima.

Perché quando gli americani si lavano i denti spazzolano correttamente con vigore, ma poi sputano resti di dentifricio, semi di Chia e tartaro e mettono lo spazzolino nel suo bicchiere, senza nemmeno un sorso d’acqua per il risciacquo definitivo o risciacquare l’attrezzo stesso? Un po’ mi ricorda il mio Erasmus germanico, e la pervicacia con cui i tedeschi insaponavano le stoviglie per poi depositarle nell’asciugapiatti coperte di morbida schiuma; effettivamente gli stessi detersivi riportavano la dicitura “senza risciacquo” e davanti ai nostri italici volti esterrefatti, gli autoctoni commentavano: “mi fido dell’industria chimica tedesca” e noi sorvolavamo educatamente su una troppo facile amara ironia. 

Ultima considerazione: perché? Questa folle, insensata, esiziale mania degli americani per la verità. Che poi è quanto di più ipocrita esista: siamo abituati a bugie di ogni tipo sugli equilibri del mondo, da “Giuro che ha le armi nucleari, me l’ha detto mio cuggino” a “La mia stagista lavora sotto la scrivania perché teme i raggi UVA”; senza scomodare i massimi sistemi, nella quotidianità che vediamo in TV i protagonisti ne combinano di ogni; poi, però, sentono l’impulso di spifferare tutto a ogni costo, possibilmente senza alcun risultato pratico che incasinare tutto ancora di più, facendo soffrire inutilmente quanta più gente possibile. “Devo dire alla nonna che quella volta le ho rubato mezzo dollaro” “Ma Bryan, la nonna sta morendo…” “Vuoi che mi perda questo momento? Non sarei un vero americano”.


lunedì 24 aprile 2023

Bignami critico

Dunque qui si parla di un blog che tratta delle pagine che leggo, oltre a quelle che vivo: l’ho letto nell’intestazione, e tocca recuperarle, quelle pagine. Almeno dall’inizio dell’anno. 
Ho due possibilità: 
1) fare una foto dei libri, tutti impilati, scrivendo uno scarno voto, dall’alto al basso, senza alcuna motivazione, come fa Cattelan (per lo meno prima di fondare una personale casa editrice).
Chissà cosa pensa un romanziere, al riguardo. Se trovi più doloroso essere stroncato nel dettaglio o così, come per un tema scritto per forza in seconda liceo.
1°. 5
2°. 8
3°. 7
E così via. Ma questa soluzione comporta un problema serio, dovuto al mio leggere eBook. La fotografia dei libri impilati ne sarebbe gravemente compromessa.

2) soffermarmi solo su quelli che abbiano riscosso la mia incondizionata stima. Devo dire che questo inizio anno non è stato fortunato, sul piano letterario. Ho letto cose appena decenti e perfino qualcosa di improponibile. Ho perfino esercitato il terzo diritto di Pennac, quello di non finire un libro, che uso con molta parsimonia, sentendo sempre quel sordo senso di colpa di colei che ha fallito, come se tutte le parole scritte al mondo avessero lo stesso rilievo e fossi io a non coglierlo. Diciamo che è stato solo un pugno di libri, a risvegliare le mie interiora e farmi scricchiolare le ossa: tre su undici.

Tara Westover, L’educazione. L’incredibile vita, dalla sottomissione al riscatto, di una ragazza di famiglia mormona sui monti dell’Idaho. La fede cieca del padre (che non si esclude sia anche bipolare, e questo fa riflettere su come il fanatismo si intrecci con la malattia mentale rendendo “accettabile” un pensiero completamente squilibrato) diventa crudeltà, rigidità, mancanza di pietà per i suoi stessi figli. Il complottismo paterno impedisce loro di andare a scuola, li trascina in lavori pericolosissimi, vieta le cure ospedaliere, e soprattutto è così totalizzante da far sentire i figli ingrati e sbagliati, se non accettano incondizionatamente questi soprusi come volontà di Dio. Quello che più mi ha colpita, di questa storia realmente vissuta dalla protagonista, è stata la narrazione distaccata, quasi serena e rassegnata, della griglia di violenze e bugie in cui è cresciuta, che rende il racconto ancora più vero e terribile. 

