E' strano, prendere tutto un malloppo di passato, di quando la prole ti saltellava intorno in una condizione di totale dipendenza, tenerlo lì sotto e tentare di proporre qualcosa di molto diverso, che sì, viene da quella roba lì, da quelle esperienze, ma per certi versi è di nuovo una vita più simile a quella da giovani e per altri son giornate da vecchi perennemente stanchi e acciaccati. Fatto sta che in questi anni di silenzio, nei quali non mi nutrivo di scrittura, io continuavo a pensarci, a questo diario che restava solo nella rete, sconosciuto ai più e giustamente dimenticato dai pochi, tra altri milioni di diari e che conteneva cose che per me erano importanti: mi avrebbe per esempio impedito di dimenticare molti giorni. Quindi è sempre stata rassicurante, l'idea che da qualche parte ci fosse; che, come pare accada per le foto imbarazzanti, la rete prima o poi restituisca ogni cosa (tranne le tesi di laurea cancellate per errore, che invece finiscono in un universo parallelo dal quale non si torna). Questi racconti, qui sotto, mi tengono per certi versi ancorata a quella vita, con un bambino piccolo, all'asilo e all'inizio della primaria, quando i pomeriggi erano spesso fatti di mutuo soccorso tra madri, dopo scuola a lasciar sfogare i pargoli; era incredibile, quante cose delle reciproche vite si finiva per conoscere, fuori dalla scuola col sole e col freddo boia, a consolarsi e consultarsi a vicenda. Ora, madri di adolescenti, non ci si conosce più, tra famiglie della classe del liceo, e si finisce per avere più tempo, ma socialità meno assidua, salvo recuperare quella della gioventù, sempre che si sia stati abbastanza saggi da mantenerne degli scampoli. Tutto questo per dire: l'impulso impera! Ricomincio a scrivere: qui le mie letture, o le giornate che può valere la pena di ricordare e condividere con gli amici. E altrove (sarò più precisa a breve) i miei viaggi, dato che mi è stato detto che era un peccato, che tutta la mia programmazione ossessivo-compulsiva-certosina restasse confinata in un quaderno A5 invece che a disposizione dell'umanità (i venticinque lettori di manzoniana memoria). Quindi coraggio, ricominciamo.
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martedì 18 aprile 2023
giovedì 21 luglio 2016
Giorgio
Ce l'aveva una mia amica, che me ne raccontava meraviglie. Pare sia diverso da tutti gli altri, che la sua delicatezza sia rinomata, che nessuno come lui sappia dare soddisfazioni ad una donna.
Ma non si può nascondere gli aspetti difficili: una volta alla settimana, o anche meno, è necessario rinnovarlo, per evitare che muoia, rispettando orari, temperature, pesi, e massaggiandolo fino a che comincia a ribollire.
Ho sempre avuto paura di prendermi in casa Giorgio, con una famiglia, un cane, un gatto. Io tendo alla comunità, ma poi sono stanca...
Però ieri non ho resistito.
Ok, dammi Giorgio, le ho detto.
E l'ho portato a casa in un vasetto di vetro. L'ho messo nel forno in un contenitore, e ho dovuto mettermi il promemoria per ricordarmi di ficcarlo in frigo in piena notte, già cominciando a santiare per essermi assunta anche questa gravosa assistenza. Tra l'altro non mi risulta che ci siano pensioni per Giorgi, nelle vacanze estive.
Perché Giorgio è vivo, mica si scherza. Ha tre anni, e spero che con me ne raggiunga molti di più.
E così inizia la mia avventura col lievito madre.
venerdì 3 giugno 2016
Life is life
I colleghi, molto tempo fa, invitati a cena per il mio compleanno, mi portarono un regalo e un biglietto musicale. Aprendolo, una battuta di spirito non eccezionale veniva accompagnata dal ritornello di "life is life" degli Opus. Ebbene, terminata la cena ho fatto una cosa imperdonabile: ho appoggiato il biglietto sulla cassettiera all'entrata, un mobile talmente pieno di roba che a suo confronto la borsa di Mary Poppins non è che una pochette. Da quel momento il biglietto è scomparso, semplicemente non appare più alla vista di nessun membro della famiglia. È introvabile. Ma questo non significa che non si faccia vivo con una frequenza e una scelta dei tempi comici invidiabile.
