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venerdì 9 giugno 2023

Una storia americana

Mi piacciono tanto, mi incuriosiscono e mi interessano, le cose, le persone, le creature differenti. Differenti dalla cosiddetta norma, ossia da quello a cui siamo abituati, per dimensione, colore, reazioni agli eventi, modo di pensare.
Per esempio, mi affascinava l'enorme sedia costruita dagli artigiani per qualificare il distretto della sedia e del mobile in regione, che appariva improvvisamente al viaggiatore al lato della strada, così fuori misura che pareva giungesse a breve anche Polifemo, col suo pugno di marinai per cena. 

Ora, non voglio paragonare un intero popolo a un enorme manufatto e odio le generalizzazioni, ben conscia che le differenze individuali, o collettive, abbiano vitale importanza, ma ogni volta che leggo qualcosa sul modo di pensare degli statunitensi non posso fare a meno di restare basita, per l'immenso solco di pensiero, principi e ideali che ci separa; impaurita dal fatto che nel mondo attuale abbiano una posizione così preminente pur con caratteristiche collettive che non esito a definire frequentemente infantili; affascinata dall'immensa loro differenza dalla "norma" che contraddistingue il mio essere, in senso geografico, politico, storico. 

Francesco Costa, che ormai è parte integrante delle mie giornate con il suo podcast Morning, rassegna stampa acuta e intelligente che tiene sveglio il pensiero critico, in questo libro parla delle storie di Joe Biden e Kamala Harris, poco dopo l'elezione di entrambi alla guida degli USA. Ne descrive le carriere, le cadute, le difficoltà, insomma, il percorso che ha portato entrambi, per lo meno, a liberare il mondo dal folle Trumpismo. 

L'abolizione della schiavitù in America, ai tempi di Via col vento (che con quell'abile narrazione hollywoodiana, se ti distrai, ti fa ritrovare sudista), non ha avuto altro significato che queste parole: "abolizione della schiavitù". Insomma, lo stesso rilievo puramente formale della carta costituzionale americana, che proclama l'uguaglianza di tutti gli uomini, calpestandola poi costantemente. I bianchi, che fino a quel momento facevano dei neri un proprio feticistico possesso, all'improvviso ebbero il solo scopo di allontanarli dalle proprie vite, dalle proprie case, dai propri lavori, dalle proprie opportunità. E ci riuscirono per decenni, attraverso, in particolare, lo sviluppo urbano, che favoriva sistematicamente la segregazione, suddividendo il territorio del Paese in zone in cui il governo consigliava di investire (invitando le banche a fare credito a privati e imprese) e altre in cui ogni investimento era disincentivato, sempre quelle abitate dagli afroamericani - un'operazione definita redlining
Le conseguenze principali furono che agli afroamericani venne impedito di accumulare ricchezza e di frequentare le scuole per i bianchi (quindi le università, quindi i lavori migliori). Anche le tangenziali, le autostrade, che conducevano i bianchi al lavoro dalle loro villette suburbane, vennero costruite secondo percorsi che contribuissero a isolare le comunità nere - a costo di avere forme illogiche sul piano urbanistico, che comportano tuttora frequentissimi ingorghi anche in superstrade da 14 corsie; il sistema degli autobus veniva a sua volta organizzato in modo da escludere: per tenere i neri lontani da una data zona era sufficiente non prevedere fermate dei mezzi pubblici (utilizzati quasi solo da loro, in quanto poveri) o costruire un ponte così basso che il bus non potesse passarci sotto. 
Negli anni si tentò qualche norma correttiva, tra cui il cosiddetto busing, che cercava di mitigare la segregazione urbanistica istituendo uno scambio scolastico tra neri e bianchi tramite scuolabus che percorrevano quotidianamente decine di chilometri. I mezzi che trasportavano i bambini neri nelle scuole bianche venivano spessissimo danneggiati, presi a sassate, e i ragazzi accolti tra sputi e insulti. Le amministrazioni locali spesso accettavano di accogliere i bambini a norma di legge solo se costrette dai tribunali. I genitori, a loro volta, non potevano opporsi, e dunque scegliere dove mandare a scuola i propri figli. 
Biden, da giovane politico, si opponeva al busing, pensando che l'integrazione urbanistica fosse di gran lunga la strada migliore per eliminare la segregazione razziale e credendo in buona fede che questo tipo di coercizione non avrebbe risolto molto. Per questo attirò critiche feroci, nel tempo, dato che questa sua posizione lo schierava accanto a politici razzisti e reazionari che con le sue convinzioni non avevano nulla a che fare. 

Kamala Harris, intanto, era figlia del busing, a Oakland, dove ogni mattina percorreva chilometri per raggiungere una scuola "bianca" altrimenti negata ai residenti del suo quartiere. 

Nei quarantotto anni che separano la sua prima elezione in Senato da quella a presidente degli Stati Uniti, Biden è stato tra i parlamentari più influenti, ma contemporaneamente meno abbienti, non volendo mai svolgere altre professioni o monetizzare altrimenti la sua fama; ha seguito progetti considerati da chiunque impossibili; ha compiuto errori banali e subito dolori terribili; ha lavorato da persona equilibrata, senza essere mai estremista o demagogo; ha sempre cercato di sedare i conflitti, cercando nel compromesso la via del progresso; ha dovuto naturalmente giustificare decenni di scelte ad ogni occasione elettorale. 
Dall'autobus che ogni giorno la portava fuori dal suo mondo, la Harris, convinta di voler tentare di cambiare il sistema dall'interno, pur accettandone lentezze e contraddizioni, divenne la prima donna e persona nera a essere eletta procuratrice generale in California. 

Le carriere dei due protagonisti del libro si incrociano per i decenni successivi, attraverso grandi vittorie e grandi cadute, fino all'incontro nelle elezioni presidenziali più recenti.
"Il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono. Quindi bisogna guardare al passato, per capire il futuro".

giovedì 1 giugno 2023

Il conte Attilio

Inizio con un'ammissione: ho molto amato i Promessi sposi. Certo, come tutti, non negli anni in cui ti costringono a studiarlo come fossero formule chimiche "sottolinea tutti in casi in cui don Abbondio si serve di complementi predicativi dell'oggetto, pur inconsciamente"; "in quale capitolo l'autore utilizza l'analessi?"; "confronta l'addio ai monti di Lucia con l'addio di Renzo al Ducato, fai un collegamento con l'addio di 'Ntoni del Verga e poi ipotizza un tuo personale addio a Cavalicco". Un addio a tutti i Santi, ti si formula nel cavo orale, e non trovi il tempo, e la forza, di amare niente.

