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venerdì 9 giugno 2023

Una storia americana

Mi piacciono tanto, mi incuriosiscono e mi interessano, le cose, le persone, le creature differenti. Differenti dalla cosiddetta norma, ossia da quello a cui siamo abituati, per dimensione, colore, reazioni agli eventi, modo di pensare.
Per esempio, mi affascinava l'enorme sedia costruita dagli artigiani per qualificare il distretto della sedia e del mobile in regione, che appariva improvvisamente al viaggiatore al lato della strada, così fuori misura che pareva giungesse a breve anche Polifemo, col suo pugno di marinai per cena. 

Ora, non voglio paragonare un intero popolo a un enorme manufatto e odio le generalizzazioni, ben conscia che le differenze individuali, o collettive, abbiano vitale importanza, ma ogni volta che leggo qualcosa sul modo di pensare degli statunitensi non posso fare a meno di restare basita, per l'immenso solco di pensiero, principi e ideali che ci separa; impaurita dal fatto che nel mondo attuale abbiano una posizione così preminente pur con caratteristiche collettive che non esito a definire frequentemente infantili; affascinata dall'immensa loro differenza dalla "norma" che contraddistingue il mio essere, in senso geografico, politico, storico. 

Francesco Costa, che ormai è parte integrante delle mie giornate con il suo podcast Morning, rassegna stampa acuta e intelligente che tiene sveglio il pensiero critico, in questo libro parla delle storie di Joe Biden e Kamala Harris, poco dopo l'elezione di entrambi alla guida degli USA. Ne descrive le carriere, le cadute, le difficoltà, insomma, il percorso che ha portato entrambi, per lo meno, a liberare il mondo dal folle Trumpismo. 

L'abolizione della schiavitù in America, ai tempi di Via col vento (che con quell'abile narrazione hollywoodiana, se ti distrai, ti fa ritrovare sudista), non ha avuto altro significato che queste parole: "abolizione della schiavitù". Insomma, lo stesso rilievo puramente formale della carta costituzionale americana, che proclama l'uguaglianza di tutti gli uomini, calpestandola poi costantemente. I bianchi, che fino a quel momento facevano dei neri un proprio feticistico possesso, all'improvviso ebbero il solo scopo di allontanarli dalle proprie vite, dalle proprie case, dai propri lavori, dalle proprie opportunità. E ci riuscirono per decenni, attraverso, in particolare, lo sviluppo urbano, che favoriva sistematicamente la segregazione, suddividendo il territorio del Paese in zone in cui il governo consigliava di investire (invitando le banche a fare credito a privati e imprese) e altre in cui ogni investimento era disincentivato, sempre quelle abitate dagli afroamericani - un'operazione definita redlining
Le conseguenze principali furono che agli afroamericani venne impedito di accumulare ricchezza e di frequentare le scuole per i bianchi (quindi le università, quindi i lavori migliori). Anche le tangenziali, le autostrade, che conducevano i bianchi al lavoro dalle loro villette suburbane, vennero costruite secondo percorsi che contribuissero a isolare le comunità nere - a costo di avere forme illogiche sul piano urbanistico, che comportano tuttora frequentissimi ingorghi anche in superstrade da 14 corsie; il sistema degli autobus veniva a sua volta organizzato in modo da escludere: per tenere i neri lontani da una data zona era sufficiente non prevedere fermate dei mezzi pubblici (utilizzati quasi solo da loro, in quanto poveri) o costruire un ponte così basso che il bus non potesse passarci sotto. 
Negli anni si tentò qualche norma correttiva, tra cui il cosiddetto busing, che cercava di mitigare la segregazione urbanistica istituendo uno scambio scolastico tra neri e bianchi tramite scuolabus che percorrevano quotidianamente decine di chilometri. I mezzi che trasportavano i bambini neri nelle scuole bianche venivano spessissimo danneggiati, presi a sassate, e i ragazzi accolti tra sputi e insulti. Le amministrazioni locali spesso accettavano di accogliere i bambini a norma di legge solo se costrette dai tribunali. I genitori, a loro volta, non potevano opporsi, e dunque scegliere dove mandare a scuola i propri figli. 
Biden, da giovane politico, si opponeva al busing, pensando che l'integrazione urbanistica fosse di gran lunga la strada migliore per eliminare la segregazione razziale e credendo in buona fede che questo tipo di coercizione non avrebbe risolto molto. Per questo attirò critiche feroci, nel tempo, dato che questa sua posizione lo schierava accanto a politici razzisti e reazionari che con le sue convinzioni non avevano nulla a che fare. 

Kamala Harris, intanto, era figlia del busing, a Oakland, dove ogni mattina percorreva chilometri per raggiungere una scuola "bianca" altrimenti negata ai residenti del suo quartiere. 

Nei quarantotto anni che separano la sua prima elezione in Senato da quella a presidente degli Stati Uniti, Biden è stato tra i parlamentari più influenti, ma contemporaneamente meno abbienti, non volendo mai svolgere altre professioni o monetizzare altrimenti la sua fama; ha seguito progetti considerati da chiunque impossibili; ha compiuto errori banali e subito dolori terribili; ha lavorato da persona equilibrata, senza essere mai estremista o demagogo; ha sempre cercato di sedare i conflitti, cercando nel compromesso la via del progresso; ha dovuto naturalmente giustificare decenni di scelte ad ogni occasione elettorale. 
Dall'autobus che ogni giorno la portava fuori dal suo mondo, la Harris, convinta di voler tentare di cambiare il sistema dall'interno, pur accettandone lentezze e contraddizioni, divenne la prima donna e persona nera a essere eletta procuratrice generale in California. 

Le carriere dei due protagonisti del libro si incrociano per i decenni successivi, attraverso grandi vittorie e grandi cadute, fino all'incontro nelle elezioni presidenziali più recenti.
"Il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono. Quindi bisogna guardare al passato, per capire il futuro".

mercoledì 24 maggio 2023

La canzone di Achille

In questi mesi sento come un bisogno di Achei. Qualche tempo fa ho letto l'Odissea,  proprio durante un viaggio a Ischia, imbattendomi nello scoglio che si dice rappresenti la nave dei Feaci, pietrificata da Poseidone, offeso perché avevano aiutato Ulisse a tornare a casa. Avere il libro in mano e la roccia davanti, per quanto, ne sono consapevole, sia solo uno scoglio, ha il suo impatto emotivo. 

E ora ho letto La canzone di Achille, che ripercorre l'Iliade (utilizzando come fonti anche l'Odissea e poi Virgilio, Ovidio Sofocle, Euripide, Eschilo, tra gli altri) per raccontare, dalla parte di Patroclo, la propria vita e quella del Pelide fino alla morte sotto le mura di Troia. Queste operazioni non sono universalmente condivise: i puristi odiano le commistioni tra capolavori storici e interventi attuali, considerandoli forzature al pari dell'antropomorfizzazione delle bestie nei documentari ammiccanti; una recensione del New York Times al tempo dell'uscita concludeva che questo libro avesse la testa di un romanzo per giovani adulti, il corpo dell'Iliade e i quarti posteriori di un Harmony. Io invece, se ben fatti, questi interventi li apprezzo, anche perché aiutano a sentire come tremendamente umane, e terribilmente personali, vicende che, studiate a scuola in malo modo, risultano addirittura prive di spessore, mentre ne sono colme. E soprattutto invogliano a riprendere l'originale con ben altra consapevolezza.

L’ha scritto Madeline Miller, scrittrice e docente statunitense, impiegandoci molti anni, dopo essere stata folgorata dalla descrizione di Omero del dolore e della rabbia di Achille per la perdita del compagno, che per il resto, nell'ambito dell'opera, rimane un personaggio secondario. Cercando di elaborare una sorta di tessuto connettivo tra le ossa imbastite da Omero, narra l'infanzia, l'adolescenza e la giovinezza dei due protagonisti fino al tragico epilogo. 

Fossero o meno amanti, Omero non lo dice chiaramente. Lo accennano altre fonti (Eschilo, Platone), ma a un certo punto, sticazzi. L'importante è la connessione intima tra i due uomini, la comprensione profonda, i diversi ruoli a cui sono destinati, il protagonismo, il bisogno di immortalità che vanifica l'anelito alla purezza; l'orgoglio cieco e la generosità; il mondo che trascina verso un destino che forse avrebbe potuto essere messo in discussione a favore della felicità, ma appare come ineluttabile. Il dolore, immenso, della perdita, pur attesa come inevitabile. Insomma, la modernità di quegli uomini o la nostra vecchiezza; il fatto che restiamo sempre quelli, immobili nelle nostre meschinità e nei nostri slanci. Lontani tra noi, nel tempo o nello spazio, resta tutto uguale, anche quello che ci fa ridere e piangere. 


