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mercoledì 19 aprile 2023

Confusione Seria, Mentale

Ancora non sono abituata agli occhiali. Da giovane mi pareva fossero una cosa fighissima, come quando la prof li abbassa sul naso e percorre l'elenco sul registro, soffermandosi per puro sadismo a far tremare ora quelli con la T, ora quelli con la B, e creando molta confusione tra quelli dalla E alla L, che giacciono in mezzo, indistinti e spauriti. 

Ora non mi sembrano più una cosa fighissima: nauseata per lunghi mesi, incapace di abituarmi all'alterazione che provocano nelle meningi quando li inforchi le prime volte; preda di giramenti di testa quando mi alzo con decisione, dimentica dell'orpello, e pretendo di camminare con le lenti che userei per leggere lo smartphone; costretta ad abbassarli sul naso quando qualcuno mi parla, distogliendomi dalla lettura, finendo per assomigliare alla regina Grimilde quando è in down e cerca di smerciare mele.  

E poi accade anche questo. Provata dalla giornata, mi siedo alla scrivania e li metto sospirando, perché del testo davanti a me vedo tanti trattini neri, un po' come un trapper che legge uno spartito. Però non accade niente. Trattini nebbiosi. 

La mente percorre ogni possibilità: oddio, devo cambiare di nuovo occhiali; oddio sono così sfinita? Oddio sto diventando cieca. Salvo una, che temo rilevante: sono gli occhiali da sole.

venerdì 2 dicembre 2016

Un uomo uno straccio

- Buongiorno, parla dell'assistenza tecnica della Nuova Premiata Ditta, nonché della Vecchia Premiata Ditta, e di numerose altre Premiate Ditte delle vicinanze?
- (sospiro) Sì.
- La chiamo perché non ho il programma che mi permetta di leggere l'estensione P7M.
- Cosa? Ma è sicura?
- Sì. Ne sono certa.
- (atterrito) Ma perché?
- E' una bella domanda, ma rimane il dato di fatto.
- Provi lei a installarsi il programma Dike
- Non ne ho i necessari privilegi.
- Ma è sicura??
- Se per sicura intende: "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi" direi di sì, ne sono sufficientemente sicura.
- Provi. 
- Se le fa piacere.
- Come va?
- "non dispone dei privilegi necessari all'installazione, entri a titolo di amministratore e riprovi"
- Oh.
- Lo supponevo, sa?
- Eh. E ora come facciamo?
- Non può collegarsi lei da remoto?
(voce rotta) - Parla facile, lei. Non posso, non posso!
- ...
- Come la mettiamo?
- Ma lei è di quelle che dalla Vecchia Premiata Ditta A è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta B?
- No, sono una di quelli che dalla Vecchia Premiata Ditta C è stata spostata alla Nuova Premiata Ditta D.
- (accenno di pianto) Oh, mio Dio.
- Facciamo che mi manda un tecnico?
- Oddio oddio, che possiamo fare?
- Sarebbe così gentile da aprire una segnalazione per me?
- (accorato) Mo' come facciamo? Apriamo questa segnalazione...
- Mi dispiace, causarle tanto dolore gratuito.
- (gemito) Vedrà che ne usciremo. Ecco la segnalazione.

Poi ha chiamato un tecnico meno bisognoso di ansiolitici, ma non si è riuscito a collegare da remoto. Ne è infine venuto uno in ufficio, ha alquanto sbuffato e se ne è andato. 
Tuttora non leggo il formato P7M.
 
 

Sbobba

- Donne! voi che siete esperte di minestre!
ho apostrofato ieri le giovani nuove colleghe, che si portano in ufficio contenitori con qualsiasi cosa possa essere infilato in una scatola al fine di essere mangiato, per radunarsi in pausa pranzo a gozzovigliare.
- a che ora devo mettere la zuppa sul termosifone per poterla mangiare calda all'una?
E qui si sono scatenate le più varie opinioni.
- Io ce la metto già alle sette e quaranta
- Non badare a lei, è freddolosa anche in una sauna. E' sufficiente alle 12.
- Macché, ieri ce l'ho messa alle 10.35 e l'ho mangiata perfettamente tiepida.
- Io la scaldo con l'elettricità alle 12.45, ho lo scaldavivande.