Mario Calabresi, Quello che non ti dicono. Calabresi torna a indagare un periodo che si era ripromesso di non frequentare mai più, dopo il libro autobiografico per il quale aveva analizzato e studiato lungamente gli anni di piombo. Invece, a causa di un insieme di eventi molto singolare, ci ritorna, per raccontare l’assassinio di Carlo Saronio, nel 1975. A chiedergli di farlo sono la figlia e il nipote di Carlo, all’epoca bambini (la figlia è nata otto mesi dopo, non conoscerà mai il padre), per rompere il muro di silenzio che l’intera famiglia ha costruito, incapace di metabolizzare quanto è successo, e forse l’epoca intera. Calabresi decide di aiutarli e ricostruisce la vita di questo ragazzo della Milano bene, pieno di ideali di giustizia sociale e di sensi di colpa per la sua condizione di privilegiato, che proprio per questo si fa coinvolgere in situazioni che non fanno che distoglierlo dalla missione della sua vita, incastrandolo nella violenza con cui molti identificavano l'unica soluzione. E, alla fine, portandolo anche alla morte, per mano di un sedicente amico. Un doveroso viaggio in un'epoca i cui echi ancora ci riguardano tutti, anche inconsapevolmente. Tanto vale esserne un po' più consapevoli. 

Ian Leslie, Bugiardi nati. Perché non possiamo vivere senza mentire. L'autore scandaglia le bugie, la loro storia, le loro motivazioni, le loro funzioni. D'altra parte, tra i comandamenti, o imperativi morali condivisi, se preferiamo, non dire falsa testimonianza è l'unico che tutti violiamo regolarmente, e con entusiasmo, basti pensare a "che bel regalo, grazie!", per quieto vivere, per non irritare o dispiacere, o per le buone maniere che impariamo già nella prima infanzia. L'autore illustra nel suo studio come mentire, tendenza umana universale, sia stato tra i motori evolutivi della specie; che i grandi bugiardi sono grandi decifratori del comportamento umano; che dire bugie non è una patologia o una stortura da eliminare, ma un aspetto fondamentale della nostra natura, della complessità intellettuale dell'essere umano; che ingannare sé stessi sulle proprie capacità è il comportamento abituale di coloro che avranno più successo nel lavoro, una salute più solida e rapporti più sereni, come tra l'altro dice George Bernard Shaw: "Le persone ragionevoli si adattano al mondo, le persone irragionevoli tentano di adattare il mondo a sé. Tutto il progresso, dunque, dipende dalle persone irragionevoli". 
Una parte molto divertente del libro è quella in cui Leslie si sofferma sull'effetto placebo e su molti studi scientifici sull'argomento. A un certo punto parla del colore delle pillole somministrate per diverse malattie. Pare che, a parità di principio attivo (o perfino in assenza dello stesso), il colore incida sulla potenzialità di guarigione del farmaco, come tra l'altro la dimensione, la frequenza di assunzione e il costo, in base alla tipologia di malattia. Per esempio, la depressione si cura più efficacemente con le pillole gialle. L'ansia con quelle verdi. I dolori dell'ulcera con quelle bianche. L'insonnia con le pillole azzurre, ma con una sconcertante eccezione. In Italia, unico caso al mondo, esiste una fondamentale differenza di genere: le donne trovano molto giovamento nelle pillole azzurre, per gli uomini invece queste tendono a funzionare meno rispetto a quelle di altri colori. L'ipotesi (solo formulata, non dimostrata) fornita dagli autori di uno di questi studi è che essendo azzurro il colore delle varie nazionali sportive, questo non induca il sonno nei maschi italiani, ma più probabilmente eccitazione e predisposizione al tifo. Non so se invece vi sia un collegamento con il Viagra, ma dovrebbe riguardare anche maschi di altre nazioni. Mi auguro. 

giovedì 1 dicembre 2016

Aho'