L'ho iniziato ad apprezzare quando ho capito che la mia felicità letteraria trova completa realizzazione nel romanzo dell'Ottocento, con picchi inarrivabili di passione per quello inglese e rapporti aspri e altalenanti con quello russo (se qualcuno mai volesse approfondire, troverà qui un'estensione del mio pensiero). Il romanzo inglese dell'Ottocento è per me come una consolante tazza di cioccolata, quando fuori piove e dentro anche, ma senza le calorie. Dicevo, dunque, che quando ho focalizzato il centro del mio amore nella creatura ottocentesca, di carta eppur viva, mio padre, tra l'altro insegnante di lettere che, ci scommetterei, non ha mai costretto don Abbondio a contare i predicativi, mi ha consigliato di rileggere i Promessi sposi e acciderba, è un lavoro coi fiocchi.

Tutto questo per spiegare qualcosa che ora non saprò spiegare: perché diavolo mi sono messa a leggere un prequel attuale dei Promessi sposi? Non è che per ribadire il mio assoluto amore per Cent'anni di solitudine ( e daje coi link autoreferenziali) ora sentirò il bisogno di leggere "Verso Macondo. L'epopea degli Aureliani prima dei Jose Arcadi"? Però avevo bisogno di consolazione, in un periodo piuttosto nervoso e impegnato. E quindi ho pensato che cappa, spada, nobile irrazionale orgoglio e città fetide fossero l'ideale. 

Il conte Attilio, nei Promessi sposi, è una figura assolutamente marginale, pur con una sua rilevanza, dato che, da cugino di don Rodrigo, avvia l'azione del romanzo scommettendo con lui sulla conquista di Lucia. Il Manzoni non lo tratta approfonditamente, lasciando così a Paglieri tutta la libertà di immaginare le caratteristiche del personaggio e la sua storia precedente. E' un nobile cadetto, soldato coraggioso e ricco di iniziativa, che nel 1627 torna dalla guerra, sia per salvare la sorella dal convento in cui il fratello primogenito l'aveva relegata, sia per tentare, da patriota, di riportare Milano a essere una capitale libera dal dominio opprimente degli spagnoli. 
L'autore, intervistato, ha spiegato che il grande vantaggio della scelta del romanzo storico è la possibilità, per chi lo scrive, di studiare per un paio d'anni il mondo dell'epoca, in modo da poter essere accurato, e la possibilità, per chi lo legge, di gettarsi in un'avventura con tutti i tòpoi del genere, imbattibili nell'insegnare roba divertendo nel contempo. Interessante il fatto che Mazoni si sia ispirato, per don Rodrigo, a un componente della famiglia Arrigoni, realmente esistita, che nel Seicento era immersa in una faida perpetua con la famiglia Manzoni, il cui illustre discendente, dunque, non si contiene nel disegnarne i membri come malvagi. 
Paglieri riconosce invece a questi personaggi umanità e generosità, approfittando forse anche della complessità psicologica che ci hanno regalato i secoli trascorsi tra la scrittura di allora e quella di oggi, e prova a guardare dalla parte opposta. 

mercoledì 24 maggio 2023

La canzone di Achille

In questi mesi sento come un bisogno di Achei. Qualche tempo fa ho letto l'Odissea,  proprio durante un viaggio a Ischia, imbattendomi nello scoglio che si dice rappresenti la nave dei Feaci, pietrificata da Poseidone, offeso perché avevano aiutato Ulisse a tornare a casa. Avere il libro in mano e la roccia davanti, per quanto, ne sono consapevole, sia solo uno scoglio, ha il suo impatto emotivo. 

E ora ho letto La canzone di Achille, che ripercorre l'Iliade (utilizzando come fonti anche l'Odissea e poi Virgilio, Ovidio Sofocle, Euripide, Eschilo, tra gli altri) per raccontare, dalla parte di Patroclo, la propria vita e quella del Pelide fino alla morte sotto le mura di Troia. Queste operazioni non sono universalmente condivise: i puristi odiano le commistioni tra capolavori storici e interventi attuali, considerandoli forzature al pari dell'antropomorfizzazione delle bestie nei documentari ammiccanti; una recensione del New York Times al tempo dell'uscita concludeva che questo libro avesse la testa di un romanzo per giovani adulti, il corpo dell'Iliade e i quarti posteriori di un Harmony. Io invece, se ben fatti, questi interventi li apprezzo, anche perché aiutano a sentire come tremendamente umane, e terribilmente personali, vicende che, studiate a scuola in malo modo, risultano addirittura prive di spessore, mentre ne sono colme. E soprattutto invogliano a riprendere l'originale con ben altra consapevolezza.

L’ha scritto Madeline Miller, scrittrice e docente statunitense, impiegandoci molti anni, dopo essere stata folgorata dalla descrizione di Omero del dolore e della rabbia di Achille per la perdita del compagno, che per il resto, nell'ambito dell'opera, rimane un personaggio secondario. Cercando di elaborare una sorta di tessuto connettivo tra le ossa imbastite da Omero, narra l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza dei due protagonisti fino al tragico epilogo. 

Fossero o meno amanti, Omero non lo dice chiaramente. Lo accennano altre fonti (Eschilo, Platone), ma a un certo punto, sticazzi. L'importante è la connessione intima tra i due uomini, la comprensione profonda, i diversi ruoli a cui sono destinati, il protagonismo, il bisogno di immortalità che vanifica l'anelito alla purezza; l'orgoglio cieco e la generosità; il mondo che trascina verso un destino che forse avrebbe potuto essere messo in discussione a favore della felicità, ma appare come ineluttabile. Il dolore, immenso, della perdita, pur attesa come inevitabile. Insomma, la modernità di quegli uomini o la nostra vecchiezza; il fatto che restiamo sempre quelli, immobili nelle nostre meschinità e nei nostri slanci. Lontani tra noi, nel tempo o nello spazio, resta tutto uguale, anche quello che ci fa ridere e piangere. 


 

giovedì 18 maggio 2023

Homo deus. Breve storia del futuro

 


Un romanzetto da niente, praticamente. Una cosuccia da 560 pagine, trasformate nel mio kindle in numeri random dal significato sconosciuto ("posizione 7643". Boh).

Mi ero innamorata del suo precedente Sapiens. Da animali a dei, qualche tempo fa. Si occupava della storia dell'umanità, e non facevo che citarlo ovunque, per il terrore di chi mi incontrava. Questo secondo volume, che si occupa del futuro, dà invece le vertigini.

Si apre con questa considerazione: per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre (sempre in termini ampi, diciamo, per cui è più facile oggi morire di troppi hamburger che trafitti da lance) e l'uomo, ora, mira ad elevarsi al rango di divinità, attraverso la ricerca della felicità eterna e dell'immortalità. In questo modo, però, attraverso robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica, l'essere umano rischia di rendere superfluo se stesso. 