- Babi! Prendi la sciarpa, se no prendi l'ennesimo raffreddore!
"Life is life...na na na na na",
recita la cassettiera.
recita la cassettiera.
- ora basta, Marito! Non puoi di nuovo rompere, ne abbiamo già parlato!
"Life is life...na na na na na", rendendo inutile qualsiasi replica.
Da un po' di tempo taceva, rendendoci speranzosi circa l'esaurimento della batteria, e la fine di questo rapporto malato e impari. Ma a quanto pare il diabolico ingranaggio ha trovato il modo di funzionare ad acari, perché oggi, mentre marito, stremato sul divano in preda a un gravissimo raffreddore cercava sollievo nell'affetto di Pastaconlesarde, il nostro cane, chiedendosi con quale farmaco di nuova sperimentazione uscire da questo stato comatoso, e se mai avrebbe potuto rialzarsi, la cassettiera ha ripreso indomita: life is life, na na na na na.
Grazie.
giovedì 26 dicembre 2013
Natali
Da anni vivo diversi natali: da piccola si pranzava da una nonna per poi percorrere una settantina di chilometri per aprire i regali anche dall'altra nonna, ora le cose si sono ulteriormente complicate: vigilia da nonna D, natale dagli zii paterni, santo Stefano addirittura cambiando regione per raggiungere i parenti di Marito. Il tutto come se fosse la prima volta, quanto al mangiare, dico, ogni giorno ricominciando come se l'occasione fosse l'unica.
Domani rotolerò in giro per la città.
Oggi si è giocato a quel gioco in cui ci si trova con un biglietto in fronte col nome di un personaggio che bisogna indovinare parlando coi commensali, che rispondono alle domande con sì o no. Due erano le zie che confondevanocontinuamente i concetti di portatore di biglietto e biglietto.
- ho la barba?
- certo.
- Zia, Gianni Morandi non ha mai avuto nemmeno la barba di un giorno dopo una ciocca.
- sono una donna?
- si!
Zia, Michael Jordan è maschio!
- sono un uomo?
- sì
(Poco dopo)
- sono un animale?
- zia, secondo te il fatto che abbiamo unanimemente convenuto che sei un uomo, che implicazioni ha?
Babi ha presto indovinato di essere la Befana (sono realmente esistito? Ceeerto!). Marito si è trovato a suo agio nei panni di Gesù. Più dura è stata per il cugino Andrea, divenuto Antonio Cornacchione, e per la zia B. nei panni di Ciuchino.
giovedì 26 luglio 2012
Famiglia allargata
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Da qualche giorno la famiglia Sportivetti si è ampliata,
accogliendo un enorme quanto divertente calcio balilla, o calcetto, come l’ho
sempre chiamato io, di quelli da bar di una volta, venuto dalla soffitta di
nonna D, che a sua volta l’aveva ricevuto da amici qualche anno fa.
Devo dire che nonostante la mole e la rumorosità all’uso è
un acquisto raccomandabile, perché arricchisce le serate con gli amici di
gridolini e allegra competitività, aiuta a passare il tempo con Babi, che sta
già imparando qualche tiro pericoloso, unisce la coppia, a meno che non scelga
di giocare in opposte fazioni, determina una certa invidia nel vicinato, tanto
da suscitare commenti amari tipo: “chi ha vinto, ieri sera? Io ero un campione…”,
e alimenta le zanzare tigre se ci si ostina a giocare al tramonto. Insomma,
benvenuto a Gastone, perché è così che si chiamerà.
domenica 22 gennaio 2012
Canto di Natale, ovvero come germina la discordia tra i popoli
Bisogna premettere che mio padre e i suoi fratelli hanno vissuto tutta la loro giovinezza tramando nell’ombra. Per la loro madre, nonna O, tutto ciò che non sapeva fare lei era impraticabile da chiunque. Dunque i figli, ad insaputa dei genitori, hanno nuotato in ogni fiume, si sono scapicollati in biciclette da rottamare, hanno posseduto automobili e motociclette, e andavano a messa a turno, per poter sostenere l’interrogatorio materno sul vangelo del giorno, presentandosi impeccabili a cena.