Nella Nuova Premiata Ditta coesiste un coacervo di persone provenienti da Premiate Ditte diverse, con abitudini anche opposte e modalità operative tra le più varie.
Per esempio: noi eravamo abituati a chiudere le porte degli uffici, pur spalancandole per scambiarci un profluivio di boiate a ritmo regolare. Qui tengono le porte spalancate, anzi, ci hanno gentilmente avvisati che tenerle chiuse risulta maleducato ed escludente, ma le puttanate si fermano spontaneamente sulla soglia, per lasciar passare solo concetti più sobri, e assolutamente nessun grido di sfogo o euforia. 
Ancora, il nostro albero di Natale era un casino fatto di anni di accumulazione, con palline a forma di pigne anni Ottanta, altre a forma di scarpe di Manolo Blahnik, fili di perle, orsi col maglione. Loro un albero da vetrina di negozio di una volta, strettamente rosso e oro. Di nuovo: sobrio. 
Che poi si lavora bene, eh. Persone serie e chiare, che prendono in carico i problemi e cercano una soluzione. Materiale raro.
Ma la cosa più curiosa è costituita dai regolamenti che dobbiamo seguire, in merito a orari, permessi, mensa e ferie. 
In attesa di una regolamentazione comune, l'indicazione dei piani alti è che ognuno continui a seguire le proprie norme interne di provenienza. Dunque, nello stesso ufficio, c'è chi può usare i permessi personali retribuiti per parlare coi prof. del figlio, e chi no. Chi può andare in mensa senza avere anche il pomeriggio al lavoro, e chi solo nei giorni in cui il tempo è prolungato. Chi deve terminare le sue ferie entro metà gennaio, e chi entro giugno. Chi conserva a titolo di straordinario i minuti fatti in più, e chi li vede inesorabilmente cancellati a fine mese, come se quella vita non l'avesse vissuta. E' un po' come Roma e il Vaticano, il cui confine i turisti attraversano senza nemmeno accorgersene, ma chi ci vive lo sente. 
E noi semo i romani.

martedì 2 agosto 2016

tecnoprotesi

Ha il suo fascino, osservare il proprio rapporto con gli ammenicoli tecnologici.
Il mio telefono è ormai parte di me, contiene dati personali, dati sensibili e dati oscuri, ogni mia misura, ogni mia conversazione. Io poi ho sempre odiato parlare al telefono, da quando era grigio e con la rotella davanti, quindi non mi è parso vero, quando ho potuto cominciare a trattare la telefonata come un gadget residuale, da usare con i recalcitranti e per emergenze. Dunque nella scrittura io metto quasi tutto di me stessa.
Spesso rabbrividivo, pensando che potesse succedergli qualcosa. Come una cassaforte di me, che si rompesse o si perdesse, restando sola nel buio. La protesi della memoria, della socialità, di pezzi del cervello.
Ecco: il 26 giugno, mentre cantavo My funny Valentine davanti a un discreto numero di persone, e lui, il mio telefono, mi suggeriva il testo appoggiato sul leggìo, come di consueto, in caso di memoria fallace, egli è crollato.
E ne ha riportato seri danni. Più di due terzi del display se ne sono andati in un qualche mondo parallelo, dove una me più felice può vedere una striscia più ampia.
I musicisti continuavano a suonare. E io ho continuato a cantare. Con la voce rotta, gli occhi umidi, il panico nelle mani, attorno al microfono. Forse la mia più riuscita imitazione di Billie Holiday dopo svariati gin e qualche dose di eroina, e dopo aver pulito con la mano il segno del rossetto di un altra dal collo del suo uomo.
Ho avuto un grande applauso, un'interpretazione autenticamente appassionata.
E io piangevo un telefono.
Dopo il primo momento di sconforto assoluto e cieco, ho ragionato. Ho una finestra sulla mia protesi di cervello di ben 8,5x1,5cm, c'è al mondo chi non ha nemmeno questa. Posso accedere a quasi tutto, benché menomato, e le dita, se non insisto a condurle con la ragione, sanno a istinto dove posizionarsi per digitare ciò che voglio.
E mi sono semplicemente messa a 
Scrivere
Così, 
In
Questo
Modo, 
Imponendolo
Chiunque 
Volesse 
Parlarmi.

In pratica scrivevo in semibraille, indovinando a memoria la posizione delle lettere, spesso con buffi risultati (come potevo sapere che gastroprotettore sarebbe diventato a mia insaputa gasteropode tutore? Un'università per lumache?)
Poi è andata che lo schermo è diventato tutto nero. In attesa del sostituto imparo a farmene una ragione. 
E, come ogni volta, mi accorgo che è più facile di quanto potessi immaginare.