Capirete che, non riuscirò mai a descrivere e motivare una tesi così corposa; sarò costretta a sorvolare su tantissime considerazioni che ho trovato davvero interessanti e lucide, e probabilmente non riuscirò a creare un flusso di informazioni perfettamente incastrate l'una nell'altra e consequenziali; ma se si dovessi illustrare 560 pagine in un post di 200, credo che a tutti converrebbe rivolgersi direttamente al libro. Cosa che comunque consiglio caldamente. 

La rivoluzione agricola ha messo a tacere gli animali e le piante, subordinandoli completamente all'uomo e al suo personale dialogo con gli dei. La rivoluzione scientifica ha tolto di mezzo anche gli dei, creando una sorta di one-man show sulla terra, un monologo senza patti con nessun altra creatura e senza alcun obbligo. Per mantenere se stesso al centro, l'uomo ha sempre creato quella che viene definita una rete di significato, che si ottiene quando molti individui intrecciano insieme una ragnatela di storie (ad esempio il valore della carta che compone il denaro, il digiuno religioso, l'andare a votare, i segnali stradali). Una rete che ha valore unicamente perché la mia famiglia, i miei vicini e magari anche quelli lontani, pensano come me che abbia un senso. Nella storia, questa rete di significato si disfa di continuo e un'altra ne viene tessuta. Ciò che è più importante in un momento storico può essere totalmente irrilevante per i discendenti di quegli uomini. 

Attualmente gli abitanti della Terra vivono in modo vorticoso una realtà che sono diventati incapaci di interpretare. Non si riesce a tirare il freno di questo viaggio verso l'ignoto, perché da una parte nessuno, al momento, può essere esperto di tutti i campi del sapere attuale, nessuno può recepire tutte le scoperte scientifiche, o prevedere l'assetto dell'economia globale tra qualche anno. Per questo la politica, nel XXI secolo, risulta priva di grandi visioni, si limita ad amministrare, non a guidare, non potendo elaborare in modo sufficientemente rapido ed efficiente questa montagna di dati che ci circonda. Capire il significato di un mondo in cui millenari pregiudizi sono stati spazzati via e le nuove strutture diventano antiquate prima ancora che possano cristallizzarsi è oltre le nostre umane possibilità. Abitiamo un mondo caotico in cui però la tensione costante, individuale e collettiva, è quella di evitare che nessuno si ritiri dalla competizione. Il postulato è quello che la crescita sia l'unica fonte di successo, e la stagnazione l'inferno. Nessuna istituzione combatte più per moderare i desideri e l'avidità individuali e mantenerli in una specie di equilibrio, come si viveva un tempo, in cui si considerava di stare dentro a una torta di dimensioni fisse. E anche se potessimo tirare il freno, di questo viaggio vorticoso, il nostro sistema economico collasserebbe, perché necessita di crescita costante per sopravvivere. Un'economia che si regge sulla crescita infinita ha bisogno di progetti infiniti. 

Nel mondo scientifico, in particolare nelle sue due discipline madri, l'informatica e la biologia, si è sviluppato il datismo. Sostiene che l'universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all'elaborazione dei dati. I dati, che finora erano il primo passo nella catena dell'attività intellettuale (da questi si distillavano le informazioni, da queste la conoscenza e da quest'ultima la saggezza), ora sono l'inizio, e l'elaborazione di questi è il fine ultimo. La storia della specie umana può essere interpretata come un unico sistema di elaborazione di dati verso il miglioramento dell'efficienza, attraverso l'aumento dei processori (da minime comunità al web) e delle loro connessioni (rete commerciale), attraverso l'aumento della libertà di movimento, sviluppati in diverse epoche. La biologia, ad esempio, ha scoperchiato il mondo del libero arbitrio, come un'altra mera credenza. Se gli uomini fossero liberi, come potrebbero essere forgiati dalla selezione naturale? E se siamo fatti di algoritmi, noi, come il resto delle entità sulla Terra, non possiamo scegliere quelli che ci sembrano i nostri desideri più profondi (gli scanner cerebrali moderni possono prevedere i nostri desideri prima che ne siamo consapevoli). Quello che sembra una nostra scelta è una reazione biochimica a catena che solo ex post si visualizza nella mente come un desiderio. Noi sentiamo i nostri desideri, non li scegliamo. L'essere umano, come sempre nella sua storia, si difende attraverso due grandi capacità: quella della auto narrazione e quella della dissonanza cognitiva. Ci concediamo di credere a una cosa quando siamo in un laboratorio e tutt'altra quando siamo in tribunale o in parlamento. Infatti, quando uscì L'origine della specie, non si è smesso di andare a messa, lasciando tranquillamente convivere dottrine contrastanti. Ma in quest'epoca c'è qualcosa di profondamente diverso: questo nostro dualismo, fondamentale per sostenere la nostra auto narrazione, è minacciato dalle tecnologie, non più dalla filosofia di pochi. Tutti i congegni di cui ci stiamo circondando non ammettono il libero arbitrio e per noi sarà un cambiamento mai visto prima. Perché se nei film di fantascienza si dà sempre per scontato che i computer debbano munirsi di coscienza per superare l'intelligenza umana, nella realtà possono assolutamente prescinderne e creare un percorso diverso e più veloce verso una super intelligenza che possa fare a meno di noi, o per lo meno di quelli di noi che, per scarso accesso alle conoscenze e per censo, non riescano a diventare "uomini potenziati" in grado di gestire un mondo completamente nuovo. 

In breve, l'autore ci spinge e rivolgere la nostra attenzione verso questi processi che si stanno interconnettendo: 
- la scienza converge verso un dogma omnicomprensivo che sostiene che gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo di elaborazione di dati.
- L'intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza.
- Algoritmi non coscienti, ma estremamente intelligenti, potranno a breve conoscerci meglio di come conosciamo noi stessi.
Questi processi possono essere contestati, ma avranno sicuramente un rilievo serio nel destino dell'umanità, e dovranno essere presi in considerazione nell'immaginare il nostro futuro. 

Harari è uno storico. In questo libro non trova una soluzione. Cerca di collaborare a una più approfondita comprensione della realtà attuale. 
E, da storico, cerca di dirci che imparare la storia non serve a prevedere il futuro, ma a liberarsi del passato e immaginare destini alternativi. Non saremo mai del tutto liberi dai condizionamenti della nostra storia, ma meglio una libertà parziale che nessuna libertà. 



lunedì 8 maggio 2023

No sleep till er premio


C'è un modo di essere che mi attira infinitamente, da sempre. O meglio, non che sia una qualità sufficiente da sola a riparare ogni mancanza in altri settori, ma ho sempre ritenuto costituisse una marcia in più: la ritrosia. La totale mancanza di sopravvalutazione di sé, che, unita a una spiccata intelligenza, porta a una visione lucida, priva di sovrastrutture inutili, delle cose del mondo.