Tanti anni fa i due fratelli maggiori erano rimasti soli a casa per un pomeriggio. Il più grande, zio D, femminaro ai livelli di Mimì Augello, era riuscito a rimediare un appuntamento con due americane. Sono entrate in casa, e hanno danzato tutto il pomeriggio con una bibita in mano, e ai piedi tacchi a spillo che terminavano con tre chiodini, per difendersi dal ghiaccio. Il tutto sul parquet appena posato dal severissimo nonno P.
Alla fine del festino, appena notata la devastazione operata sul pavimento, lo zio H ha decretato: siamo morti. Ma lo zio D ha preso in mano la situazione: ghe pensi mi.
Al ritorno dei nonni, che immagino coi capelli dritti per lo sconvolgimento emotivo, lo zio ha raccontato: Sai quella stupida della Olga Fornaro, la figlia dei vicini? E’ venuta a tentare di venderci un’enciclopedia, e nella foga del momento, andava avanti, andava indietro, e girava in tondo, e non c’era verso di fermarla. Una cosa pazzesca!
-Ma quella stupida! Ma guarda se doveva ridurre così il parquet nuovo! Ma a cosa serve girare come trottole per vendere un libro! Ha commentato il nonno P pieno di sdegno.
Da quel giorno la povera Olga Fornaro ha sempre rappresentato, nella memoria familiare, il massimo esempio di stupidità e indifferenza per le cose altrui. Ma non solo per i poveri nonni buggerati, anche per i figli ingannatori, che ancora vedono passare l’ignara donna apostrofandola con: Guarda, quella stupida di Olga Fornaro.
Tanti anni fa i due fratelli maggiori erano rimasti soli a casa per un pomeriggio. Il più grande, zio D, femminaro ai livelli di Mimì Augello, era riuscito a rimediare un appuntamento con due americane. Sono entrate in casa, e hanno danzato tutto il pomeriggio con una bibita in mano, e ai piedi tacchi a spillo che terminavano con tre chiodini, per difendersi dal ghiaccio. Il tutto sul parquet appena posato dal severissimo nonno P.
Alla fine del festino, appena notata la devastazione operata sul pavimento, lo zio H ha decretato: siamo morti. Ma lo zio D ha preso in mano la situazione: ghe pensi mi.
Al ritorno dei nonni, che immagino coi capelli dritti per lo sconvolgimento emotivo, lo zio ha raccontato: Sai quella stupida della Olga Fornaro, la figlia dei vicini? E’ venuta a tentare di venderci un’enciclopedia, e nella foga del momento, andava avanti, andava indietro, e girava in tondo, e non c’era verso di fermarla. Una cosa pazzesca!
-Ma quella stupida! Ma guarda se doveva ridurre così il parquet nuovo! Ma a cosa serve girare come trottole per vendere un libro! Ha commentato il nonno P pieno di sdegno.
Da quel giorno la povera Olga Fornaro ha sempre rappresentato, nella memoria familiare, il massimo esempio di stupidità e indifferenza per le cose altrui. Ma non solo per i poveri nonni buggerati, anche per i figli ingannatori, che ancora vedono passare l’ignara donna apostrofandola con: Guarda, quella stupida di Olga Fornaro.
domenica 25 dicembre 2011
Rapporti con santi e supereroi in genere
- Attenzione spoiler-
I
miei nipoti ora diciottenni ancora ricordano vividamente il dolore infinito
della scoperta del grande imbroglio Babbo Natale: erano in Grecia, in un
ristorante sul mare, in un luglio afoso, e attendendo l’ordinazione hanno
chiesto ai genitori quasi per scherzo, per una definitiva conferma, se quelle
voci dei compagni sull’inesistenza del grande vecchio potessero avere un fondo
di realtà. I genitori hanno confessato. E loro, da bravi futuri ingegneri,
hanno passato in rassegna con una sorprendentemente precisa memoria
dell’infanzia tutti i Natali trascorsi, facendosi spiegare come fosse possibile
che i genitori falsi e bugiardi fossero accanto a loro nei consueti panni e
contemporaneamente impersonassero il vecchio porporavestito, e come mai
quell’altra volta Babbo è arrivato da quella direzione mentre il padre si trovava
dall’altra parte della stanza, e così via, quasi a cercare di ricondurre loro i
genitori alla realtà, sottraendoli a quella incomprensibile arroganza di
volersi fingere Santi o Supereroi.