 

giovedì 18 maggio 2023

Homo deus. Breve storia del futuro

 


Un romanzetto da niente, praticamente. Una cosuccia da 560 pagine, trasformate nel mio kindle in numeri random dal significato sconosciuto ("posizione 7643". Boh).

Mi ero innamorata del suo precedente Sapiens. Da animali a dei, qualche tempo fa. Si occupava della storia dell'umanità, e non facevo che citarlo ovunque, per il terrore di chi mi incontrava. Questo secondo volume, che si occupa del futuro, dà invece le vertigini.

Si apre con questa considerazione: per la prima volta, nella storia dell'umanità, si è riusciti a tenere sotto controllo carestie, pestilenze e guerre (sempre in termini ampi, diciamo, per cui è più facile oggi morire di troppi hamburger che trafitti da lance) e l'uomo, ora, mira ad elevarsi al rango di divinità, attraverso la ricerca della felicità eterna e dell'immortalità. In questo modo, però, attraverso robotica, intelligenza artificiale e ingegneria genetica, l'essere umano rischia di rendere superfluo se stesso. 

Capirete che, non riuscirò mai a descrivere e motivare una tesi così corposa; sarò costretta a sorvolare su tantissime considerazioni che ho trovato davvero interessanti e lucide, e probabilmente non riuscirò a creare un flusso di informazioni perfettamente incastrate l'una nell'altra e consequenziali; ma se si dovessi illustrare 560 pagine in un post di 200, credo che a tutti converrebbe rivolgersi direttamente al libro. Cosa che comunque consiglio caldamente. 

La rivoluzione agricola ha messo a tacere gli animali e le piante, subordinandoli completamente all'uomo e al suo personale dialogo con gli dei. La rivoluzione scientifica ha tolto di mezzo anche gli dei, creando una sorta di one-man show sulla terra, un monologo senza patti con nessun altra creatura e senza alcun obbligo. Per mantenere se stesso al centro, l'uomo ha sempre creato quella che viene definita una rete di significato, che si ottiene quando molti individui intrecciano insieme una ragnatela di storie (ad esempio il valore della carta che compone il denaro, il digiuno religioso, l'andare a votare, i segnali stradali). Una rete che ha valore unicamente perché la mia famiglia, i miei vicini e magari anche quelli lontani, pensano come me che abbia un senso. Nella storia, questa rete di significato si disfa di continuo e un'altra ne viene tessuta. Ciò che è più importante in un momento storico può essere totalmente irrilevante per i discendenti di quegli uomini. 

Attualmente gli abitanti della Terra vivono in modo vorticoso una realtà che sono diventati incapaci di interpretare. Non si riesce a tirare il freno di questo viaggio verso l'ignoto, perché da una parte nessuno, al momento, può essere esperto di tutti i campi del sapere attuale, nessuno può recepire tutte le scoperte scientifiche, o prevedere l'assetto dell'economia globale tra qualche anno. Per questo la politica, nel XXI secolo, risulta priva di grandi visioni, si limita ad amministrare, non a guidare, non potendo elaborare in modo sufficientemente rapido ed efficiente questa montagna di dati che ci circonda. Capire il significato di un mondo in cui millenari pregiudizi sono stati spazzati via e le nuove strutture diventano antiquate prima ancora che possano cristallizzarsi è oltre le nostre umane possibilità. Abitiamo un mondo caotico in cui però la tensione costante, individuale e collettiva, è quella di evitare che nessuno si ritiri dalla competizione. Il postulato è quello che la crescita sia l'unica fonte di successo, e la stagnazione l'inferno. Nessuna istituzione combatte più per moderare i desideri e l'avidità individuali e mantenerli in una specie di equilibrio, come si viveva un tempo, in cui si considerava di stare dentro a una torta di dimensioni fisse. E anche se potessimo tirare il freno, di questo viaggio vorticoso, il nostro sistema economico collasserebbe, perché necessita di crescita costante per sopravvivere. Un'economia che si regge sulla crescita infinita ha bisogno di progetti infiniti. 

Nel mondo scientifico, in particolare nelle sue due discipline madri, l'informatica e la biologia, si è sviluppato il datismo. Sostiene che l'universo consiste di flussi di dati e che il valore di ciascun fenomeno o entità è determinato dal suo contributo all'elaborazione dei dati. I dati, che finora erano il primo passo nella catena dell'attività intellettuale (da questi si distillavano le informazioni, da queste la conoscenza e da quest'ultima la saggezza), ora sono l'inizio, e l'elaborazione di questi è il fine ultimo. La storia della specie umana può essere interpretata come un unico sistema di elaborazione di dati verso il miglioramento dell'efficienza, attraverso l'aumento dei processori (da minime comunità al web) e delle loro connessioni (rete commerciale), attraverso l'aumento della libertà di movimento, sviluppati in diverse epoche. La biologia, ad esempio, ha scoperchiato il mondo del libero arbitrio, come un'altra mera credenza. Se gli uomini fossero liberi, come potrebbero essere forgiati dalla selezione naturale? E se siamo fatti di algoritmi, noi, come il resto delle entità sulla Terra, non possiamo scegliere quelli che ci sembrano i nostri desideri più profondi (gli scanner cerebrali moderni possono prevedere i nostri desideri prima che ne siamo consapevoli). Quello che sembra una nostra scelta è una reazione biochimica a catena che solo ex post si visualizza nella mente come un desiderio. Noi sentiamo i nostri desideri, non li scegliamo. L'essere umano, come sempre nella sua storia, si difende attraverso due grandi capacità: quella della auto narrazione e quella della dissonanza cognitiva. Ci concediamo di credere a una cosa quando siamo in un laboratorio e tutt'altra quando siamo in tribunale o in parlamento. Infatti, quando uscì L'origine della specie, non si è smesso di andare a messa, lasciando tranquillamente convivere dottrine contrastanti. Ma in quest'epoca c'è qualcosa di profondamente diverso: questo nostro dualismo, fondamentale per sostenere la nostra auto narrazione, è minacciato dalle tecnologie, non più dalla filosofia di pochi. Tutti i congegni di cui ci stiamo circondando non ammettono il libero arbitrio e per noi sarà un cambiamento mai visto prima. Perché se nei film di fantascienza si dà sempre per scontato che i computer debbano munirsi di coscienza per superare l'intelligenza umana, nella realtà possono assolutamente prescinderne e creare un percorso diverso e più veloce verso una super intelligenza che possa fare a meno di noi, o per lo meno di quelli di noi che, per scarso accesso alle conoscenze e per censo, non riescano a diventare "uomini potenziati" in grado di gestire un mondo completamente nuovo. 

In breve, l'autore ci spinge e rivolgere la nostra attenzione verso questi processi che si stanno interconnettendo: 
- la scienza converge verso un dogma omnicomprensivo che sostiene che gli organismi sono algoritmi e la vita è un processo di elaborazione di dati.
- L'intelligenza si sta affrancando dalla consapevolezza.
- Algoritmi non coscienti, ma estremamente intelligenti, potranno a breve conoscerci meglio di come conosciamo noi stessi.
Questi processi possono essere contestati, ma avranno sicuramente un rilievo serio nel destino dell'umanità, e dovranno essere presi in considerazione nell'immaginare il nostro futuro. 

Harari è uno storico. In questo libro non trova una soluzione. Cerca di collaborare a una più approfondita comprensione della realtà attuale. 
E, da storico, cerca di dirci che imparare la storia non serve a prevedere il futuro, ma a liberarsi del passato e immaginare destini alternativi. Non saremo mai del tutto liberi dai condizionamenti della nostra storia, ma meglio una libertà parziale che nessuna libertà. 



lunedì 8 maggio 2023

No sleep till er premio


C'è un modo di essere che mi attira infinitamente, da sempre. O meglio, non che sia una qualità sufficiente da sola a riparare ogni mancanza in altri settori, ma ho sempre ritenuto costituisse una marcia in più: la ritrosia. La totale mancanza di sopravvalutazione di sé, che, unita a una spiccata intelligenza, porta a una visione lucida, priva di sovrastrutture inutili, delle cose del mondo.

Alla Troisi, per capirci. Che accarezzava la realtà, non volendo danneggiare niente di quello che sulla terra valga la pena di esistere, ma abbattendo muri di stupidità con fare casuale. 