giovedì 7 luglio 2016

Pausa caffè

I corridoi della Premiata ditta sono molto ampi, quasi eterni. Riposanti, quasi un eterno riposo. Ci si perde, nei corridoi della Premiata ditta, bisogna stare attenti a seguire le frecce più che nel Grande Raccordo Anulare. Si può partorire, nei corridoi della Premiata Ditta, senza che nessuno ti trovi. E nemmeno chiamare la bambina Roma, come diceva il caro Guzzanti. 
Passano macchine della pulizia uomo a bordo con sopra mancati piloti di Ferrari, chiaramente frustrati, e chiaramente infastiditi dagli incroci, dal fatto di dover dare un'occhiata. 
Passa gente che chiede aiuto con in mano una mappa non più corrispondente con i cambiamenti continui della Premiata Ditta, che muove muove e rimesta perché non cambi nulla. 
Esce il caffè dalla macchinetta. Quattordici cucchiaini di plastica. Le prossime tredici persone mescoleranno col dito.
Un sacchetto pende dalla finestra mosso dal vento, come se non volessero farlo scoprire al capo, in quell'ufficio al quarto piano, ed esattamente sotto, nel cortile, uno in pausa beve un caffè, ignaro dell'imminente precipitargli addosso di...un cabaret di paste? un chilo e mezzo di cocaina? dei toner esausti della vita? Devo avvisarlo? O attendo e poi mi butto su di lui salvandolo e diventando l'eroina del giorno?
Tre operai che avanzano a fatica, come si opponessero alle sabbie del Sahara. Il primo in bici (sì, si va in bici, nei  lunghissimi corridoi della Premiata ditta), il secondo a piedi, e il terzo trainando un carrello con sopra un bancale con sopra una bottiglietta da mezzo litro di the freddo al limone.
Due parlano dei campionati di yoga, che è un controsenso epocale, tipo la gara a chi fa la messa più veloce. E tu ti soffermi, e pensi: ma chi vince, ai campionati di yoga? Chi si rilassa di più? E se prendi il Valium è doping?
E poi è finita la pausa caffè. 

mercoledì 15 giugno 2016

Uncertainty fair

Bisogna premettere una cosa:
alcuni anni fa sono stata abbonata per credo sei mesi ad una delle riviste femminili che circolano nelle spiagge estive, vuoi per l'abbrutimento della maternità, quando il dono d'amore è appena giunto in famiglia e non lascia dormire, leggere, riposare, vivere, vuoi perché francamente la ritengo la migliore rivista del genere, e infatti ci scrive più di un autore che io personalmente e sobriamente idolatro.
L'abbonamento però non sopravvisse oltre quel periodo, perché il tempo con l'età stringe sempre di più, e in qualsiasi ambito siamo costretti a fare delle scelte: o leggo riviste o leggo libri, e francamente non ho avuto dubbi. Le riviste femminili le riservo a limitatissimi periodi di abbronzatura sul lettino, quando il prezioso Kindle potrebbe ferirsi con il sole o la sabbia. 
In questi anni sono stata oggetto di ripetute ma non fastidiose richieste da parte dell'editore del settimanale, che non si capacitava del mio recesso, non conoscendo i recessi della mia anima.

Qualche tempo fa mi è stato offerto un buono per ritirare la stessa rivista gratuitamente.

Ho pensato che forse, essendo gratuita, avrei potuto mantenere nei limiti la mia ossessione di lettrice compulsiva, leggere da cima a fondo qualsiasi oggetto abbia l'aspetto di scrittura, sia aramaico o cuneiforme (in contrasto, lo ammetto, con il nome di questo blog). 
Ho quindi accettato. 
La prima settimana abbiamo ritirato il giornale, l'abbiamo letto con piacere. Poi è arrivato il secondo buono. E il terzo. Ho pensato che la promozione durasse un mese. 
Poco dopo il quinto è arrivato un sondaggio a cui partecipare: dovevo pur sdebitarmi, ma sono stata chiara.
- E' stata contenta della promozione?
- molto
- Quante copie della rivista comprava prima della promozione?
- due all'anno
- E quante ne acquisterà ora?
- due all'anno.
Ho pensato: ecco. Finita. Nel mio caso, fallita. 
Ed è arrivato un altro buono. Poi un altro e un altro ancora. 
Le riviste si accumulano sul mio comodino, sempre meno interessanti. E io mi interrogo
Caso uno:  Si è inceppato il loro sistema operativo. Da oggetto di promozione sono diventata lettrice onoraria a vita, e alla mia morte mio figlio erediterà il 51% delle azioni dell'editore.
Caso due: sotto la luce soffusa di uno dei peggiori bar di Caracas, dopo numerose Caipirine, io ho firmato un contratto in base al quale, a meno di disdetta da inviare con raccomandata entro la settimana scorsa, mi troverò a fine anno a pagare una quantità di copie del giornale tale da costringermi a vendere la casa.
Caso tre: è una geniale idea di marketing, così geniale che solo le persone intelligenti ne capiscono le finalità, e nessuno, presso l'editore, ha il coraggio di passare per stupido chiedendo chiarimenti.