Ho seguito l'opinione della mezza mattina. Si è rivelata adatta ai miei gusti. E in più, grazie al mio rapido sondaggio, ho subito capito a cosa fosse dovuto il misterioso blackout dell'una meno un quarto, che ha spento tutti i pc dell'ufficio, lasciandomi con la sbobba pronta, ma privata di un excel su cui lavoravo da un paio d'ore.

giovedì 1 dicembre 2016

Aho'

Nella Nuova Premiata Ditta coesiste un coacervo di persone provenienti da Premiate Ditte diverse, con abitudini anche opposte e modalità operative tra le più varie.
Per esempio: noi eravamo abituati a chiudere le porte degli uffici, pur spalancandole per scambiarci un profluivio di boiate a ritmo regolare. Qui tengono le porte spalancate, anzi, ci hanno gentilmente avvisati che tenerle chiuse risulta maleducato ed escludente, ma le puttanate si fermano spontaneamente sulla soglia, per lasciar passare solo concetti più sobri, e assolutamente nessun grido di sfogo o euforia. 
Ancora, il nostro albero di Natale era un casino fatto di anni di accumulazione, con palline a forma di pigne anni Ottanta, altre a forma di scarpe di Manolo Blahnik, fili di perle, orsi col maglione. Loro un albero da vetrina di negozio di una volta, strettamente rosso e oro. Di nuovo: sobrio. 
Che poi si lavora bene, eh. Persone serie e chiare, che prendono in carico i problemi e cercano una soluzione. Materiale raro.
Ma la cosa più curiosa è costituita dai regolamenti che dobbiamo seguire, in merito a orari, permessi, mensa e ferie. 
In attesa di una regolamentazione comune, l'indicazione dei piani alti è che ognuno continui a seguire le proprie norme interne di provenienza. Dunque, nello stesso ufficio, c'è chi può usare i permessi personali retribuiti per parlare coi prof. del figlio, e chi no. Chi può andare in mensa senza avere anche il pomeriggio al lavoro, e chi solo nei giorni in cui il tempo è prolungato. Chi deve terminare le sue ferie entro metà gennaio, e chi entro giugno. Chi conserva a titolo di straordinario i minuti fatti in più, e chi li vede inesorabilmente cancellati a fine mese, come se quella vita non l'avesse vissuta. E' un po' come Roma e il Vaticano, il cui confine i turisti attraversano senza nemmeno accorgersene, ma chi ci vive lo sente. 
E noi semo i romani.

Chi l'avrebbe mai detto?

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Nel nuovo ufficio in cui ci hanno messi c'è una finestra che dà su un parco bellissimo.
E, in lontananza, delle serre bianche, tunnel di plastica che contengono chissà quali delizie vegetali.
Le serre, sistemate tra gli alberi e parzialmente nascoste dai rami, risultano ad un primo e distratto sguardo, quello che preferisco, come una pozza d'acqua, realisticamente un lago, ma a me piace pensare al mare.

In questo ufficio ci hanno trasferiti a forza. Ci hanno ceduti da una premiata ditta ad un'altra. Dopo corsi e anni spesi a favorire il nostro attaccamento all'azienda, si sono offesi perché non accettavamo subito e di buon grado di essere ceduti ad un'altra, il cui destino è forse un po' più in bilico. Ma questo è un altro discorso. E tra il vecchio e il nuovo io voto sempre nuovo. Perché frequentemente la strada battuta è estremamente noiosa.

Tra le cose nuove che ho trovato qui c'è questo parco, con gli scoiattoli che giocano trascinando quelle lunghe code a spazzola, i cachi che crollano pesanti sul terreno perché pare che in questa Regione si ami solo piantarli, non mangiarli. Piccoli alberi pieni di mele del diametro di una pallina da ping pong, buonissime quanto bruttine per la mancanza di anticrittogamici. Edifici un po' cadenti, appartenenti all'ultima epoca in cui si costruiva con gusto, che paiono dare ancora ospitalità alle anime tormentate che ci hanno vissuto. E questo mare finto, che ogni mattina mi regala una preziosa e volatile illusione.