E un altro di questi è Zerocalcare, che sabato è stato premiato dalla giuria del Premio letterario internazionale Tiziano Terzani per il suo " No sleep till Shengal", dalle mani di Angela Staude Terzani. Nel consegnargli il riconoscimento, la signora Terzani ha raccontato del sogno del marito, che immaginava un'isola fatta di poeti che avrebbero vegliato e mantenuto vivi i veri valori e lo ha paragonato a uno di quei poeti. Zerocalcare era paonazzo, e a momenti viola, per la costante sensazione di inadeguatezza che lo permea, tanto più davanti a riconoscimenti rilevanti come questo e supplicava il presentatore con gli occhi affinché mettesse fine ai commossi applausi del pubblico, in una costante incredulità che una platea sempre più vasta lo consideri uno dei propri riferimenti intellettuali. Quando Marino Sinibaldi gli ha chiesto "Ma perché tu passi ogni volta, a ogni incontro con il pubblico, innumerevoli ore a fare disegnetti su misura per la gente?" ha risposto pressappoco: "P'espià. Io ho molti amici più svegli de me, e quando mi dicono che me devono intervistà su un argomento io vado da loro, che lavorano ar supermercato, a 'mpilà cose sugli scaffali, e gli chiedo che je devo dì, in questa intervista. Ma nessuno di questi amici miei sarà mai intervistato. E il fatto che qua ci sono io, in mezzo agli allori, fa sì che allora devo fa' capire alla gente che anche io vivo de merda, a fà disegnetti per tredici ore". 

Però quando gli hanno chiesto di parlare del popolo degli Ezidi, comunità isolata nel nord dell'Iraq, che ha subito un genocidio nel 2014, poi stupri, rapimenti e che ora tenta, in un pugno di superstiti, di costruire il confederalismo democratico sulle orme dei curdi, ostacolato da ogni parte, da ogni governo che lo circonda, che attacca in modo subdolo e violento, lì non c'era più spazio per la ritrosia, per l'ironia mite  e nichilista di quando parlano della sua persona. Ha sottolineato quanto sia strano, che un popolo che vive costantemente pressato dalla violenza, dalla paura e dagli scarsissimi approvvigionamenti, tenti pervicacemente di creare qualcosa di bello, importante, diverso, per essere protagonista del proprio vivere nel mondo. Invece noi, senza reali pericoli imminenti (se non quello provocato dai nostri stessi comportamenti, n.d.r.), senza alcun problema di ricevere quanto è necessario (e superfluo) per la quotidianità, passiamo il tempo a creare esclusivamente strutture indirizzate alla sopravvivenza, alla sicurezza, all'isolamento e alla difesa, spaventati da ogni cosa, da una Terra che si disegna perpetuamente in forma di minaccia. 

Gli ezidi, e altri popoli come loro, immaginano un futuro costruttivo attraverso bombe, crolli e strade desolate. Noi, pieni di tecnologiche infrastrutture, di tempo e di comodità, non sappiamo andare oltre al fallimento dell'illusione moderna dell'uomo che piega tutto al suo volere e siamo paralizzati in un clima di desolata auto protezione, priva di qualsiasi visione.

"Poi, oh, se tu ti ritieni un rivoluzionario dimmelo, eh. Che ti faccio cambià il dosaggio delle goccette".
"Ma figurati. So' scemo sì, ma morigerato. Io non so' coraggioso. Manco troppo svejo. Zero intuitivo. Sensibile bleaahschifo. Però ho imparato a fa' una cosa nella vita. Una sola. A scegliermi bene le persone che voglio vicino a me. Più coraggiose, sveje, intuitive e sensibili di me. Che sanno come costringermi a stare nei posti in cui bisogna stare. E in cui anche uno come me può portare il suo mattoncino".

lunedì 24 aprile 2023

Bignami critico

Dunque qui si parla di un blog che tratta delle pagine che leggo, oltre a quelle che vivo: l’ho letto nell’intestazione, e tocca recuperarle, quelle pagine. Almeno dall’inizio dell’anno. 
Ho due possibilità: 
1) fare una foto dei libri, tutti impilati, scrivendo uno scarno voto, dall’alto al basso, senza alcuna motivazione, come fa Cattelan (per lo meno prima di fondare una personale casa editrice).
Chissà cosa pensa un romanziere, al riguardo. Se trovi più doloroso essere stroncato nel dettaglio o così, come per un tema scritto per forza in seconda liceo.
1°. 5
2°. 8
3°. 7
E così via. Ma questa soluzione comporta un problema serio, dovuto al mio leggere eBook. La fotografia dei libri impilati ne sarebbe gravemente compromessa.

2) soffermarmi solo su quelli che abbiano riscosso la mia incondizionata stima. Devo dire che questo inizio anno non è stato fortunato, sul piano letterario. Ho letto cose appena decenti e perfino qualcosa di improponibile. Ho perfino esercitato il terzo diritto di Pennac, quello di non finire un libro, che uso con molta parsimonia, sentendo sempre quel sordo senso di colpa di colei che ha fallito, come se tutte le parole scritte al mondo avessero lo stesso rilievo e fossi io a non coglierlo. Diciamo che è stato solo un pugno di libri, a risvegliare le mie interiora e farmi scricchiolare le ossa: tre su undici.

Tara Westover, L’educazione. L’incredibile vita, dalla sottomissione al riscatto, di una ragazza di famiglia mormona sui monti dell’Idaho. La fede cieca del padre (che non si esclude sia anche bipolare, e questo fa riflettere su come il fanatismo si intrecci con la malattia mentale rendendo “accettabile” un pensiero completamente squilibrato) diventa crudeltà, rigidità, mancanza di pietà per i suoi stessi figli. Il complottismo paterno impedisce loro di andare a scuola, li trascina in lavori pericolosissimi, vieta le cure ospedaliere, e soprattutto è così totalizzante da far sentire i figli ingrati e sbagliati, se non accettano incondizionatamente questi soprusi come volontà di Dio. Quello che più mi ha colpita, di questa storia realmente vissuta dalla protagonista, è stata la narrazione distaccata, quasi serena e rassegnata, della griglia di violenze e bugie in cui è cresciuta, che rende il racconto ancora più vero e terribile. 

Mario Calabresi, Quello che non ti dicono. Calabresi torna a indagare un periodo che si era ripromesso di non frequentare mai più, dopo il libro autobiografico per il quale aveva analizzato e studiato lungamente gli anni di piombo. Invece, a causa di un insieme di eventi molto singolare, ci ritorna, per raccontare l’assassinio di Carlo Saronio, nel 1975. A chiedergli di farlo sono la figlia e il nipote di Carlo, all’epoca bambini (la figlia è nata otto mesi dopo, non conoscerà mai il padre), per rompere il muro di silenzio che l’intera famiglia ha costruito, incapace di metabolizzare quanto è successo, e forse l’epoca intera. Calabresi decide di aiutarli e ricostruisce la vita di questo ragazzo della Milano bene, pieno di ideali di giustizia sociale e di sensi di colpa per la sua condizione di privilegiato, che proprio per questo si fa coinvolgere in situazioni che non fanno che distoglierlo dalla missione della sua vita, incastrandolo nella violenza con cui molti identificavano l'unica soluzione. E, alla fine, portandolo anche alla morte, per mano di un sedicente amico. Un doveroso viaggio in un'epoca i cui echi ancora ci riguardano tutti, anche inconsapevolmente. Tanto vale esserne un po' più consapevoli. 

Ian Leslie, Bugiardi nati. Perché non possiamo vivere senza mentire. L'autore scandaglia le bugie, la loro storia, le loro motivazioni, le loro funzioni. D'altra parte, tra i comandamenti, o imperativi morali condivisi, se preferiamo, non dire falsa testimonianza è l'unico che tutti violiamo regolarmente, e con entusiasmo, basti pensare a "che bel regalo, grazie!", per quieto vivere, per non irritare o dispiacere, o per le buone maniere che impariamo già nella prima infanzia. L'autore illustra nel suo studio come mentire, tendenza umana universale, sia stato tra i motori evolutivi della specie; che i grandi bugiardi sono grandi decifratori del comportamento umano; che dire bugie non è una patologia o una stortura da eliminare, ma un aspetto fondamentale della nostra natura, della complessità intellettuale dell'essere umano; che ingannare sé stessi sulle proprie capacità è il comportamento abituale di coloro che avranno più successo nel lavoro, una salute più solida e rapporti più sereni, come tra l'altro dice George Bernard Shaw: "Le persone ragionevoli si adattano al mondo, le persone irragionevoli tentano di adattare il mondo a sé. Tutto il progresso, dunque, dipende dalle persone irragionevoli". 
Una parte molto divertente del libro è quella in cui Leslie si sofferma sull'effetto placebo e su molti studi scientifici sull'argomento. A un certo punto parla del colore delle pillole somministrate per diverse malattie. Pare che, a parità di principio attivo (o perfino in assenza dello stesso), il colore incida sulla potenzialità di guarigione del farmaco, come tra l'altro la dimensione, la frequenza di assunzione e il costo, in base alla tipologia di malattia. Per esempio, la depressione si cura più efficacemente con le pillole gialle. L'ansia con quelle verdi. I dolori dell'ulcera con quelle bianche. L'insonnia con le pillole azzurre, ma con una sconcertante eccezione. In Italia, unico caso al mondo, esiste una fondamentale differenza di genere: le donne trovano molto giovamento nelle pillole azzurre, per gli uomini invece queste tendono a funzionare meno rispetto a quelle di altri colori. L'ipotesi (solo formulata, non dimostrata) fornita dagli autori di uno di questi studi è che essendo azzurro il colore delle varie nazionali sportive, questo non induca il sonno nei maschi italiani, ma più probabilmente eccitazione e predisposizione al tifo. Non so se invece vi sia un collegamento con il Viagra, ma dovrebbe riguardare anche maschi di altre nazioni. Mi auguro. 

mercoledì 19 aprile 2023

Confusione Seria, Mentale

Ancora non sono abituata agli occhiali. Da giovane mi pareva fossero una cosa fighissima, come quando la prof li abbassa sul naso e percorre l'elenco sul registro, soffermandosi per puro sadismo a far tremare ora quelli con la T, ora quelli con la B, e creando molta confusione tra quelli dalla E alla L, che giacciono in mezzo, indistinti e spauriti. 