Alla Troisi, per capirci. Che accarezzava la realtà, non volendo danneggiare niente di quello che sulla terra valga la pena di esistere, ma abbattendo muri di stupidità con fare casuale. 

E un altro di questi è Zerocalcare, che sabato è stato premiato dalla giuria del Premio letterario internazionale Tiziano Terzani per il suo " No sleep till Shengal", dalle mani di Angela Staude Terzani. Nel consegnargli il riconoscimento, la signora Terzani ha raccontato del sogno del marito, che immaginava un'isola fatta di poeti che avrebbero vegliato e mantenuto vivi i veri valori e lo ha paragonato a uno di quei poeti. Zerocalcare era paonazzo, e a momenti viola, per la costante sensazione di inadeguatezza che lo permea, tanto più davanti a riconoscimenti rilevanti come questo e supplicava il presentatore con gli occhi affinché mettesse fine ai commossi applausi del pubblico, in una costante incredulità che una platea sempre più vasta lo consideri uno dei propri riferimenti intellettuali. Quando Marino Sinibaldi gli ha chiesto "Ma perché tu passi ogni volta, a ogni incontro con il pubblico, innumerevoli ore a fare disegnetti su misura per la gente?" ha risposto pressappoco: "P'espià. Io ho molti amici più svegli de me, e quando mi dicono che me devono intervistà su un argomento io vado da loro, che lavorano ar supermercato, a 'mpilà cose sugli scaffali, e gli chiedo che je devo dì, in questa intervista. Ma nessuno di questi amici miei sarà mai intervistato. E il fatto che qua ci sono io, in mezzo agli allori, fa sì che allora devo fa' capire alla gente che anche io vivo de merda, a fà disegnetti per tredici ore". 

Però quando gli hanno chiesto di parlare del popolo degli Ezidi, comunità isolata nel nord dell'Iraq, che ha subito un genocidio nel 2014, poi stupri, rapimenti e che ora tenta, in un pugno di superstiti, di costruire il confederalismo democratico sulle orme dei curdi, ostacolato da ogni parte, da ogni governo che lo circonda, che attacca in modo subdolo e violento, lì non c'era più spazio per la ritrosia, per l'ironia mite  e nichilista di quando parlano della sua persona. Ha sottolineato quanto sia strano, che un popolo che vive costantemente pressato dalla violenza, dalla paura e dagli scarsissimi approvvigionamenti, tenti pervicacemente di creare qualcosa di bello, importante, diverso, per essere protagonista del proprio vivere nel mondo. Invece noi, senza reali pericoli imminenti (se non quello provocato dai nostri stessi comportamenti, n.d.r.), senza alcun problema di ricevere quanto è necessario (e superfluo) per la quotidianità, passiamo il tempo a creare esclusivamente strutture indirizzate alla sopravvivenza, alla sicurezza, all'isolamento e alla difesa, spaventati da ogni cosa, da una Terra che si disegna perpetuamente in forma di minaccia. 

Gli ezidi, e altri popoli come loro, immaginano un futuro costruttivo attraverso bombe, crolli e strade desolate. Noi, pieni di tecnologiche infrastrutture, di tempo e di comodità, non sappiamo andare oltre al fallimento dell'illusione moderna dell'uomo che piega tutto al suo volere e siamo paralizzati in un clima di desolata auto protezione, priva di qualsiasi visione.

"Poi, oh, se tu ti ritieni un rivoluzionario dimmelo, eh. Che ti faccio cambià il dosaggio delle goccette".
"Ma figurati. So' scemo sì, ma morigerato. Io non so' coraggioso. Manco troppo svejo. Zero intuitivo. Sensibile bleaahschifo. Però ho imparato a fa' una cosa nella vita. Una sola. A scegliermi bene le persone che voglio vicino a me. Più coraggiose, sveje, intuitive e sensibili di me. Che sanno come costringermi a stare nei posti in cui bisogna stare. E in cui anche uno come me può portare il suo mattoncino".

lunedì 24 aprile 2023

Bignami critico

Dunque qui si parla di un blog che tratta delle pagine che leggo, oltre a quelle che vivo: l’ho letto nell’intestazione, e tocca recuperarle, quelle pagine. Almeno dall’inizio dell’anno. 
Ho due possibilità: 
1) fare una foto dei libri, tutti impilati, scrivendo uno scarno voto, dall’alto al basso, senza alcuna motivazione, come fa Cattelan (per lo meno prima di fondare una personale casa editrice).
Chissà cosa pensa un romanziere, al riguardo. Se trovi più doloroso essere stroncato nel dettaglio o così, come per un tema scritto per forza in seconda liceo.
1°. 5
2°. 8
3°. 7
E così via. Ma questa soluzione comporta un problema serio, dovuto al mio leggere eBook. La fotografia dei libri impilati ne sarebbe gravemente compromessa.

2) soffermarmi solo su quelli che abbiano riscosso la mia incondizionata stima. Devo dire che questo inizio anno non è stato fortunato, sul piano letterario. Ho letto cose appena decenti e perfino qualcosa di improponibile. Ho perfino esercitato il terzo diritto di Pennac, quello di non finire un libro, che uso con molta parsimonia, sentendo sempre quel sordo senso di colpa di colei che ha fallito, come se tutte le parole scritte al mondo avessero lo stesso rilievo e fossi io a non coglierlo. Diciamo che è stato solo un pugno di libri, a risvegliare le mie interiora e farmi scricchiolare le ossa: tre su undici.

Tara Westover, L’educazione. L’incredibile vita, dalla sottomissione al riscatto, di una ragazza di famiglia mormona sui monti dell’Idaho. La fede cieca del padre (che non si esclude sia anche bipolare, e questo fa riflettere su come il fanatismo si intrecci con la malattia mentale rendendo “accettabile” un pensiero completamente squilibrato) diventa crudeltà, rigidità, mancanza di pietà per i suoi stessi figli. Il complottismo paterno impedisce loro di andare a scuola, li trascina in lavori pericolosissimi, vieta le cure ospedaliere, e soprattutto è così totalizzante da far sentire i figli ingrati e sbagliati, se non accettano incondizionatamente questi soprusi come volontà di Dio. Quello che più mi ha colpita, di questa storia realmente vissuta dalla protagonista, è stata la narrazione distaccata, quasi serena e rassegnata, della griglia di violenze e bugie in cui è cresciuta, che rende il racconto ancora più vero e terribile. 