Penso di averci guadagnato, a venire qui.

giovedì 7 luglio 2016

Pausa caffè

I corridoi della Premiata ditta sono molto ampi, quasi eterni. Riposanti, quasi un eterno riposo. Ci si perde, nei corridoi della Premiata ditta, bisogna stare attenti a seguire le frecce più che nel Grande Raccordo Anulare. Si può partorire, nei corridoi della Premiata Ditta, senza che nessuno ti trovi. E nemmeno chiamare la bambina Roma, come diceva il caro Guzzanti. 
Passano macchine della pulizia uomo a bordo con sopra mancati piloti di Ferrari, chiaramente frustrati, e chiaramente infastiditi dagli incroci, dal fatto di dover dare un'occhiata. 
Passa gente che chiede aiuto con in mano una mappa non più corrispondente con i cambiamenti continui della Premiata Ditta, che muove muove e rimesta perché non cambi nulla. 
Esce il caffè dalla macchinetta. Quattordici cucchiaini di plastica. Le prossime tredici persone mescoleranno col dito.
Un sacchetto pende dalla finestra mosso dal vento, come se non volessero farlo scoprire al capo, in quell'ufficio al quarto piano, ed esattamente sotto, nel cortile, uno in pausa beve un caffè, ignaro dell'imminente precipitargli addosso di...un cabaret di paste? un chilo e mezzo di cocaina? dei toner esausti della vita? Devo avvisarlo? O attendo e poi mi butto su di lui salvandolo e diventando l'eroina del giorno?
Tre operai che avanzano a fatica, come si opponessero alle sabbie del Sahara. Il primo in bici (sì, si va in bici, nei  lunghissimi corridoi della Premiata ditta), il secondo a piedi, e il terzo trainando un carrello con sopra un bancale con sopra una bottiglietta da mezzo litro di the freddo al limone.
Due parlano dei campionati di yoga, che è un controsenso epocale, tipo la gara a chi fa la messa più veloce. E tu ti soffermi, e pensi: ma chi vince, ai campionati di yoga? Chi si rilassa di più? E se prendi il Valium è doping?
E poi è finita la pausa caffè. 

mercoledì 15 giugno 2016

Cose che si ribellano

Vogliamo parlarne apertamente una volta per tutte?
Vogliamo cercare di chiarire alcuni misteri incomprensibili unendo le nostre forze in un tentativo razionale, senza lasciare spazio alle forze del male? Vogliamo arginare la rivoluzione delle cose?

 UNO
Quando sono al telefono, alla scrivania, il mio braccio compie il movimento di prendere la cornetta e rimetterla in sede; il corpo del telefono normalmente non si comporta come una trottola, rimane al suo posto a fare il suo lavoro. La mia persona nel complesso tende ad evitare di giocare con la sedia con le rotelle girando su se stessa più e più volte: forse farebbe bene all'umore, ma ci perderei in sobrietà amministrativa.
Dunque mi chiedo: perché diavolo il cavo del telefono in ufficio si avvoltola su se stesso?

 DUE
La premiata ditta ha sostituito, con una maestosa alzata di ingegno, un metodo vecchio 40 anni come il fax con un metodo vecchio 20 come il fax server. Piano piano arriveremo alla mail, me lo sento. Comunque, dicevo, questa modernissma procedura prevede il salvataggio di decine di pdf al giorno, passati allo scanner, dentro cartelline colorate sul desktop, e qui si pone il misterioso problema.
Perché qualche rara volta il percorso per arrivare alla cartellina che mi interessa devo farlo solo con il primo file, e per gli altri basta aprire il pdf, cliccare salva col nome,e si apre già il percorso selezionato per il file precedente, e invece la maggior parte dei giorni devo ripetere il percorso per ogni singolo pdf?

TRE
Io non uso la borsa come uno shaker. E le mie tasche non vengono usate abitualmente per estrarre i numeri del lotto mescolando palline. 
Perché allora quando gli auricolari del telefono vengono lasciati soli con se stessi intrecciano danze agli Dei fino ad annodarsi irrimediabilmente, in una sorta di macramè assurdo che deve essere districato col balsamo come i miei capelli dopo un giorno in una cava di carbonato di calcio?