Ora non mi sembrano più una cosa fighissima: nauseata per lunghi mesi, incapace di abituarmi all'alterazione che provocano nelle meningi quando li inforchi le prime volte; preda di giramenti di testa quando mi alzo con decisione, dimentica dell'orpello, e pretendo di camminare con le lenti che userei per leggere lo smartphone; costretta ad abbassarli sul naso quando qualcuno mi parla, distogliendomi dalla lettura, finendo per assomigliare alla regina Grimilde quando è in down e cerca di smerciare mele.  

E poi accade anche questo. Provata dalla giornata, mi siedo alla scrivania e li metto sospirando, perché del testo davanti a me vedo tanti trattini neri, un po' come un trapper che legge uno spartito. Però non accade niente. Trattini nebbiosi. 

La mente percorre ogni possibilità: oddio, devo cambiare di nuovo occhiali; oddio sono così sfinita? Oddio sto diventando cieca. Salvo una, che temo rilevante: sono gli occhiali da sole.

giovedì 24 novembre 2016

Genius

Ho visto il film Genius, ieri al cinema.
Come per i libri, non inizio facendone un piccolo riassunto, sicura che ovunque in rete ci siano compendi ben più completi. Magari è lì, che mi sbaglio. Magari chi entra per errore in questo blog cercando Pennac o una giustificazione colta per saltare la battaglia di Waterloo nei Miserabili, e vi si sofferma più di quanto basti a capire di non aver trovato nulla, desidererebbe sapere di cosa tratti un libro o un film, oltre a vedersi sottoposta la mia irrilevante opinione.
Ma che dire? io continuo così, perché a differenza del protagonista di Genius, che emette parole come respiri, e che scrive libri di 5000 pagine che poi all'editor tocca tagliare barbaramente, tendo alla sintesi.

Mi hanno colpita un paio di cose, in questo bel film. Il ruolo dell'editor, nei libri di chicchessia: la riflessione in merito a quanto, del successo della letteratura che leggiamo, dipenda dal lavoro nudo e crudo dell'autore, e quanto da chi, anonimamente, in quel libro ripone tutta la sua professionalità, a taglio e cucito, rendendo un barbaro arbusto della steppa un morbido cespuglio potato a forma di palla.
Quanti degli autori che consideriamo geni lo sono in realtà a metà, o per nulla? E quanti degli editor sono invece grandi scrittori di roba altrui?

 L'altra riflessione è: ma perché, in questo mondo, in qualsiasi ambito dell'arte, coloro che nascono ricolmi di materia intellettuale da donare all'umanità invece di esprimerlo con serenità sono condannati a vivere privi di qualsiasi equilibrio, come se quel nobile materiale che hanno l'urgenza di esprimere non possa far altro che essere vomitato tra una giornata patologicamente euforica e una gravemente depressiva, il tutto ubriachi per il 70% del tempo? Questa considerazione non esprime alcun giudizio morale, solo lo spaesamento di fronte al dolore che può dare il genio, e la curiosità di capire se questo possa essere evitabile riconoscendo per tempo i sintomi della straordinarietà.


Infine, in un film che mi circondava di scrittori anni venti e trenta, da Francis Scott Fitzgerald a Wolfe, a Hemingway, mi sono chiesta, allo stesso modo in cui in passato ho analizzato il mio rapporto coi russi dell'Ottocento, che ne fosse del mio rapporto con gli americani dei primi decenni del Novecento. Diciamo che li stimo immensamente, ne riconosco il valore, ma nemmeno lì mi sento perfettamente a casa. Sono secchi, nobilmente aridi, in un perpetuo disagio col mondo. E devo ancora capire cosa mi tenga sulle spine, di quel modo di vivere. Ci penserò.
Perbacco, acciderba, perdindirindina! Che la letteratura sia anche uno psicoterapeuta?
Ah, infiniti meriti delle parole...

una valanga, o tante piccole pietre per ritrovare il sentiero?

Un amico, appollaiato tra i quattro libri iniziati contemporanea, aperti su poltrone e comodino, che lo attendono truci pretendendo la parola, mi ha scritto che l'enorme quantità di libri tra cui scegliere può creare una sorta di panico da prestazione, nella consapevolezza dell'impossibilità di affrontare l'intera umana produzione, e dunque della fallibilità nella scelta di quali libri affrontare e quali escludere o rimandare. 
Mi è venuto in mente Troisi, in Le vie del Signore... "Io non leggo mai, non leggo libri, cose... pecché che comincio a leggere mo' che so' grande? Che i libri so' milioni, milioni, non li raggiungo mai, capito? pecché io so' uno a leggere, là so' milioni a scrivere (...)"
E' successo anche a me, in passato. Ma poi mi sono ribellata. E' come guardare un frigo pieno angosciati dagli yogurt in scadenza, oppure entusiasti all'idea dell'abbondanza della scelta e della possibilità di invitare amici per terminare insieme le scorte. 
Che poi i libri non puzzano, ed è un grandissimo vantaggio. E illudono di poterne godere all'infinito. Tutte queste cose non si può che considerarle con gioia. 
I diritti del lettore di Pennac, qui tanto citati, e tanto stimati da trarne il nome del blog, sono stati in questo campo un ottimo ansiolitico. I libri non devono essere subiti, presi al volo prima che ti uccidano mentre ti si scapicollano contro come meteoriti nella playstation; devono essere usati, nel senso più nobilmente deteriore. Aprendoli anche a costo di scompaginarli, amandoli, bagnandoli col mare che spruzza sugli scogli (e qui un discorso a parte si deve fare per il kindle, ché col cavolo lo bagno nell'onda dell'oceano), saltando pagine noiose e interrompendoli senza temerne la perpetua offesa. 
Quando mi butto in mare non penso al fatto che mai sarò sfiorata dalle gocce che, nel fluttuare delle correnti, lambiscono ora lidi lontani. Penso grata a quelle che accarezzano adesso la mia pelle, e che continueranno a farlo generose ogni volta che mi vorrò abbandonare ai flutti. 
Così devono essere guardati i libri. Li incontro perché me ne parlano con amore, perché leggo un'opinione di cui mi fido, perché ne sentivo parlare da bambina, perché lo stesso autore mi ha resa felice, perché costa poco e la trama pare assomigliare a quella della mia vita. Il resto della letteratura mondiale, che lambisca altri scogli, finché non avverrà un altro casuale incontro, come tra stranieri con cui all'improvviso ci si sente a casa. 