mercoledì 1 giugno 2016

L'amore imperfetto

Ecco che ricomincio a lasciare traccia dei libri che leggo, con l'Amore imperfetto di Grazia Attili, che ha creato un saggio godibile e documentato sulle derivazioni biologico-storico-evoluzionistiche dell'amore materno e dell'amore paterno, ovvero di come si siano differenziati, ma contemporaneamente rafforzati a vicenda, fondamentalmente al solo fine di perseguire la spinta che ancora surclassa ogni altra, nel determinare i nostri comportamenti: il successo riproduttivo, il far sì che i nostri geni ci sopravvivano.
Spogliati di ogni velleità, restiamo scimmie nude alla ricerca di un'istintiva immortalità.

A chi non è mai capitato?

Un amico, il cui nome sarà da me celato fino alla tomba perché ancora teme rigurgiti istituzionali a distanza di una quarantina d'anni, mi ha raccontato di essere stato arrestato ad Amsterdam, per aver rubato una grammatica inglese, a 19 anni, ovvero ai tempi in cui i sistemi sonori antitaccheggio erano già ben noti nelle perfide città nordiche, ma non ancora nelle raffazzonate italiche cittadine come la nostra.
Orbene l'amico infila la porta con la sua grammatica nella giacchetta, quasi spavaldo, come se la impellente necessità del ripasso del present continuous escludesse ogni connotazione giuridica e morale all'atto, e il mondo prende a suonare. Egli si interroga: è la grammatica inglese, che suona? E' un cortese addio agli avventori della libreria? Ho calpestato un mangiadischi (tanto per inserire il lettore in un'epoca ben precisa, ndr)?
Ma i suoi pensieri non vanno lontano, e soprattutto non lo aiutano a imprimere un vorticare alle gambe utile a conquistare la salvezza, perchè un signore in giacca e cravatta, con una fisicità non distante da un hooligan nell'esercizio delle sue tifose funzioni, lo agguanta e lo trascina in un piccolo ufficio. Ove viene immediatamente convocata la Pubblica Sicurezza, nei panni del poliziotto buono e di quello cattivo, il quale, senza alcuna considerazione per la curiosa tipologia del furto, lo ammanetta, trascinandolo per le strade del centro fino alla questura. Forse sarebbe stato diverso, se si fosse trattato di una grammatica di olandese settentrionale.
Fatto sta che, dopo interventi psicologicamente discutibili in una lingua sconosciuta (insisto: rubate sempre la grammatica corretta, gente, ndr) da parte del poliziotto cattivo, l'amico è stato lasciato solo con quell'altro. Che gli ha detto, senza inutili parafrasi: io ti lascio andare, ma tu mi procuri un cappello da carabiniere italiano.
E qui potremmo attardarci in numerose speculazioni sulla corruzione dilagante, che non limita i propri influssi alla nostra sfortunata Europa meridionale, ma io preferisco di gran lunga soffermarmi sul fatto che un mona ruba una grammatica inglese a Amsterdam, ed un altro trova sensato riscattarne la libertà per un cappello da carabiniere.
A onor del vero, il nostro amico è tornato in Italia, e subito si è dato da fare a procurare (commettendo altro reato) il desiato cappello, come se il poliziotto buono facesse parte di una STASI sovranazionale capace di verificarne il mantenimento delle promesse. L'ha prontamente inviato, e mai ha ricevuto risposta.

Da allora si tiene lontano da reati, grammatiche, Olanda e carabinieri. Niente male, quanto a collezione di fobie.

La rivoluzione delle categorie - e i loro limiti

Da anni mi trascino dietro una nebulosa teoria che concerne la catalogazione degli uomini in quattro categorie.
Solo che è una teoria fatta di sensazioni, e di continui cambiamenti, dato che spesso non ricordo a quale tipologia corrisponda quale comportamento. Accenno qualcosa al mio interlocutore del momento, e pare anche interessato, ma subito mi spengo, conscia di non essere in grado di sostenere riscontri scientifici e peer review necessari alla pubblicazione su Nature.
Dunque, mi son detta, perché non fissare in questo luogo le poche evidenze che ho incontrato sulla via?
Magari così io per prima riesco a ricucire i capi della questione, dandole una forma atta ad essere esposta almeno su un tazebao.
Doverosa premessa: mi riferisco esclusivamente agli uomini eterosessuali, dato che la teoria intende rifarsi ad esperienze che tipicamente una donna vive con questi ultimi.