Mario Calabresi, Quello che non ti dicono. Calabresi torna a indagare un periodo che si era ripromesso di non frequentare mai più, dopo il libro autobiografico per il quale aveva analizzato e studiato lungamente gli anni di piombo. Invece, a causa di un insieme di eventi molto singolare, ci ritorna, per raccontare l’assassinio di Carlo Saronio, nel 1975. A chiedergli di farlo sono la figlia e il nipote di Carlo, all’epoca bambini (la figlia è nata otto mesi dopo, non conoscerà mai il padre), per rompere il muro di silenzio che l’intera famiglia ha costruito, incapace di metabolizzare quanto è successo, e forse l’epoca intera. Calabresi decide di aiutarli e ricostruisce la vita di questo ragazzo della Milano bene, pieno di ideali di giustizia sociale e di sensi di colpa per la sua condizione di privilegiato, che proprio per questo si fa coinvolgere in situazioni che non fanno che distoglierlo dalla missione della sua vita, incastrandolo nella violenza con cui molti identificavano l'unica soluzione. E, alla fine, portandolo anche alla morte, per mano di un sedicente amico. Un doveroso viaggio in un'epoca i cui echi ancora ci riguardano tutti, anche inconsapevolmente. Tanto vale esserne un po' più consapevoli. 

Ian Leslie, Bugiardi nati. Perché non possiamo vivere senza mentire. L'autore scandaglia le bugie, la loro storia, le loro motivazioni, le loro funzioni. D'altra parte, tra i comandamenti, o imperativi morali condivisi, se preferiamo, non dire falsa testimonianza è l'unico che tutti violiamo regolarmente, e con entusiasmo, basti pensare a "che bel regalo, grazie!", per quieto vivere, per non irritare o dispiacere, o per le buone maniere che impariamo già nella prima infanzia. L'autore illustra nel suo studio come mentire, tendenza umana universale, sia stato tra i motori evolutivi della specie; che i grandi bugiardi sono grandi decifratori del comportamento umano; che dire bugie non è una patologia o una stortura da eliminare, ma un aspetto fondamentale della nostra natura, della complessità intellettuale dell'essere umano; che ingannare sé stessi sulle proprie capacità è il comportamento abituale di coloro che avranno più successo nel lavoro, una salute più solida e rapporti più sereni, come tra l'altro dice George Bernard Shaw: "Le persone ragionevoli si adattano al mondo, le persone irragionevoli tentano di adattare il mondo a sé. Tutto il progresso, dunque, dipende dalle persone irragionevoli". 
Una parte molto divertente del libro è quella in cui Leslie si sofferma sull'effetto placebo e su molti studi scientifici sull'argomento. A un certo punto parla del colore delle pillole somministrate per diverse malattie. Pare che, a parità di principio attivo (o perfino in assenza dello stesso), il colore incida sulla potenzialità di guarigione del farmaco, come tra l'altro la dimensione, la frequenza di assunzione e il costo, in base alla tipologia di malattia. Per esempio, la depressione si cura più efficacemente con le pillole gialle. L'ansia con quelle verdi. I dolori dell'ulcera con quelle bianche. L'insonnia con le pillole azzurre, ma con una sconcertante eccezione. In Italia, unico caso al mondo, esiste una fondamentale differenza di genere: le donne trovano molto giovamento nelle pillole azzurre, per gli uomini invece queste tendono a funzionare meno rispetto a quelle di altri colori. L'ipotesi (solo formulata, non dimostrata) fornita dagli autori di uno di questi studi è che essendo azzurro il colore delle varie nazionali sportive, questo non induca il sonno nei maschi italiani, ma più probabilmente eccitazione e predisposizione al tifo. Non so se invece vi sia un collegamento con il Viagra, ma dovrebbe riguardare anche maschi di altre nazioni. Mi auguro. 

lunedì 19 dicembre 2016

Senza nome

Curiosissimo, un titolo così, per un romanzo del 1862. Contiene due elementi che per la mia indole sono un binomio vincente: Inghilterra e Ottocento.
Se poi aggiungiamo Wilkie Collins, confezioniamo un pacchetto che è la mia garanzia di godimento assoluto. L'uomo, all'epoca, ha lasciato senza fiato migliaia di lettori del romanzo, pubblicato a puntate su una rivista, e ora ha lasciato me in un duraturo stato di benessere, lungo le ottocento pagine del romanzo. Numero di cui non avevo preso atto, dato che la lettura in formato ebook elimina completamente la senzazione della consistenza del libro, di peso e pagine, se non per percentuali, che non catturano a sufficienza l'attenzione. 
Mi interrogo sempre sul mio legame con l'epoca e il contesto. Non so se abbia a che fare con il fascino della trama, o con la curiosa abitudine delle protagoniste femminili di risolvere nel deliquio il sopravvenire delle difficoltà, virtù delicata che così spesso vorrei possedere, quando invece ogni colpo inferto dalla vita mi vede fastidiosamente e dolorosamente sana. Ma sicuramente subisco una totale fascinazione per come, nell'intricata accozzaglia di avventure sofferenti, poi tutto trova il modo di sistemarsi, di ricondursi al giusto e al buono, ad una qualche forma di felicità.



sabato 26 novembre 2016

Notti in bianco, baci a colazione

Non so che faccia possa avere l'editor che ha suggerito questo titolo. O forse l'ha fatto lo stesso Bussola, dopo alcune notti passate con la figlia minore febbricitante sullo stomaco. Roba che ci si avvicina al libraio per conoscerne la collocazione, dopo aver cercato disperatamente di far da sè, e si sussurra il titolo come si confida al farmacista di avere le creste di gallo (se poi il farmacista ti guarda in testa e dice: Non mi pare, beh, quella è un'altra storia).
Ed è vero che questo libro viene da un blog, e la cosa un po' si sente e un po' lo limita.
Ma mi è piaciuto, mi ha fatta ridere con la voce: "ah ah ah", e perfino piangere in un paio di casi. Condivido ciò che pensa, tanto da sentirlo un po' mio, capisco a fondo molte sue posizioni, e non mi sono annoiata mai. Un po' di invidia per la lucida consapevolezza dell'importanza del ruolo paterno, quando io mi sento ancora incapace di riconoscere appieno la bellezza del tempo che non tornerà nella vita di un genitore. 


giovedì 24 novembre 2016

Una spola di filo blu

Ehm. Sarò breve. Disse estraendo un fascicolo di 98 pagine da sotto l'ascella. 
Davvero non so che dire. Sto cercando invano qualcosa da dire. Sto...
Ann Tyler mi piace. Turista per caso l'adoro. Ma qui non rimane molto, e non so davvero quale sia il problema. I personaggi sono come di consueto delineati con acume, le situazioni non annoiano, ho proseguito la lettura fino alla fine con sufficiente curiosità. Ma senza innamorarmi e senza avere il bisogno di ripensarci alla fine.
Unico momento che mi ha particolarmente colpita: la madre di famiglia che descrive a una ragazza la sua storia matrimoniale come il frutto di un colpo di fulmine reciproco e di un amore infinito e immutato nelle decine di anni trascorsi. E poi, in un capitolo successivo, si racconta la storia effettiva, e si scopre che il marito, in realtà, non l'ha amata un solo giorno, ed è passato da curiosità sessuale, a disinteresse a odio assoluto, ad affettuosa rassegnazione. Per tutte quelle decine di anni. Fa mancare il fiato.

una valanga, o tante piccole pietre per ritrovare il sentiero?