martedì 6 settembre 2016

Cent'anni di solitudine

E poi ho dedicato agosto a leggere IL LIBRO.
O meglio, a leggerlo per la quarta volta. 
Ho deciso di leggerlo ogni dieci anni, come se leggessi un libro diverso, travisato da quel momento della mia vita. 
Ricordo distintamente dove mi trovavo ogni volta, al momento della lettura del finale. 
La prima volta in Turchia, su un camper, sul sedile davanti, i piedi sul cruscotto, con dietro un vivaio di adulti e bambini che si interrogavano sulla strada da prendere per raggiungere finalmente il mare. Le galline sulla strada, da evitare accuratamente con le ruote, le donne in fila ad una fontana, con i calzoni col cavallo al ginocchio, tutti a piccoli fiori, e il fazzoletto bianco annodato in cima alla testa dopo un giro sulla nuca. Grida di bambini incuriositi al nostro passaggio: all'epoca ancora evento raro. Terra che si solleva ovunque. Forse quanto di più simile, nella mia esperienza, alla Macondo di cui stavo leggendo. Del libro tentavo di ricordare la trama, di non perderla, le parentele, i nomi che si ripetevano. Le ultime parole del romanzo sono state commoventi, non possono non esserlo. Ma lontane. Gli ultimi sussulti di un mondo che si disfaceva lentamente, a partire dalla prima pagina, come la vita, non potevano colpire con forza la mia giovinezza. 
La seconda volta, sul letto di una città non mia, che poi lo sarebbe diventata, dopo gli studi. Forse è la volta che ricordo meno vividamente, assetata di vita, anche se sempre con la consapevolezza della portata e del piacere di quello che stavo leggendo. Ancora ancorata al cercare di ricordare la trama e i personaggi, infastidita dalla difficoltà di mantenerne una lucida memoria. 
La terza volta, sempre in quella città, sul divano letto di un monolocale che è stato la mia prima casa da sola, anche se sola per poco. Per la prima volta, oltre a guardare avanti, ho guardato indietro, già spaventandomi leggermente per gli anni che scorrono come treni, creando un unico percorso tra una lettura e l'altra di questo libro, come se mi accompagnasse davvero ogni giorno. 
E ora, la quarta volta, ho finito il libro nel mio letto, questa volta nella città natale. Con un brivido che conteneva pietà, commozione, ammirazione e angoscia per l'età che avrei avuto la prossima volta che avessi letto quelle parole. Per l'impossibilità di abbracciare e trattenere tutto immobile.
Ho lasciato perdere la trama (forse, proprio in questo modo, ricordandola più che tutte le altre volte), ho lasciato che i personaggi dai nomi ridondanti mi vagassero intorno, dicendomi quello che volevano dirmi, e non quello che cercavo di cavare da loro. Ho vissuto come Macondo, sentendo l'inizio del disfacimento anche dentro di me. Mi sono fatta trasportare con immensa gratitudine e malinconia.

domenica 10 luglio 2016

Il cielo di maiolica blu

Lo avevo dimenticato...prima della Ferrante sapevo di aver letto qualcos'altro, ma non riuscivo a focalizzarlo...già un brutto segno.
In questo libro Federica Giuliani descrive il suo rapporto con la Turchia. C'erano tutte le premesse perché io potessi amarlo. L'autrice ha iniziato a trascorrere le sue vacanze in Turchia nel 1980, con la famiglia, in modo libero e avventuroso, senza temere detti tipo "mamma li turchi" e senza temere di confrontarsi con la differenza.
Io sono andata per la prima volta in Turchia nel 1984, con un camper e un forte spirito di avventura che ci ha portati in territori inesplorati in senso turistico, e ad una delle esperienze più belle della mia vita, ripetuta poi diverse volte nei decenni successivi per totale fascinazione ed imperitura gratitudine. Lo sguardo suo e mio mi è sembrato simile, simile il tipo di approccio, la mancanza di pregiudizi, l'apertura al fascino del nuovo e dell'inaspettato. Le esperienze, le città toccate ed amate, gli aspetti culturali notati in particolare, la nostalgia.
Allora perché diavolo questo libro non mi piace per nulla? Mi sono chiesta durante la lettura.

Perché c'è un motivo, se io non ho scritto un libro sul mio rapporto con la Turchia. Ed è il seguente: probabilmente ne sarebbe venuto fuori un diariuccio ora infantile ora adolescenziale, magari con incastonata qualche descrizione di quelle che ormai siamo abituati a leggere nelle guide turistiche "furbe" alla lonely planet, o alla routard. Qualcosa di importante per me e per i miei ricordi, di estremamente emotivo, forse appassionato, ma noioso e inutile per chiunque altro al mondo. Perché non credo di possedere (e non senza infinita sofferenza) quel taglio intellettuale o spirituale che faccia di una cosa mia una cosa universale.

Ecco: Mal comune....quel taglio, a mio parere, non lo possiede nemmeno lei.


mercoledì 15 giugno 2016

Uncertainty fair

Bisogna premettere una cosa:
alcuni anni fa sono stata abbonata per credo sei mesi ad una delle riviste femminili che circolano nelle spiagge estive, vuoi per l'abbrutimento della maternità, quando il dono d'amore è appena giunto in famiglia e non lascia dormire, leggere, riposare, vivere, vuoi perché francamente la ritengo la migliore rivista del genere, e infatti ci scrive più di un autore che io personalmente e sobriamente idolatro.
L'abbonamento però non sopravvisse oltre quel periodo, perché il tempo con l'età stringe sempre di più, e in qualsiasi ambito siamo costretti a fare delle scelte: o leggo riviste o leggo libri, e francamente non ho avuto dubbi. Le riviste femminili le riservo a limitatissimi periodi di abbronzatura sul lettino, quando il prezioso Kindle potrebbe ferirsi con il sole o la sabbia. 
In questi anni sono stata oggetto di ripetute ma non fastidiose richieste da parte dell'editore del settimanale, che non si capacitava del mio recesso, non conoscendo i recessi della mia anima.

Qualche tempo fa mi è stato offerto un buono per ritirare la stessa rivista gratuitamente.

Ho pensato che forse, essendo gratuita, avrei potuto mantenere nei limiti la mia ossessione di lettrice compulsiva, leggere da cima a fondo qualsiasi oggetto abbia l'aspetto di scrittura, sia aramaico o cuneiforme (in contrasto, lo ammetto, con il nome di questo blog). 
Ho quindi accettato. 
La prima settimana abbiamo ritirato il giornale, l'abbiamo letto con piacere. Poi è arrivato il secondo buono. E il terzo. Ho pensato che la promozione durasse un mese. 
Poco dopo il quinto è arrivato un sondaggio a cui partecipare: dovevo pur sdebitarmi, ma sono stata chiara.
- E' stata contenta della promozione?
- molto
- Quante copie della rivista comprava prima della promozione?
- due all'anno
- E quante ne acquisterà ora?
- due all'anno.
Ho pensato: ecco. Finita. Nel mio caso, fallita. 
Ed è arrivato un altro buono. Poi un altro e un altro ancora. 
Le riviste si accumulano sul mio comodino, sempre meno interessanti. E io mi interrogo
Caso uno:  Si è inceppato il loro sistema operativo. Da oggetto di promozione sono diventata lettrice onoraria a vita, e alla mia morte mio figlio erediterà il 51% delle azioni dell'editore.
Caso due: sotto la luce soffusa di uno dei peggiori bar di Caracas, dopo numerose Caipirine, io ho firmato un contratto in base al quale, a meno di disdetta da inviare con raccomandata entro la settimana scorsa, mi troverò a fine anno a pagare una quantità di copie del giornale tale da costringermi a vendere la casa.
Caso tre: è una geniale idea di marketing, così geniale che solo le persone intelligenti ne capiscono le finalità, e nessuno, presso l'editore, ha il coraggio di passare per stupido chiedendo chiarimenti.

mercoledì 1 giugno 2016

L'amore imperfetto

Ecco che ricomincio a lasciare traccia dei libri che leggo, con l'Amore imperfetto di Grazia Attili, che ha creato un saggio godibile e documentato sulle derivazioni biologico-storico-evoluzionistiche dell'amore materno e dell'amore paterno, ovvero di come si siano differenziati, ma contemporaneamente rafforzati a vicenda, fondamentalmente al solo fine di perseguire la spinta che ancora surclassa ogni altra, nel determinare i nostri comportamenti: il successo riproduttivo, il far sì che i nostri geni ci sopravvivano.
Spogliati di ogni velleità, restiamo scimmie nude alla ricerca di un'istintiva immortalità.

giovedì 21 febbraio 2013

Perché?