Gli uomini sono assoggettabili a 4 categorie:

1. uomo - uomo - uomo
2. uomo - donna - uomo
3. uomo - uomo - donna
4. uomo - donna - donna

Possiamo notare che la prima specifica "uomo" riguarda tutte e 4 le categorie. Essa infatti si riferisce al solo dato anatomico  e strutturale che determina la differenza biologica del maschio dalla femmina. Potrei dunque eliminare il primo termine, direte, essendo esso comune a tutti i soggetti interessati. No, rispondo, perché la piacevolezza dell'enunciazione, in senso sonoro, surclassa ogni necessità scientifica, dato che io fondamentalmente sono un cartone animato. Va da sè, mi disegnano così.

L'uomo - uomo - uomo trasuda testosterone. Lo fa quando corre, quando si siede a gambe larghe perfino nel caso indossi un kilt scozzese (cosa per cui dovrebbero pagarlo profumatamente). Lo fa quando risponde a monosillabi dovesse descrivere la sua vita intera, o quando cammina lanciando in avanti gli stinchi come se le ginocchia fossero programmate per ruotare di 180 gradi. Egli esprime i suoi bisogni mugugnando. Se costretto a fare shopping, si accascia all'entrata dei negozi tenendosi la testa tra le mani, sperando in cuor suo di aprire gli occhi e non trovar più davanti a sè quello scenario catastrofico. Non ha il minimo contatto con le sue emozioni: ha dentro di sé un po'di roba che non sa classificare, quindi semplicemente se ne frega, lasciando ad altri(e) la soluzione del mistero di cosa mai pensi o voglia, a meno che non si tratti di una birra. Se ci prova con una donna sussurra una quantità di cose che sarebbe stato meglio tacere, ritenendoli complimenti, qualche mezza volgarità che gli ha suggerito un amico spiritoso, e confida che lei si accontenti dei feromoni grossi come monadi di Spinoza (o meglio, come io le immagino, mi rendo conto) che le percuotono il capo ripetutamente mentre lui l'abbraccia.
Il suo ambiente ideale è l'attesa notturna di un agguato al passo del coyote, con una bottiglia di rum e un compagno possibilmente altrettanto laconico. Fare un regalo all'uomo-uomo-uomo è assolutamente impossibile. Rinunciate in partenza.

L'uomo-donna-donna è solo biologicamente uomo. Per il resto, si siede accavallando le gambe, parla quanto nessuna donna sarebbe in grado di fare, sia quanto alle parole al minuto che quanto all'argomento, dato che  parla esclusivamente di sé stesso, e lascia all'interlocutore uno spazio così minimo da rendere vano ogni intervento. Adora girare a negozi, nota gli orecchini nuovi di un'amica, ed esprime perfino un parere sull'abbinamento con la borsa. Se vuole provarci con una donna tenta di stordirla a chiacchiere per deprimerne ogni istinto difensivo. Al passo del coyote dovrebbero sparargli per evitare di essere scoperti. Fare un regalo a un uomo-donna-donna è come bere un bicchiere d'acqua, e se ne trae soddisfazione infinita, per l'entusiasmo con cui lo accetta, e ne parla per gli anni a venire.

L'uomo-donna-uomo contiene generosamente in sè tutte le fragilità di un uomo e tutte quelle di una donna. E' contemporaneamente laconico e inconsciamente logorroico, prepara le valigie in diciotto ore di insicurezza, e non gli sembra mai di aver partorito il bagaglio perfetto, terrorizzato che l'unica Polo che non ha con sè sia quella necessaria in quella occasione, senza accorgersi che i vestiti che porta sono tutti uguali come quelli dell'armadio di Paperino. Prova un insieme infinito di emozioni accavallate che semplicemente lo possiedono, lo sovrastano, e non applica la minima energia nel tentare di domarle. Cucina pensando di raggiungere vette inarrivabili, ma ritiene che ognuno abbia diritto ad uno sguattero personale per raschiare i pentoloni incrostati di risotto. Fa le pulizie a casa, ma così nel particolare, togliendo con le unghie lo sporco dalle fughe delle piastrelle, da risultarne nauseato e non toccare più uno straccio per i mesi seguenti. Al passo del coyote si ucciderebbe da solo pulendo il Winchester. Trova le donne superficiali e non abbastanza concentrate sulla natura del problema, senza rendersi conto che il problema è lui. Fargli un regalo non ha senso, tanto non è mai contento di nulla, nemmeno di quello che si regala da solo.