QUATTRO
Perchè il mio telefono decide quotidianamente di propria iniziativa di eliminare i suggerimenti predittivi dalla chat, impedendomi così di comporre quelle frasi irrazionali che la tastiera propone, tanto utili quando non c'è null'altro da dire ("la prima volta che mi sono svegliata alle ore piccole, per il momento in cui si parla del futuro del nostro tempo è stato bello conoscerti")?

CINQUE
Perché, quando un gruppo jazz decide di eseguire un nuovo brano, la prima esecuzione in assoluto, rigorosamente durante le prove, è sempre la migliore, e l'atmosfera che si determina durante quella esecuzione resterà assolutamente irripetibile e inavvicinabile in tutte le esecuzioni successive, comprese quelle in pubblico?

E mi fermo solo per decenza.

venerdì 27 maggio 2016

Lucidità

"Mamma, per motivi familiari preferirei venire con te a Trieste che andare a scuola"

domenica 10 novembre 2013

Coerenze

Cosa, nella premiata ditta, contraddistingue l'agire della dirigenza? Senza dubbio la marmorea coerenza, la precisione nelle direttive, la chiarezza degli intenti.
Prova ne è la seguente conversazione con un collega:
- Che dici, D, non è per nulla chiaro, questa cosa la faccio o non la faccio?
- Nef, è sufficiente che tu scelga se vuoi essere cazziata perchè l'hai fatta o perchè non l'hai fatta. Scegli liberamente.

venerdì 1 marzo 2013

Proprio li

La Premiata ditta ha deciso, dopo lunghe pianificazioni, verifiche e considerazioni, di imporre a tutti gli uffici una carta intestata comune, scritta con lo stesso carattere, un'elegante interlinea, e magari il medesimo indirizzo del mittente in calce (con tale espressione pare si intenda "in fondo", nessun riferimento al calcestruzzo, aggiunta che renderebbe le raccomandate particolarmente dispendiose).
Il modello diffuso tra i frementi impiegati sembra ad un primo sguardo graziosamente e banalmente uniformante, ma un particolare ridicolo salta all'occhio in alto a sinistra:

luogo, lì........................

Dunque secondo la nostra dirigenza non è sufficiente specificare la città in cui la premiata ditta si colloca, gentile indicazione affinché il destinatario possa visualizzare mentalmente qualche monumento e pensare a noi in un luogo preciso, magari con un sorriso nostalgico; è anche necessario sottolineare che chi scrive si trova proprio là, non qua o laggiù. Proporrei di aggiungere accanto una manina che indica un punto su google maps, per non lasciare alcuno spazio al dubbio.
Oppure potrei scrivere a tutti i giornali locali, chiedendo come mai nessuno tra i superpagati amministratori di una ditta che dà lavoro a una cittadina di medie dimensioni abbia frequentato le elementari tra gli impegni dell'infanzia, e si chieda ora se quello che scrive e impone a numerosi uffici abbia un senso; come mai a nessuno di questi venga un dubbio, non solo in merito all'opportunità di inserire, nel ventunesimo secolo, l'articolo "li" prima della data, ma anche riguardo all'idiozia di trasformarlo in avverbio locativo.
Finora, nessuno.


Pausa caffè

- voglio farmi un tatuaggio sul braccio: "hic et nunc"
- voi credete che io ora sia sveglia, connessa, attiva: io mi sveglio alle 17.30.
- ma hic et nunc è banale..
- eppure sembri piuttosto reattiva, a tema..
- e poi vedrai che te la tatuano con caratteri gotici, tipo nazisti!
- mi aiutate a trovare un nome per il mio microfono?
- che ne dite di andare tutte insieme fuori al karaoke?
- Bongo!
- meglio se mi tatuo un geco?
- Congo?
- Pongo?
- mia figlia si è fatta tatuare una evidente decorazione sul collo, e a mio marito abbiamo raccontato che era di henné, ma dopo cinque mesi si inizia a insospettire..
- io pensavo di chiamare il mio microfono Gilberto, da Joao, adoro la bossa nova
- allora Gil.
- io al karaoke non canto nemmeno se mi minacciate fisicamente
- io non ci sono mai andata, ma vorrei farlo per una sorta di curiosità sociologica..
- ho un solo disco di Gilberto, e che palle, peró..
- nemmeno se mi utilizzate come piattello nel tiro a volo
- noooo, io adoro la bossa nova!
- ...una curiosità diciamo antropologica, che sarà soddisfatta solo se cantate tutti.
- io non canto.
- io giuro che canto per ultima.
- io per voi mi faccio la doccia.

giovedì 21 febbraio 2013

Perché?