Un amico, appollaiato tra i quattro libri iniziati contemporanea, aperti su poltrone e comodino, che lo attendono truci pretendendo la parola, mi ha scritto che l'enorme quantità di libri tra cui scegliere può creare una sorta di panico da prestazione, nella consapevolezza dell'impossibilità di affrontare l'intera umana produzione, e dunque della fallibilità nella scelta di quali libri affrontare e quali escludere o rimandare. 
Mi è venuto in mente Troisi, in Le vie del Signore... "Io non leggo mai, non leggo libri, cose... pecché che comincio a leggere mo' che so' grande? Che i libri so' milioni, milioni, non li raggiungo mai, capito? pecché io so' uno a leggere, là so' milioni a scrivere (...)"
E' successo anche a me, in passato. Ma poi mi sono ribellata. E' come guardare un frigo pieno angosciati dagli yogurt in scadenza, oppure entusiasti all'idea dell'abbondanza della scelta e della possibilità di invitare amici per terminare insieme le scorte. 
Che poi i libri non puzzano, ed è un grandissimo vantaggio. E illudono di poterne godere all'infinito. Tutte queste cose non si può che considerarle con gioia. 
I diritti del lettore di Pennac, qui tanto citati, e tanto stimati da trarne il nome del blog, sono stati in questo campo un ottimo ansiolitico. I libri non devono essere subiti, presi al volo prima che ti uccidano mentre ti si scapicollano contro come meteoriti nella playstation; devono essere usati, nel senso più nobilmente deteriore. Aprendoli anche a costo di scompaginarli, amandoli, bagnandoli col mare che spruzza sugli scogli (e qui un discorso a parte si deve fare per il kindle, ché col cavolo lo bagno nell'onda dell'oceano), saltando pagine noiose e interrompendoli senza temerne la perpetua offesa. 
Quando mi butto in mare non penso al fatto che mai sarò sfiorata dalle gocce che, nel fluttuare delle correnti, lambiscono ora lidi lontani. Penso grata a quelle che accarezzano adesso la mia pelle, e che continueranno a farlo generose ogni volta che mi vorrò abbandonare ai flutti. 
Così devono essere guardati i libri. Li incontro perché me ne parlano con amore, perché leggo un'opinione di cui mi fido, perché ne sentivo parlare da bambina, perché lo stesso autore mi ha resa felice, perché costa poco e la trama pare assomigliare a quella della mia vita. Il resto della letteratura mondiale, che lambisca altri scogli, finché non avverrà un altro casuale incontro, come tra stranieri con cui all'improvviso ci si sente a casa. 

venerdì 4 novembre 2016

Un covo di vipere

Eh, il mestiere. Sempre godibile, e questo mi è piaciuto molto. Anche se mi ha colpito il fatto di aver capito quasi immediatamente come fossero andate le cose...visto che nemmeno Montalbano, data l'orribile soluzione (incesto), non accettava di ammetterla fino a che non ne ha potuto fare a meno di fronte all'evidenza, trovo singolare che a me fosse venuto in mente come prima ipotesi.
Qua c'è da riflettere...

giovedì 3 novembre 2016

Buchi nella sabbia

A volte credo di essere poco lucida, poco obiettiva, quando parlo di Malvaldi. Sarà che fa (faceva?) un lavoro che mi è caro, e che apre la testa da una parte, sarà che poi ha intrapreso un'attività che la apre dall'altra, e che mi è ancor più cara. Sarà che ha la mia età, che riconosco in lui la mia sensibilità sui più svariati argomenti, come se la sua adolescenza fosse per alcuni versi stata simile alla mia. Sarà. Ma io lo adoro, innamorata di ciò che scrive. E questo libro, pur in assenza dei cari vecchietti all'ombra dell'albero che Massimo taglierebbe volentieri, l'ho iniziato e terminato ridendo come una pazza, fotografando pagine per condividere risate notturne e scialandomela all'inverosimile. Que viva Malvaldi.

Eccomi

Il titolo del libro corrisponde al significato del mio rientro.
I libri di Foer mi danno sempre la stessa sensazione: iniziano col botto, decine di citazioni eccezionali, momenti in cui devo interrompere la lettura per l'emozione di vedermi a mia volta letta dentro, come in uno specchio di metalettura.
Poi inizia a protrarsi. Poi non non accenna a smettere.
Poi ci sarebbe la fine, ma lui prosegue, un po' come il vecchio Tolstoj, che non si accorge della morte dell'eroina se non dopo altre trecento pagine.
Poi immagino la moglie che gli dice: "esci da questa stanza! Falla finita! C'è il tucano da portare dal veterinario!"
Ma lui nulla, imperterrito. 
E noi a leggere. Poi, all'improvviso, dopo una decina di finali, qualche forza misteriosa riesce a strapparlo dalle sudate carte e ad ammucchiare tutto correndo dall'editore che da giorni attende con le rotative surriscaldate. 
In ogni caso mi rimarrà nel cuore per questo inizio esplosivo in cui ho trovato così tanto di me da rabbrividire, e per quel senso di coltissimo irrisolto nella Weltanschauung che spesso gli autori ebrei regalano a piene mani.