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Ora devo per forza analizzare una questione curiosa.
Ho un lavoro che non manca mai di demoralizzarmi, per i più vari motivi. Perché ho completamente sbagliato gli studi che ho fatto, e se avessi studiato quest’altra cosa chissà. Perché i miei studi comunque non mi vengono riconosciuti dall’inquadramento contrattuale, quindi tanto valeva andare a lavorare a 19 anni, tra l’altro come hanno fatto quelli che qui mi comandano, e avere qualche anno di contributi in più così da sperare di andare in pensione almeno verso i 76. Perché orrendo vabbé, ma almeno avesse un riconoscimento economico che ci permettesse, chessò, di mangiarci una pizza ogni tanto fuori, e invece niente. Perché questo lavoro mi dà il raro privilegio di essere contemporaneamente affaticata dal troppo fare e annoiata dalla qualità del fare – dico, almeno fosse solo noioso, potrei dedicarmi, chessò, al punto croce – Perché nella vita ho sbagliato tutto e questo lavoro mi sta stretto e non ho avuto il coraggio di capirlo in tempo, e ora è tardi e la crisi, e come lo lascio un lavoro sicuro. Perché ho un kapo che non ha la minima idea di cosa stia succedendo, e, quello che è peggio, fa finta di averne un’idea precisa e agisce di conseguenza con la lucidità di un paziente di Basaglia. Perché i miei colleghi sembrano soffrire solo per le mancanze della dirigenza, per l’atmosfera non amichevole, perché siamo sempre meno, come i soldi nella busta paga, e io soffro di tutto questo ma anche del lavoro in sé.
Ecco, in questa atmosfera complessiva, perché mai l’unica cosa che mi rasserena sia pensare a Charles Bukowski?
Nemmeno mi piace tanto, Charles Bukowski. E, d’altra parte, che faccio, a che pro mi paragono a un famoso scrittore? Poi si distruggeva a bere, e io nutro un’angosciata avversione, sicuramente legata a traumi infantili (avrò rimosso una relazione tempestosa con un eroinomane?), per chi si disfa con qualsiasi additivo.
Ma immaginarlo mentre fa il mediocre impiegato in Post Office, e però poi qualcosa crea, qualcosa lascia..mi rassicura, mi solleva dall’inquietudine del tempo inutile, e breve.

mercoledì 30 gennaio 2013

Esercizio dei diritti civili

Correva l'anno 1989, e, adolescente, sguazzavo tra le onde di lidi laziali, mentre mia madre, con sguardo perennemente appassionato, non alzava gli occhi dal romanzo, godendosi ogni riga e tutta la mia invidia. È sempre stato un ricordo importante nella sua serenità, e per anni mi ha lasciato in bocca la voglia di leggerlo, nonostante un certo timore reverenziale.
Mio padre, interrogato su cosa ne pensasse, ha detto: ho saltato tutti i dialoghi, l'ho letto molto rapidamente!
Resta da capire che cosa abbia letto, dunque, visto che, tolti i dialoghi, restano sì e no un paio di righe.
Ora l'ho fatto, ci ho provato, con le migliori intenzioni, protesa a coglierne ogni significato, ogni sfumatura.
Non posso più ignorare i sintomi, il mio temporeggiare davanti alla televisione per non andare a letto, l'evitare di pensare ai libri che mi aspettano per un fastidioso senso di colpa...ora abdico.
Zauberberg, hai vinto, o hai perso, a seconda dei punti di vista: a pagina 78 del secondo volume mi sono fermata, per correre alle ultime pagine, solo per scoprire, notizia pur poco rilevante nell'economia del romanzo, quanto Giovanni Castorp rimarrà lassù nel sanatorio (e non lo dico, troppa la fatica fatta per saperlo), e poi ho rinunciato alla montagna incantata, come sempre con un senso di sconfitta misto a sollievo. Spero di ricondurre presto il romanzo alla memoria dei lidi laziali, e della gioia di mia madre.

venerdì 27 gennaio 2012

Carta igienica?

Ho tra le mani un kindle, un e-book reader, uno di quei moderni accessori che provocano la modifica di un altro pezzetto delle nostre abitudini più sane e piacevoli, ma che risolvono molti dei problemi dei lettori compulsivi-ossessivi come me, che se mi trovo in fila alle poste senza nulla da leggere provo sintomi da evidente astinenza, abbruttendomi in un angolo con la barba che cresce incolta e lo sguardo smarrito.
Ho notato che i conoscenti investiti della questione non si dividono tanto tra chi ama e chi odia, ma tra chi legge e chi no.
Chi ama leggere non sceglie questi affari col cuore, che rimane tutto tra le pagine fruscianti, ma per la comodità, per la leggerezza, per la vertigine di possedere 800 storie tutte in borsetta e contemporaneamente, senza mai restare a secco, provando un po’ della serenità di chi, avendo sofferto la fame, ammira la dispensa inutilmente piena.
Chi non legge, con la stessa lucidità dei detrattori della volatile moda del papiro ai tempi della sana incisione sulla pietra, lo guarda con sdegno, e commenta: mah, per me il rapporto con la carta è tutto, non potrò mai rinunciarvi.

sabato 17 dicembre 2011

Diritto al mona

Più mi sento invasa dalla fatica e dallo stress più cerco libri che mi rendano leggera, me ne rendo conto. A volte mi sento in colpa, come quando si legge un romanzo perché è piaciuto il film da cui è stato tratto e il cervello, snob fino all’ipotalamo, dice eddai, ma è un sistema da analfabeti di ritorno..Ma non è il momento di Musil. Nemmeno dell’amato James, ho interrotto le Bostoniane. E nemmeno della sofferenza alcolica americana, o della vita di Ipazia. Ho diritto a cercare puro sollievo, o la mente si atrofizza nella semplicità? La risposta me la regala il solito Pennac – certo che difendo i miei diritti di lettore con più veemenza dei miei diritti costituzionali - e mi metto il cuore in pace.

sabato 10 dicembre 2011

La malattia libera parole

Torno ora da una settimana di –iti (tonsillite, tracheite, otite, cistite, stomatite) che, pur nella sensazione del più totale anacronismo che regala la febbre d’estate, che nemmeno ad andare in giro in torpedone, ha enormemente favorito la mia vita intellettuale, regalandomi il tempo di ritagliarmi borse da mare con le foto dei miei scrittori (una borsa di plastica con tante taschine munite di figurette di bellezze anni’50 soppiantate da Forster, Lessing, Kipling e altre decine, tra cui Joyce che si è meritato di comparire straziato, il mento in alto a destra e la fronte in basso al centro), e di leggere diversi libri.
La via del tabacco

Ho finito da qualche tempo questo libro pazzesco, in cui il degrado, la fame e la mancanza di futuro rendono una famiglia completamente priva di ogni componente umana, del senso della famiglia, della protezione, dei legami amicali, scaraventandoli nelle loro giornate a spremere calpestandosi a vicenda qualsiasi cosa possano ottenerne, da una rapa cruda all’ebbrezza di un giro in macchina in città, lasciando cadaveri specchio di sé stessi sul selciato. Un libro ben scritto, durissimo, angosciante quanto basta a capire quale orrore noi tutti celiamo dietro certe nostre porte, senza sapere con certezza quanto poco basti a spalancarle.
Il doppiaggio nel cinema italiano di Massimo Giraldi, Enrico Lancia, Fabio Melelli: un libro più di consultazione (ma chi è questa voce?) che di lettura vera e propria, in cui però ho trovato qualche curiosità su un argomento che, con la musica, mi interessa tantissimo (cosa darei per assistere a una seduta di doppiaggio)..

Una moglie a Parigi, di Paula McLain, regalo di compleanno. La scrittrice, dopo una lunga opera di ricerca, si è infilata nella vita di Helizabeth Hadley Richardson, prima moglie di Hamingway, testimone della sua prima giovinezza (l’ha sposato a 21 anni) e dei suoi faticosi inizi letterari, mollata una volta raggiunto il successo come altre mille mogli, per altre tre matrimoni e un suicidio, costellati di pagine di nostalgia per il periodo “giovane e povero”. Non approvo, di base, i romanzi i cui scrittori si impadroniscono delle vite di persone realmente esistite e, di solito, famose o vissute accanto a persone famose. Mi infastidisce il giochetto, mi sembra pericoloso, e sicuramente farcito di errori quanto una qualsiasi narrazione può assomigliare a una vita vera. Ma poi tutti i romanzi rubano dalle vite, e in tutte le vite possiamo trovare tasti nostri, e perché le vite di chi conosciamo per fama devono essere lasciate in pace, come se solo il protagonista ne potesse parlare? Insomma, mi ha coinvolta, e ho letto tutto d’un fiato, arrivando alla dolorosa e prevista fine di un matrimonio con lo stesso pathos che alcuni film americani riescono a trasmetterti nel lento incedere di una catastrofe naturale.

Cortesie per gli ospiti, di Ian McIwan. Strani eventi: tempo fa, accendo la TV per cinque minuti di pausa pomeridiana mentre Marito e Babi tornano dal parco, e trovo in un oscuro canale digitale un pezzettino di film con Rupert Everett, di quelli di fotografia super patinata e di atmosfera a metà tra un film erotico e un thriller morboso degli anni ’80. Ne leggo il tristo riassunto, mi soffermo a riflettere sul fatto che i riassunti della TV li devono scrivere dei mentecatti che ritengono che la suspense si fabbrichi mettendo a caso puntini di sospensione (“e lei se ne va a…”), e tutto si ferma lì. Il giorno dopo passeggio per un mercatino del libro usato, e, a soli tre euro per un Einaudi quasi nuovo, trovo Cortesie per gli ospiti, il libro da cui è tratto il film. Non potevo dargli asilo, per quanto McIwan sia un attore che devo riservare a momenti limpidi e leggeri della vita, perché è capace di pugnalarti e abbandonarti a rotolare nell’angoscia come un brutto incontro fuori dal peggior bar di Caracas. E così è stato.