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Ora devo per forza analizzare una questione curiosa.
Ho un lavoro che non manca mai di demoralizzarmi, per i più vari motivi. Perché ho completamente sbagliato gli studi che ho fatto, e se avessi studiato quest’altra cosa chissà. Perché i miei studi comunque non mi vengono riconosciuti dall’inquadramento contrattuale, quindi tanto valeva andare a lavorare a 19 anni, tra l’altro come hanno fatto quelli che qui mi comandano, e avere qualche anno di contributi in più così da sperare di andare in pensione almeno verso i 76. Perché orrendo vabbé, ma almeno avesse un riconoscimento economico che ci permettesse, chessò, di mangiarci una pizza ogni tanto fuori, e invece niente. Perché questo lavoro mi dà il raro privilegio di essere contemporaneamente affaticata dal troppo fare e annoiata dalla qualità del fare – dico, almeno fosse solo noioso, potrei dedicarmi, chessò, al punto croce – Perché nella vita ho sbagliato tutto e questo lavoro mi sta stretto e non ho avuto il coraggio di capirlo in tempo, e ora è tardi e la crisi, e come lo lascio un lavoro sicuro. Perché ho un kapo che non ha la minima idea di cosa stia succedendo, e, quello che è peggio, fa finta di averne un’idea precisa e agisce di conseguenza con la lucidità di un paziente di Basaglia. Perché i miei colleghi sembrano soffrire solo per le mancanze della dirigenza, per l’atmosfera non amichevole, perché siamo sempre meno, come i soldi nella busta paga, e io soffro di tutto questo ma anche del lavoro in sé.
Ecco, in questa atmosfera complessiva, perché mai l’unica cosa che mi rasserena sia pensare a Charles Bukowski?
Nemmeno mi piace tanto, Charles Bukowski. E, d’altra parte, che faccio, a che pro mi paragono a un famoso scrittore? Poi si distruggeva a bere, e io nutro un’angosciata avversione, sicuramente legata a traumi infantili (avrò rimosso una relazione tempestosa con un eroinomane?), per chi si disfa con qualsiasi additivo.
Ma immaginarlo mentre fa il mediocre impiegato in Post Office, e però poi qualcosa crea, qualcosa lascia..mi rassicura, mi solleva dall’inquietudine del tempo inutile, e breve.

domenica 10 febbraio 2013

A scuola

Due giorni di corso sulla comunicazione. Per la prima volta ho seguito un corso non "contenutistico", bensì "comportamentale", fatto di simulazioni, esercitazioni, test. Ho scoperto che il fatto che sia sempre stata scelta come confidente da molti è dovuto ad una mia esagerata propensione all'ascolto, e che invece la propensione alla comunicazione verbale lascia alquanto a desiderare, poiché, per evitare a tutti i costi i conflitti, taccio e mi defilo, fingendo di non possedere pensiero. Veicolo ogni mia capacità espressiva articolata nel canto e nella scrittura. Avere un blog che pochissimi leggono è perfetto per evitare qualsiasi contrasto, a pensarci. L'esercitazione più divertente è stata quella che aiuta a vedere la percezione che gli altri hanno di te, attraverso fervidi scambi di aggettivi per l'aula. Dopo aver analizzato lunghi elenchi pervenuti dagli altri partecipanti, alla fine gli aggettivi più usati per descrivermi dal gruppo, posto che quelli che avevo scelto io erano ansiosa, aperta e espansiva, sono stati i seguenti:
gentile
timida
e a pari merito
sicura
insicura
Perché pagare uno psicanalista?

venerdì 1 febbraio 2013

Karache?