martedì 6 settembre 2016

Cent'anni di solitudine

E poi ho dedicato agosto a leggere IL LIBRO.
O meglio, a leggerlo per la quarta volta. 
Ho deciso di leggerlo ogni dieci anni, come se leggessi un libro diverso, travisato da quel momento della mia vita. 
Ricordo distintamente dove mi trovavo ogni volta, al momento della lettura del finale. 
La prima volta in Turchia, su un camper, sul sedile davanti, i piedi sul cruscotto, con dietro un vivaio di adulti e bambini che si interrogavano sulla strada da prendere per raggiungere finalmente il mare. Le galline sulla strada, da evitare accuratamente con le ruote, le donne in fila ad una fontana, con i calzoni col cavallo al ginocchio, tutti a piccoli fiori, e il fazzoletto bianco annodato in cima alla testa dopo un giro sulla nuca. Grida di bambini incuriositi al nostro passaggio: all'epoca ancora evento raro. Terra che si solleva ovunque. Forse quanto di più simile, nella mia esperienza, alla Macondo di cui stavo leggendo. Del libro tentavo di ricordare la trama, di non perderla, le parentele, i nomi che si ripetevano. Le ultime parole del romanzo sono state commoventi, non possono non esserlo. Ma lontane. Gli ultimi sussulti di un mondo che si disfaceva lentamente, a partire dalla prima pagina, come la vita, non potevano colpire con forza la mia giovinezza. 
La seconda volta, sul letto di una città non mia, che poi lo sarebbe diventata, dopo gli studi. Forse è la volta che ricordo meno vividamente, assetata di vita, anche se sempre con la consapevolezza della portata e del piacere di quello che stavo leggendo. Ancora ancorata al cercare di ricordare la trama e i personaggi, infastidita dalla difficoltà di mantenerne una lucida memoria. 
La terza volta, sempre in quella città, sul divano letto di un monolocale che è stato la mia prima casa da sola, anche se sola per poco. Per la prima volta, oltre a guardare avanti, ho guardato indietro, già spaventandomi leggermente per gli anni che scorrono come treni, creando un unico percorso tra una lettura e l'altra di questo libro, come se mi accompagnasse davvero ogni giorno. 
E ora, la quarta volta, ho finito il libro nel mio letto, questa volta nella città natale. Con un brivido che conteneva pietà, commozione, ammirazione e angoscia per l'età che avrei avuto la prossima volta che avessi letto quelle parole. Per l'impossibilità di abbracciare e trattenere tutto immobile.
Ho lasciato perdere la trama (forse, proprio in questo modo, ricordandola più che tutte le altre volte), ho lasciato che i personaggi dai nomi ridondanti mi vagassero intorno, dicendomi quello che volevano dirmi, e non quello che cercavo di cavare da loro. Ho vissuto come Macondo, sentendo l'inizio del disfacimento anche dentro di me. Mi sono fatta trasportare con immensa gratitudine e malinconia.

Libri di agosto

Quando leggo non scrivo. In effetti. E devo dire a mia discolpa che è un comportamento socialmente meno dannoso di quello di chi scrive e non legge, una malattia molto diffusa.
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Tutto quello che sai sul cibo è falso di Sarah Farnetti. Ha davvero del divertente, come ogni nutrizionista propini la sua verità come l'unica, con una tale convinzione da convincerti, per lo meno per la durata del libro, che tutto quello che il nutrizionista precedente abbia osato dire sia assolutamente folle. Dunque si passa dalla regina proteina all'irrinunciabile carboidrato, dalla proporzione 40-30-30 a quella 80-10-10 (ma minchia, vi accorgete di quanto siano diverse??), dal credere che il mais sia cosa buona al vederlo come l'alimento con cui ingrassano i bovini prima del macello. La pasta a pranzo, non toccare carboidrati dalle 16. Invece mangiala a cena, l'importante è non toccare frutta, dopo. Il manzo uccide. E' irrinunciabile. Il kamut è una fregatura, grano con marchio proprietario. Però ha meno glutine ed è meno lavorato industrialmente. Compralo. Evviva l'integrale. Evviva il farro. Semi oleosi ovunque. Curcuma a cucchiaiate. Albume! Cazza la randa tirando la scotta!
Insomma, mi ricorda molto il modo di procedere del mio capo ufficio (che però, a discolpa dei nutrizionisti, faceva tutto questo da solo). E soprattutto lascia una sensazione ben precisa: che tra le scienze evolute negli ultimi decenni, questa abbia ancora molta strada da fare, per elevarsi rispetto alla stregoneria.

La battaglia navale di Marco Malvaldi. Il piacere assoluto di una lettura leggera quanto intelligente. Di leggere quello che si sarebbe voluto dire, mascherato da un teatrino assolutamente credibile e spassoso.
Ah, ormai mio maestro di vita.

L'amante giapponese di Isabel Allende. Qui è proprio mestiere. Il libro trasuda mestiere. Mi ricorda i film di Woody Allen. Il peggiore tra tutti trasuda più mestiere del migliore di molti registi. E osservare chi sa creare trame infinite dalla sua trama personale, e scriverle con maestria, ogni volta, è sempre un esercizio intelligente. E' sempre in bilico però sul filo del rischio più grande per chi lavora con la propria creatività: che il mestiere superi la passione. Dunque, per il lettore, il confronto inevitabile coi vecchi capolavori.
 Dura la vita, per chi si mantiene a inventiva. Io non corro il rischio che proprio oggi accada che compili il più bell'ordine di acquisto della mia vita, commovente, straziante eppure pregno di speranza nell'avvenire. E che il Supercapomassimo che lo firma si soffermi a riflettere sui dolori della sua infanzia, improvvisamente sconvolto dal mio meraviglioso ordine d'acquisto. E che tutti gli ordini successivi non raggiungano mai più tali vette, e che ogni volta il Supercapomassimo cerchi febbrilmente di provare le stesse emozioni, ogni volta deluso.
Ecco: ho scoperto un punto a favore del mio lavoro. L'unico.

Il seggio vacante  di J. K. Rowling. Unico? Primo? libro per adulti della mamma di Harry Potter, collana che mi guardo bene dal toccare prima che mi ci costringa la curiosità di mio figlio, che ha avuto all'uscita critiche molto altalenanti. Devo dire che io ho una passione sconfinata per i libri di beghe di paese, quasi quanta per quelli che raccontano dinastie. Insomma, amo la coralità, se gestita con intelligenza. E ogni volta mi soffermo a pensare agli schemi che l'autore dovrà farsi, per mantenere in piedi tutto un carrozzone di personalità diverse che interagiscono e si modificano nell'interazione come accade nella vita. Avevo molto goduto infatti del datato I peccati di Payton Place, passioni sommerse nella provincia americana. Ora mi sono gettata con entusiasmo nella provincia inglese. La cosa più divertente è che ne leggo come di qualcosa di alieno, perché niente mi è più lontano che questo modo di affrontare i rapporti con gli altri. Che non si dica che odio la fantascienza.



venerdì 15 luglio 2016

Le vichinghe volanti

E' un po' come la storia di Woody Allen: tra Manhattan e La maledizione dello scorpione di giada scorre il Rio delle Amazzoni nella stagione della massima portata, però la godibilità del peggiore dei suoi film, grazie al mestiere e all'intelligenza, risulta superiore a quella del miglior film di molti altri. Camilleri lo stesso, ha superato il centesimo libro, ormai cesella a occhi chiusi qualsiasi storia partendo da qualsiasi spunto, senza annoiare mai.