E ora vengo cullata da “Il testamento” di John Grisham, tra le cui braccia svengo come una Rossella O’Hara col busto troppo stretto, ogni volta che la vera letteratura mi maltratta.

mercoledì 22 settembre 2010

Barbarie e imbarbarimento

Su Baricco scrittore di romanzi, dopo averne mangiati cinque, coltivo una densa arte del dubbio. Di Baricco giornalista/divulgatore sono completamente stregata. Uno di quei pochi che ti mettono per qualche attimo in pace con i pensieri vorticosi che attraversano la mente, proponendo un pavimento temporaneo su cui riposare, sentendosi capiti.
Ne rubo dunque le riflessioni pubblcate su Repubblica e datate 21 settembre, per illudermi che questo barlume di comprensione mi consenta di riflettere in pace un po' più a lungo del solito.


"CARO Eugenio Scalfari, vedo con soddisfazione che tutt'e due, pur di generazioni e radici diverse, abbiamo la stessa istintiva convinzione: è in corso una mutazione che non può essere spiegata con il normale affinarsi di una civiltà, ma sembra essere, più radicalmente, il tramonto di una civiltà e, forse, la nascita di un'altra. Bene. Non tutti hanno la stessa lucida convinzione e, secondo me, su questo abbiamo ragione noi.

Poi però le cose si ingarbugliano. E lo fanno su un punto che è fondamentale, e su cui ho visto molti irrigidirsi, proprio sulla base di quelle osservazioni che tu lucidamente raccogli e sintetizzi. E il punto è: barbarie e imbarbarimento (per usare le due categorie che usi tu, e che mi sembrano chiarissime).

Io quando penso ai barbari penso a gente come Larry Page e Sergey Brin (i due inventori di Google: avevano vent'anni e non avevano mai letto Flaubert) o Steve Jobs (tutto il mondo Apple e la tecnologia touch, tipicamente infantile) o Jimmy Wales (fondatore di Wikipedia, l'enciclopedia on line che ha ufficializzato il primato della velocità sull'esattezza). Quando penso agli imbarbariti penso, a costo di sembrare snob, alle folle che riempiono i centri commerciali o al pubblico dei reality show. Il fatto che i secondi usino abitualmente le tecnologie inventate dai primi non deve confondere le cose. Si tratta di due fenomeni diversi: né l'eventualità che Steve Jobs adori i reality show deve indurci a fare confusione.

Quando penso ai barbari penso a Diderot e D'Alembert (apparivano come barbari all'élite intellettuale dell'ancien régime) e quando penso agli imbarbariti penso al cascame di aristocratici che mentre nasceva l'Illuminismo ripetevano a vuoto i riti di un privilegio e di una ricchezza che in realtà non avevano più le energie per motivare e difendere. Quando penso ai barbari penso a Mozart (il Don Giovanni sembrò piuttosto barbaro all'Imperatore che lo pagò) e quando penso agli imbarbariti penso alle signorine aristocratiche che strimpellavano ottusamente sonatine di Salieri nei loro saloni cadenti. Voglio dire che una cosa è l'insorgere di modelli radicalmente innovativi e irrispettosi della tradizione, un'altra è il fisiologico disfarsi di una civiltà nell'ignoranza, nell'oblio, nella stanchezza e nel narcotico dei consumi. Di solito le grandi mutazioni scattano esattamente quando scattano simultaneamente i due fenomeni, e in modo spesso inestricabile. Da una parte una certa civiltà marcisce, dall'altra una nuova civiltà insorge (anche nel senso di ribellione). E' lo spettacolo davanti a cui ci troviamo adesso: ma bisogna stare molto attenti a isolare, all'interno di un unico grande movimento, le due forze opposte che stanno lavorando.

L'imbarbarimento, di per sé, a me non risulta così interessante. Mi sembra un decorso fisiologico, già visto innumerevoli volte in passato, e oggi forse solo accelerato o reso più evidente dal moltiplicarsi delle informazioni e dalla abilità dei mercanti. Anche nel piccolo cortiletto della nostra Italia, assisto naturalmente allo sfarinarsi di una certa statura civile, di una certa tensione morale e di una certa tenuta culturale: ma mi chiedo se era poi tanto meglio l'Italia anni Cinquanta-Sessanta, dove una minoranza assoluta di persone coltivava un vivere alto e nobile ma la stragrande maggioranza degli italiani nemmeno aveva accesso ai consumi culturali, era sostanzialmente disinformata e quanto ai principi morali si doveva fare andar bene la predica in parrocchia. Non so. Ma comunque non riesco a preoccuparmi più di tanto.

La barbarie, invece, nel senso di Page, Brin e Jobs, quella mi affascina, e quella sì mi sembra degna di essere compresa. Ti cito loro tre, ma se solo sfogli, ad esempio, Wired ti accorgi che c'è tutto un iceberg sommerso di gente come loro, solo più nascosta, o meno geniale, o semplicemente non americana (per non arrivare, semplicemente, ai nostri figli, che sono in tutto e per tutto barbari).

Lì lo spettacolo è affascinante: sono persone a cui non manca l'intelligenza, che crede sinceramente di costruire un mondo migliore per i propri figli, che coltiva una certa idea di bellezza, che non disprezza affatto il passato, che domina le tecniche e che sostanzialmente ha una matrice umanistico-scientifica: eppure, nel momento di disegnare il futuro, se non addirittura il presente, non fa uso di strumenti che vengono dalla tradizione e fonda il loro ragionare e il loro fare su principi affatto nuovi che, alle volte, ottengono perfino l'effetto collaterale di distruggere, alla radice, interi patrimoni di sapere e di sensibilità che giacciono nel patrimonio condiviso dell'attuale civiltà. Di fronte a questo, io vedo lo sforzo immane di ricostruire un nuovo umanesimo a partire da premesse diverse, evidentemente più adatte al mondo com'è oggi: e cerco di capire: con fatica, ma cerco di capire. Cercando di non spaventarmi.

Quel che mi sembra di aver capito è che quella forma di barbarie genera inevitabilmente imbarbarimento ma anche, e simultaneamente, ricostruzione, e civiltà. Non potrebbe essere diversamente. D'altronde non giudichiamo il romanticismo dall'orrore delle poesiole romantiche che scrivono i quattordicenni, o dalla musica stucchevolmente romantica che decora film penosi, e nemmeno dalle lettere sdolcinate di una ragazzina francese del 1840 che si innamora dell'avvocatucolo del paese: giudichiamo il romanticismo a partire da Chopin, se mai, da Schelling, da una certa collettiva e fantastica iniziazione all'infinito, dalla scoperta collettiva di certi sentimenti, ecc, ecc. E allora perché dovremmo giudicare Steve Jobs dai messaggi sgrammaticati che la gente si scambia sui suoi Iphone? Perché non ci arrendiamo all'idea che l'imbarbarimento è una sorta di scarico chimico che la fabbrica del futuro non può fare a meno di produrre? Simili rifiuti li ha prodotti l'Illuminismo, e prima di allora l'Umanesimo, e prima di allora l'idea imperiale di Roma, e prima di allora...

Così mi viene istintivo non farmi distrarre dall'imbarbarimento, e di studiare la barbarie. E studiandola ho finito per arrivare a questo crocevia della profondità. Come ho anche scritto nell'articolo, è un punto abbastanza scioccante e non riesco a scriverne senza il timore di colpire a morte qualcosa di preziosissimo. E sono anche sicuro che tra un po' di anni sarò in grado di scriverne meglio, con più precisione e più consapevolezza: ma intanto faccio tesoro di questa certezza intuitiva: il sistema di pensiero dei barbari sopprime il luogo e il mito della profondità.

Non elimina il senso, ma lo ridistribuisce su un campo aperto che solo per comodità definiamo ancora superficialità, ma che in realtà è una dimensione per cui non abbiamo ancora nomi, e che comunque ha poco a che fare con la superficialità intesa come limite, come soglia inattraversata del senso delle cose, come facciata semplicistica del mondo. In un certo senso potrei dire che il mondo di pensiero in cui si muove Steve Jobs (e mio figlio, 11 anni) sta a quello in cui siamo cresciuti noi due come il firmamento di Copernico sta a quello di Tolomeo (peraltro erano inesatti entrambi); o come Emma Bovary sta ad Andromaca.