Le colleghe, stufe della solita pizza collettiva, intendono svecchiarsi con una gita al karaoke, passatempo a mio vedere attempato, ma in questa regione tutto arriva dopo e risulta anacronisticamente nuovo, salvo poi sottrarsi all'esibizone ancora prima di decidersi ad andare. Totale destabilizzazione nel momento in cui,ingenuamente, ho osato chiedere come al karaoke si comportino con le tonalità: si sono interrotte, mi hanno osservata come se avessi chiesto quanti soldi intendano darmi per cantare, e hanno incominciato: la signora vuole cantare al madison square garden, ha sbagliato compagnie...niente da fare, non sono riuscita a argomentare a sufficienza la rilevanza del dato tonalità, lo scopriranno solo dopo aver deciso di esibirsi con un brano di Mario Biondi: allora si compirà la nemesi..

venerdì 19 ottobre 2012

Perchè tornare al lavoro?


2° giorno di ritorno dalle ferie. Inizio una mail: 

Salve, 

poi mi interrompono. Sbrigo, e torno a pensare a cosa stavo facendo. Vedo la mail, leggo: 

Salve,

e rispondo: ‘giorno.

martedì 17 luglio 2012

Ma perchè?


Nella premiata ditta hanno rinnovato la mensa. Facendone uno di quei locali colorati, pieni di piante finte, che possono ricordare il punto di ristoro di una nave, non nel senso del Titanic, ma di un traghetto qualsiasi. Dignitosa. Piena di posti a sedere, e questo è impagabile, quando tutto deve esser fatto in 18 minuti, comprensivi del tragitto.
Ma, per qualche astrusa decisione, per la volontà di oscuri dirigenti che ancora sognano di esercitare un controllo tipo Metropolis ipnotizzando schiavi via video, nella mensa hanno messo tre televisori.
Ora: già è difficile capire la presenza di un televisore in qualsiasi luogo in cui la gente sia troppa per contendersi il telecomando senza configurare il reato di strage. Inconcepibile soprattutto per me, che son di quelli che, se anche solo in due, cedono immediatamente il potere perché tanto passerebbero tutto il tempo a spiare un eventuale segno di insofferenza nel compagno di visione, per cui preferiscono non imporsi e delegare la decisione, eventualmente tagliandosi le vene per la noia in un angolo buio. Inoltre, superato il problema della scelta del programma a seguito di decisione arbitraria, perché mai qualcuno dovrebbe guardare qualcosa che non ha scelto, circondato di gente vociante e indifferente?
Se poi la televisione è sintonizzata su telenovele o fiction sconosciute, è l’apoteosi della comicità. Immagino frotte di colleghi che spengono il cellulare aziendale e scompaiono per un’ora al giorno, appassionatisi loro malgrado a “La malga dell’amore” o “Scogli d’Irlanda”, diffondendo un fenomeno di dipendenza gestibile solo attraverso l’intervento del SERT. Pagato dallo stesso datore di lavoro che ha già buttato via soldi per i 3 plasma di cui sopra, immagino.

giovedì 12 aprile 2012

Molto, molto male


La creatività subisce duri colpi dalla stanchezza e dalla fatica mentale. Ormai non mi ricordo più niente, e nemmeno quei fragili spunti di scrittura che impegnano qualche neurone sopravvivono alla giornata, e all’ansia da tastiera. Questa notte ho sognato che tutto il consiglio di Amministrazione della premiata Ditta ci radunava in una stanza, mostrando un’indignazione profonda di fronte al nostro inqualificabile comportamento: solo ometteva di dirci di cosa dovessimo vergognarci.
E poi, dopo un tempo apparentemente eterno di strigliate, ho sognato uno psicologo, che mi diceva: ragazza mia, se fai sogni come questi, sei molto male.

giovedì 1 marzo 2012

Roba difficile


Dovete sapere che il mio ufficio, nella Premiata Ditta, che di questi tempi vive lutti veri, da cui deprimente intervento del prete che ancora depreco per la folta partecipazione di giammai praticanti, che la vivevano un po’ come un rito superstizioso, una danza della pioggia ché non si sa mai, in modo a mio parere offensivo per i credenti, dicevo, non credevo stesse vivendo anche un lutto burocratico. Da un anno ormai è andato in pensione un glorioso collega sordomuto,  che, a seguito di un ictus, doveva limitarsi, con grande solerzia, a inviare quotidianamente decine di fax, e ad archiviarne il risultato. La sua presenza ci sollevava da un lavoro lungo e noioso, e grande era la nostra gratitudine, ma mai avremmo creduto di essere in procinto di perdere una persona insostituibile munita di mansionario dirigenziale.