L'uomo-uomo-donna ha in sè il germe di tutto quanto c'è di meglio nell'uomo e nella donna. Sussurra parole che da tutta la vita stiamo aspettando, ti fa sentire il centro di ogni pensiero, mostra di apprezzare ogni difetto, sceglie di accompagnarti al cinema al posto di accompagnare il divano in un pisolo, ride coi tuoi amici e li entusiasma, apprezza qualsiasi cosa tu riesca a produrre con una padella antiaderente. Sa alla perfezione
quando hai bisogno di protezione e quando vuoi dimostrare qualcosa al mondo. Al passo del coyote starebbe con te a insegnarti a sparare ridacchiando e sfiorandoti nel buio. Fargli un regalo è sempre entusiasmante, perché l'adora semplicemente in quanto viene da te.
E più scrivo più mi rendo conto del bug del mio gioco delle categorie: il quarto tipo è l'amore.

venerdì 27 maggio 2016

Lucidità

"Mamma, per motivi familiari preferirei venire con te a Trieste che andare a scuola"

martedì 24 maggio 2016

La catena di Padre Pio

L'amica D, l'altra sera, ha provato a raccontarmi l'ultima catena di Sant'Antonio in cui è stata coinvolta, colorendola anche con un inizale accenno di entusiasmo.
Un amico, quando meno te lo aspetti, ti rifila un magma ribollente e lievitante in un bicchierino di plastica, e un foglio di istruzioni che nulla ha da invidiare al libretto di un robot antropomorfo. E tu lo porti amorevolmente a casa, e il lunedì aggiungi un bicchiere di farina, il martedì lo zucchero, il mercoledì ne contieni i bollenti spiriti infilandolo in un tino, e così prosegui lungo tutta la settimana, fino all'inesorabile delinearsi di una
"torta di Padre Pio".
Non devi naturalmente dimenticare di sottrarre all'impasto bicchieri e bicchieri di magma, da rifilare a amici e parenti nei momenti di debolezza.
Ma il dolce è buono?

"Mah, di suo così così, una volta ho dimenticato il lievito del martedì, una volta è venuto come una suola...ecco, se ci agggiungi due tavolette di cioccolato fondente o quattro chili di fragole diventa piacevole..."

Ma è un piacere effettivamente condiviso?

"La gente ti odia. Una collega l'ha lasciato nel cassetto, in ufficio, e il giorno dopo era tracimato fino a occupare l'intera cassettiera. Dicono poi che un'intera famiglia sia stata soffocata nel sonno..."

E qui si esaurisce la mia inchiesta sulla catena di Padre Pio, con un avvertimento: se vedete avvicinarsi conoscenti con fare sospetto che nascondono le mani dietro la schiena, correte con quanto fiato avete in corpo.