Non ci sono meno stelle nel cielo di Copernico, né meno amore nella vita di Emma Bovary: ma sono il cielo e l'amore di un'umanità nuova, che lavorava con principi diversi, partiva da premesse inaspettate e andava ad abitare un paesaggio della mente e del cuore fino a quel momento vietato. Non c'erano nemmeno i nomi, in un primo momento, per pronunciare quel mondo nuovo: non abbiamo un nome noi adesso, per pronunciare l'asse su cui il senso è andato a disporsi, una volta sfarinata la dialettica di profondità e superficialità.
Tu dici: non diresti queste cose se tu, ancora, non fossi in grado di pensare e dire la profondità. E' un'obbiezione che mi fanno in molti. Ed è molto logica. Ma a me rivela soprattutto quanto siamo già avanti nella strada, virtuosa, della barbarie. In realtà solo gente molto barbara può giudicare profondo il mio modo di pensare o scrivere: solo trent'anni fa sarebbe parso umiliante che si discettasse di cose del genere con questo livello di approssimazione, con un simile tipo di linguaggio, su uno strumento vile come un giornale, e lasciando parlare uno scrittore di successo. Solo quarant'anni fa questi dibattiti di idee si facevano nelle accademie, e li facevano i filosofi, gli antropologi, i sociologi. Come mai adesso loro tacciono, smarriti, e noi, scrittori-giornalisti, ci troviamo bene o male ad accompagnare la riflessione collettiva su temi così importanti su carta che l'indomani involtola l'insalata o su riviste che ci mettono in copertina tutti belli ritoccati, manco fossimo degli attori? Non lo senti lo stridio di qualcosa che non va? Non ti sembra che qualcosa che era nel profondo è risalito fino in superficie, per diventare domanda pronunciabile, e lì l'abbiamo incontrata noi, perché lì eravamo, già da un sacco di tempo, in superficie, non la superficie degli idioti, la superficie che è il luogo del senso, il luogo scelto da questo mondo per il senso? Non pretendo di convincerti, ma se ti devo dire sinceramente quel che penso è che la tua obbiezione andrebbe rovesciata: più di quanto tu non immagini, tu ti muovi in modo barbaro, hai il talento dei barbari, hai un'istintiva comprensione di dove scorre la corrente forte del senso, e per questo dialoghi con me, e non alzi semplicemente le spalle, pensando che dico cose superficiali. E la gente ti legge, e ti capisce, perché gli racconti la stessa ansia che hanno anche loro, cioè quella di poter essere barbari senza imbarbarire. E' il problema dei più, oggi, il problema della gente di buona volontà. Sentono di essere ormai oltre una certa civiltà, ma non vogliono essere peggiori. In un certo senso, tu, io, e tutti loro, mi sembriamo davvero il Kublai Khan timoroso delle Città Invisibili. Era di stirpe mongola, lui: era esattamente un barbaro che era sceso a distruggere l'altissima ed eterna civiltà cinese e se ne era appropriato. Seduto sul trono, di fronte a un mercante (non a un filosofo), formula la domanda: com'è il mio impero? Non aveva una risposta, e la cercava.
Per cui, certo, la nostra battaglia è contro l'imbarbarimento: non penso di aver fatto una sola cosa, nella mia vita professionale, senza pensare, anche, ad arginare un certo imbarbarimento. Credo che la stessa cosa si possa dire di te. Ma per quanto mi riguarda, altrettanto importante mi pare non scambiare questa battaglia con una dannosa resistenza alla barbarie, intesa come intrusione del radicalmente nuovo, come forza della mutazione, e come metamorfosi ultima dell'intelligenza. Pur con una certa fatica, mi sforzo di non confondere le due cose, e nemmeno la certezza di sbagliarmi spesso riesce a farmi disamorare di questo compito, e di questo piacere".

lunedì 26 luglio 2010

Hotel del ritorno alla natura


E’ qualche ora che dal mio comodino virtuale ho fatto sparire Hotel del ritorno alla natura di Simenon. Semplicemente perché l’ho finito.
Ci ho infilato L’ipnotista, quasi sperando di non notare io per prima la sostituzione.
Tutto questo perché mi sto arrovellando da un discreto tempo, chiedendomi cosa mai scrivere, su questo libro, terminato con le prime luci dell’alba, piena di una curiosità che non ha avuto il permesso di andarsene con l’ultima pagina. Francamente non so cosa dire.

Posso anticipare che non ho mai amato molto Simenon; non so perché, ma i suoi Maigret mi rimangano pressoché indifferenti, e trovo che i romanzi extra Maigret inducano, nella sempiterna cupezza che li attraversa, un’eccessiva voglia di suicidio, quasi a dire, come una collega questa mattina nello sbolognarci roba da fare: scusate, non ho tempo di vivere.
Scriverò dunque solo qualche impressione sconnessa, forse inutile a chi decida di cimentarsi nella lettura grazie a un mio consiglio, ma necessaria a lasciar traccia della mia attività oculare degli ultimi giorni, perché un buco tra i libri è come una pagina di diario strappata alla memoria.

L’oggetto: in un’isola deserta delle Galapagos si trovano a vivere contemporaneamente, completamente privi di comodità e modernità, uno scienziato tedesco, la sua assistente che per una vita casta e primitiva con lui ha lasciato il marito, e una famiglia di conoscenti dei primi, che vivono lì per il clima necessario alla sopravvivenza del figlio tubercolotico. Dopo anni di pace e tiepidi rapporti di vicinato, arrivano una rumorosa duchessa con un ambiguo marito, un amante – schiavo giovanissimo, e casse di whiskey, champagne, sigarette e dischi, in un pietoso tentativo di impiantare un hotel con ogni comodità nella natura incontaminata.

Non è assolutamente noioso. Scatena in me forti emozioni, grazie ad un personaggio delineato con tutti i tratti che non sopporto in alcune persone reali. Mi incuriosiscono le dinamiche tra queste persone che si costringono per diversi motivi a vivere in situazioni estreme, e come un nuovo arrivo, nonostante si tratti di un’isola in cui ciascuno potrebbe vivere completamente isolato dagli altri, alla fine conduca a una sorta di condivisione di un destino comune, come se gli umani non riuscissero a reprimere del tutto la propria socialità. E’ scritto benissimo. Direi che è avvincente, perché non ti viene fino all’ultima pagina la benché minima idea di come cavolo possa finire.

Temo però che anche Simenon abbia avuto lo stesso problema, e abbia mandato in stampa il libro prima di risolverlo.

martedì 13 luglio 2010

Tonsille e parole


Tonsillite in luglio. Naturalmente condivisa, visto che Marito ed io abbiamo preso alla lettera le formule degli sposalizi americani circa la comunione in salute e in malattia (al nostro matrimonio non ho sentito nulla di simile, e, senza chiesa, senza damigelle vestite di viola, senza fiori ad ogni angolo, non avevamo proprio il phisique du role), e ci divertiamo a comprare anticipatamente antibiotici formato famiglia perchè tanto uno subenterà all'altro, questione di ore. Per lo meno, questa leggera sfasatura, fa sì che uno dei due sia sufficientemente in forza per occuparsi di Babi il genitorivoro.
Tutto questo, però, mi ha dato modo di dare una sferzata al polveroso comodino di cui parlavo l'altro giorno, e ad un ottimo Wodehouse, Jeeves non si smentisce, sono seguiti La donna della piazza Rossa di Enrico Franceschini, con tanto di dedica fatta al Festivaletteratura, ma non un granchè, Achille piè veloce di Benni: devo dire, con profondo rammarico e consapevolezza della responsabilità di un sicuro virtuale putiferio - se solo questo blog venisse consultato da più di cinque persone - che ho capito definitivamente di non sopportare come scrive Benni, che in passato già trovavo estremamente autoreferenziale, e che con gli anni si è così appesantito da costringere il lettore a trascinare nella lettura le parole che precedono, invece di lasciarle dove sono state lette, fino a presentarsi al finale spingendo un enorme carrozzone di sillabe ridondanti, che di solito coprono l'ultima frase, quella che dovrebbe dare il brivido che sempre attendo. Do'h.
Ancora in corso, infine, la lettura di Anne Holt, Non deve accadere, il giallo di grande successo in Norvegia e in Europa, che sicuramente mi sta coinvolgendo profondamente (ohibò, perchè mi trovo qui e non a letto a leggere?), ma che contemporaneamente sta contribuendo a delineare più precisamente un disagio in cui mi trovo ormai da tempo, nella lettura di libri contemporanei: un qualcosa di debole, forse nella struttura dei personaggi? che si palesa soprattutto durante la lettura dei dialoghi, quando una conversazione non suona come dovrebbe, e che mi sembra non noti nessun altro, quando leggo recensioni o opinioni di amici. Cercherò di spiegarmi meglio, con esempi. Per ora mi limito a dire che, semplicemente, nei classici non accade mai.