Dopo di lui in tre si sono succeduti o accavallati in questa attività. Bene: decine di fax vengono messi via con ricevuta, regolarmente pinzata dietro, che riporta: “non risponde”, o “occupato” o “invio non riuscito”, cosa che si scopre puntualmente al momento del sollecito ai fornitori, che dichiarano di non avere mai ricevuto niente. Alcuni vengono pinzati con la ricevuta di altri fax, altri vengono messi insieme a mazzi di cinque, con in fondo la ricevuta di un sesto. Altri, sparsi, vengono periodicamente trovati in sala mensa, forse in un disperato tentativo di fuga. L’archivio, poi, segue la numerazione di qualche paese che non utilizza il sistema indo-arabico, e non è raro trovare una serie di questo tipo: 22, 23, 20, 19, 100, 99, 98. Tutto questo senza che i colleghi rivelino alcun imbarazzo, alcun senso di colpa. Questo è il loro meglio. Dunque, perché tenere a freno la creatività? Perché non archiviare origami a forma di rane e “paradiso inferno”, dopo aver tentato di allegarli ad una e-mail introducendoli in un foro praticato nel monitor del pc?

mercoledì 8 febbraio 2012

E non ditemi: ma cosa ti stupisce?


Ora, io so che esiste l’abuso di potere. Ho visto come per volere del potente si piazzino i parenti in posti chiave, in lunghe liste d’attesa una prenotazione possa essere considerata per prima senza averne titolo, o perfino come per un capriccio scoppi una guerra con effetti devastanti.
Ma, evitando di parlare di educazione o morale, l’arroganza del potente nella più becera quotidianità, il comportamento di chi preferisce esercitare la boria modello vassallo-valvassino-valvassore all’eleganza che si addirebbe al completo Caraceni che indossa, quella è veramente deprimente.
In mensa aziendale, l’amministratore delegato ci ha fatti alzare da un tavolo duramente conquistato, dicendo che tanto, ad un altro tavolo con spazi vuoti tra sconosciuti, ci saremmo stati bene, in quattro. Peccato che loro erano in tre.

domenica 22 gennaio 2012

Lo scagnozzo

Ebbene: è assodato che faccio un lavoro che non mi piace da qualsiasi lato lo guardi; che non ha niente a che fare coi miei studi, nemmeno lo stipendio; sotto un grande kapo che potrei raccomandare a qualcuno solo per odio infinito, e tanti kapetti leccaculo che distruggono i nostri tentativi di portare avanti la premiata ditta.
I lati positivi sono:
-    il lavoro. Pare che sia merce rara, e dunque zitta e mucci.
-    La porta del mio ufficio: ha una vetrata smerigliata che mi permette di scrutare le ombre dei passaggi, e il blazer nero che si avvicina pericolosamente alla maniglia; inoltre si chiude.
Il delirio supremo è quando il Marchese decide di portarmi con sé nelle sue strane peregrinazioni. Non so cosa lo spinga, e raramente lo scopro nel corso dell’esperienza. Non mi rende mai edotta dei termini della questione, con esilaranti effetti quando sono chiamata a stenderne un verbale senza conoscere nemmeno i partecipanti, e poi, curiosamente, pretende che io alimenti le mie conoscenze su materie che non mi vengono nemmeno illustrate. Provando sentimenti di grande delusione al momento di valutare la mia perspicacia.
La scena si sviluppa solitamente in questo modo: il Marchese, altri kapi di maggiore o minore importanza, i quadri, e io. Quando siamo per strada o nei corridoi mi sento come una bambina trascinata in giro da zii distratti, che parlano di cose da grandi guardandosi complici nell’utilizzare metafore di parole sporche, per non arrivare alle orecchie della piccola.
Quando siamo seduti in riunione mi sento invece il corpulento scagnozzo del boss mafioso, che siede leggermente discosto dal gruppo, con lo sguardo spento di chi è lì in virtù dello scarso comprendonio e dell’abilità con la mitraglietta. Ad un cenno della mano, mi alzo, mi libero della mitraglietta e torno bambina, a trotterellare dietro al gruppo di eletti fino in ufficio, sperando di arrivare in tempo per i cartoni animati.