lunedì 11 luglio 2016

Storia della bambina perduta

Chi sogna di scrivere, e importa poco se se ne abbia o meno le qualità, osserva ogni libro che legge con uno sguardo duplice, un po' come un esperto di tappeti antichi, oltre a guardare la piacevolezza dell'insieme e immaginarla nel proprio salotto, guarda anche all'autenticità dei colori rispetto all'epoca, alla finezza della lavorazione, e al significato dei disegni.
Quando il godimento della lettura è duplice, ovvero appassionante e contemporaneamente sorprendente per gli espedienti narrativi, la complessità dei protagonisti, l'incarnare nella storia di uno la storia di tutti, o addirittura di un intero Paese, lì ci si sente tra le mani un qualcosa di magico, e si legge tra la deferenza e l'invidia, il piacere e lo sgomento.
Tutto questo o provato lungo i quattro volumi dell'Amica geniale di Elena Ferrante. 
E alla fine dell'ultimo volume si aggiunge la paura di vivere, d'ora in poi, senza Lila e Lenù.

domenica 10 luglio 2016

Il cielo di maiolica blu

Lo avevo dimenticato...prima della Ferrante sapevo di aver letto qualcos'altro, ma non riuscivo a focalizzarlo...già un brutto segno.
In questo libro Federica Giuliani descrive il suo rapporto con la Turchia. C'erano tutte le premesse perché io potessi amarlo. L'autrice ha iniziato a trascorrere le sue vacanze in Turchia nel 1980, con la famiglia, in modo libero e avventuroso, senza temere detti tipo "mamma li turchi" e senza temere di confrontarsi con la differenza.
Io sono andata per la prima volta in Turchia nel 1984, con un camper e un forte spirito di avventura che ci ha portati in territori inesplorati in senso turistico, e ad una delle esperienze più belle della mia vita, ripetuta poi diverse volte nei decenni successivi per totale fascinazione ed imperitura gratitudine. Lo sguardo suo e mio mi è sembrato simile, simile il tipo di approccio, la mancanza di pregiudizi, l'apertura al fascino del nuovo e dell'inaspettato. Le esperienze, le città toccate ed amate, gli aspetti culturali notati in particolare, la nostalgia.
Allora perché diavolo questo libro non mi piace per nulla? Mi sono chiesta durante la lettura.

Perché c'è un motivo, se io non ho scritto un libro sul mio rapporto con la Turchia. Ed è il seguente: probabilmente ne sarebbe venuto fuori un diariuccio ora infantile ora adolescenziale, magari con incastonata qualche descrizione di quelle che ormai siamo abituati a leggere nelle guide turistiche "furbe" alla lonely planet, o alla routard. Qualcosa di importante per me e per i miei ricordi, di estremamente emotivo, forse appassionato, ma noioso e inutile per chiunque altro al mondo. Perché non credo di possedere (e non senza infinita sofferenza) quel taglio intellettuale o spirituale che faccia di una cosa mia una cosa universale.

Ecco: Mal comune....quel taglio, a mio parere, non lo possiede nemmeno lei.


martedì 21 giugno 2016

Felici i felici

E già il titolo dice tutto quello che ho pensato del libro. Un titolo bello, ma che non comprendo fino in fondo.
Leggendo, normalmente, o mi sento a casa o mi sento sperduta. Ecco, in questo libro non ho mai cessato di sentirmi contemporaneamente in entrambi i modi. Parlano diverse persone, una per capitolo. E ogni tanto ti riesce di fare un collegamento (ma questa è la figlia di quell'altro e la moglie di quello che ha appena parlato). Ma poi il collegamento lo perdi. E fino alla fine non riesci a creare un bell'albero genealogico, come quello che devi appendere alla parete mentre leggi Cent'anni di solitudine. Semplicemente te ne freghi. Perché ogni soliloquio dei protagonisti contiene qualcosa di tuo, che hai provato, che potresti vivere o che avresti sempre voluto dire. Credo possa bastare.

mercoledì 15 giugno 2016

Uncertainty fair

Bisogna premettere una cosa:
alcuni anni fa sono stata abbonata per credo sei mesi ad una delle riviste femminili che circolano nelle spiagge estive, vuoi per l'abbrutimento della maternità, quando il dono d'amore è appena giunto in famiglia e non lascia dormire, leggere, riposare, vivere, vuoi perché francamente la ritengo la migliore rivista del genere, e infatti ci scrive più di un autore che io personalmente e sobriamente idolatro.
L'abbonamento però non sopravvisse oltre quel periodo, perché il tempo con l'età stringe sempre di più, e in qualsiasi ambito siamo costretti a fare delle scelte: o leggo riviste o leggo libri, e francamente non ho avuto dubbi. Le riviste femminili le riservo a limitatissimi periodi di abbronzatura sul lettino, quando il prezioso Kindle potrebbe ferirsi con il sole o la sabbia. 
In questi anni sono stata oggetto di ripetute ma non fastidiose richieste da parte dell'editore del settimanale, che non si capacitava del mio recesso, non conoscendo i recessi della mia anima.

Qualche tempo fa mi è stato offerto un buono per ritirare la stessa rivista gratuitamente.

Ho pensato che forse, essendo gratuita, avrei potuto mantenere nei limiti la mia ossessione di lettrice compulsiva, leggere da cima a fondo qualsiasi oggetto abbia l'aspetto di scrittura, sia aramaico o cuneiforme (in contrasto, lo ammetto, con il nome di questo blog). 
Ho quindi accettato. 
La prima settimana abbiamo ritirato il giornale, l'abbiamo letto con piacere. Poi è arrivato il secondo buono. E il terzo. Ho pensato che la promozione durasse un mese. 
Poco dopo il quinto è arrivato un sondaggio a cui partecipare: dovevo pur sdebitarmi, ma sono stata chiara.
- E' stata contenta della promozione?
- molto
- Quante copie della rivista comprava prima della promozione?
- due all'anno
- E quante ne acquisterà ora?
- due all'anno.
Ho pensato: ecco. Finita. Nel mio caso, fallita. 
Ed è arrivato un altro buono. Poi un altro e un altro ancora. 
Le riviste si accumulano sul mio comodino, sempre meno interessanti. E io mi interrogo
Caso uno:  Si è inceppato il loro sistema operativo. Da oggetto di promozione sono diventata lettrice onoraria a vita, e alla mia morte mio figlio erediterà il 51% delle azioni dell'editore.
Caso due: sotto la luce soffusa di uno dei peggiori bar di Caracas, dopo numerose Caipirine, io ho firmato un contratto in base al quale, a meno di disdetta da inviare con raccomandata entro la settimana scorsa, mi troverò a fine anno a pagare una quantità di copie del giornale tale da costringermi a vendere la casa.
Caso tre: è una geniale idea di marketing, così geniale che solo le persone intelligenti ne capiscono le finalità, e nessuno, presso l'editore, ha il coraggio di passare per stupido chiedendo chiarimenti.