mercoledì 18 maggio 2016

Vincere facile

In questa vita travestiti da creature normali, che boccheggiano tra lavoro, spesa, figli, fitness, pulizie, passioni e convivialità, fortunatamente non resta il tempo di prendere atto della propria condizione fino in fondo. 
Altrimenti staremmo tutti in fila, a contenderci la posizione migliore per gettarci dal ponte del Diavolo.
Ma ieri ne ho avuto una decisa percezione, capendo nel contempo quanto possa essere facile, per attori e ricconi in genere, mantenersi costantemente a livello di ciò che le telecamere pretendono da loro.
Dopo lavoro ho sperimentato un paio d'ore, naturalmente affannate, perché non mi è dato di vivere diversamente, ad occuparmi esclusivamente del mio corpo (se tralasciamo quella dozzina di messaggi tipo "spengo il telefono, mi raccomando, tieni vicino il tuo, che se chiama la scuola..." "Nonno G, prendi tu Babi, io corro a prendertelo 14 minuti dopo" "ce la fai a fare benzina prima delle 18.25?")
Ho corso sul diabolico tapis roulant che amichevolmente chiamo "Fonzio Pilato" e che altrettanto amichevolmente mi definisce "balena di merda", raggiungendo traguardi per me stratosferici, che corrispondono più o meno alla distanza percorsa da Bolt dal letto al bagno per un bisogno notturno. Nell'eterna e sfibrante corsa ho ascoltato brani che farebbero ridere chiunque, quale sprone all'attività fisica: anche me, dunque li scelgo per correre col sorriso.
Poi stretching come quelli veri, praticamente una pubblicità di abbigliamento sportivo, depilazione mirata ad evitare di causare un infortunio sul lavoro per incendio da sfregamento alla povera massaggiatrice, e...appunto: massaggio gentilmente offerto dai colleghi per il compleanno.
Abituata esclusivamente a massaggi di tipo curativo, una sorta di fight club tra fisioterapista e muscolo, in cui tutti intorno fanno il tifo ruttando birre e io soccombo rantolando e invocando pietà come l'ispettore Clouseau al suo maggiordomo orientale, ieri mi sono goduta un massaggio estetico, dove la lotta tra l'estetista e il pannicolo adiposo si svolgeva a suon di cremine profumate e delicate gentilezze.
Giuro. Alla fine di tutto ero belllissima, nello specchio del centro estetico. Perfino abbronzata. Perfino ragazzina. 
Perché mai guardarsi in altri specchi, d'ora in poi? Tanto sarà quella, la foto sulla mia tomba.

venerdì 13 dicembre 2013

la specie



Nelle rare mattine in cui, per svariati motivi, ho il privilegio di rimanere a casa, mi capita di sfogliare la televisione come una rivista dal parrucchiere - tra l’altro avere i capelli in ordine è l’unico metodo che conosco per acquisire una sufficiente conoscenza dei vips che attualmente infestano l’establishment dello spettacolo, e se vedeste la mia criniera intuireste che sono molto indietro con lo studio.
Questo uso saltuario del tubo catodico ad ore sconvenienti mi porta a conoscenza di mondi paralleli dai risvolti contemporaneamente inquietanti e affascinanti, come ogni risvolto dovrebbe essere, compreso quello della giacca.
L’altro giorno sono incappata in una trasmissione allucinante, in cui delle persone, negli Stati Uniti, convivono con particolari ossessioni: chi mangia spadine di plastica per tenere fermi i tramezzini dall’età di undici anni, sfoggiando un fegato ben oltre le dimensioni dell’intero corpo, chi si ciba di rotoli di carta igienica, attendendo con pazienza l’inevitabile fatale blocco intestinale. Chi si ciba delle ceneri del coniuge, angosciato dal momento in cui le finirà per l’unicità della mercanzia. Ma c’è anche chi dorme da quindici anni con accanto un phon acceso. E chi si fa quotidianamente il bagno in 4 litri di candeggina. Ora, se lasciate a se stesse le persone sono capaci delle più enormi puttanate che possano essere concepite al mondo, in particolare nel caso in cui non abbiano problemi da risolvere tipo la fame: questo è un dato di fatto. Ma che nella trasmissione nessuno (il commentatore, i medici e gli psichiatri intervistati, i familiari stremati) abbia mai fatto cenno al consumo energetico di un phon che rimane acceso inutilmente per otto ore a notte, o all’inquinamento che causano 4 litri al giorno di inutile candeggina, moltiplicati per un enorme numero di coglioni, è la cosa che più mi ha fatta imbestialire, da fanatica della differenziata che mette nell’umido una zanzara appena schiacciata tra le mani. E  mi ha fatto riflettere sui passi che tante persone in tutto il mondo, prede infantili di un sogno americano rimasto identico dagli anni 50, come se da adulti restassimo tutti cristallizzati nel desiderare bambolotti e macchinette, devono ancora compiere per una sensibilizzazione che sia appena sufficiente alla sopravvivenza della specie. Mi ha fatto chiedere infine se ne valga la pena, di far sopravvivere la specie.

venerdì 18 ottobre 2013

Vette sublimi

La signora ospite in studio: "E allora mi sono ritrovata in questo prato, distesa. E lì sono stata posseduta dalla Luce".
Il giudice: "Dalla Luce?"
La signora: "Sì, ma era un alieno, mi ha detto che si chiamava Zurdu"
Il giudice: "Scusi, ma questo alieno era sardo?"
La signora: "Non lo so. Mi ha posseduta dodici volte in mezz'ora"
Il giudice: "Beh, una bella eiaculazione precoce"
(Forum, Rete4)