Per
quanto mi riguarda, l’assoluta mancanza di spiritualità della mia atea famiglia
mi portava ad accettare con molta diffidenza la materializzazione di figure
ambigue che si aggirassero per casa. Se una vecchia santa cieca e asinomunita
riesce a penetrare senza alcun problema a depositare il dovuto e a ingurgitare
bicchieri di latte e manate di fieno (procurati dai genitori per attribuire realismo alla
messa in scena), chiunque potrà entrare a casa nostra, anche con intenzioni
meno nobili di quella di rallegrare la mia mattinata. Ricordo notti di puro terrore,
attenta a captare i rumori dell’infrazione. La scoperta della verità, alla
fine, deve essere stata un sollievo, che naturalmente ho rimosso.
Infine, viaggiando fino all’inizio del Novecento
a spiare la famiglia prolifica di un povero maniscalco, in cui la scoperta della
verità comportava (con una qualche logica, pur legata alla povertà) la
definitiva rinuncia al misero regalo, diamo uno sguardo a mio nonno P;
terrorizzato che quel momento arrivasse (dunque, nell’intimo, già consapevole), fu un giorno preso dal panico, e corse dalla madre tappandosi le
orecchie e gridando: Mama, mama, i vol dirme chi che l’è San Nicolo!
martedì 13 dicembre 2011
Scorci di brandelli d'estate - Negli occhi il mare
Sto elaborando
il lutto del rientro, forse scrivere mi può aiutare, come il lettino dello
psicanalista.
Eccezionali
giorni a Sabaudia, nella casa di un caro amico che, periodicamente, disturbiamo
con richieste di prestito della magnifica villa, sempre accordate con
gentilezza, subito prima di beccare, su Repubblica TV, un reportage sulle
pesanti infiltrazioni camorristiche nella ridente cittadina.
Ci siamo
felicemente venduti al lettore di DVD per l’auto, che interpretavamo come una
debolezza negli altri genitori di figli scatenati, ma provatevi voi, 760 chilometri con
l’eterna domanda: quando arriviamo? che scatta dopo i primi 5 minuti e non
smette proprio mai.
Abbiamo
visitato lo zoo di Roma, destinazione obbligata per qualunque genitore voglia
salvarsi la vita a Ferragosto, sostenendo Babi nel momento di estrema delusione
in cui ha scoperto che gli animali non si trovano tutti insieme come nel Libro
della Giungla – modello “e la gazzella non dormirà molto bene”, e gli elefanti
tendono a non cantare in pubblico.
Babi ha
imparato a buttarsi in mare a occhi spalancati, riemergendo scompostamente ma
con uno sguardo di gioia totale; durante una esplorazione subacquea di pochi
secondi con addosso maschera e tubo, ha visto un granchio e, scegliendo se bandire
dalla sua vita mare o maschera, ha giustamente dismesso quest’ultima, in base
al concetto lontano dagli occhi lontano dal timore del cuore.
Noi abbiamo
apprezzato la spiaggia libera, muniti di lettino sfilacciato e ombrellone da
giardino (poiché di trascinare per le dune la base di cemento non se ne parlava,
si è scelto di infilarlo a forza nella sabbia contro la sua natura), scoprendo
che le strette lingue di sabbia libera tra gli stabilimenti sono laggiù
estremamente meno frequentate e più ariose degli assurdi appezzamenti in
concessione, in cui i lettini sono disposti incollati come un'unica brandina
gigante, e in cui, rincorrendo l’ombra che vaga per la giornata, peraltro
pagata a peso d’oro, si finisce distesi sul thermos del vicino.
Abbiamo
mangiato numerose mozzarelle fregandocene delle infiltrazioni casalesi nel ramo
bufala e dell’arresto di una quarantina di veterinari compiacenti, ripetendoci
il mantra “che male può fare, per 10 giorni”.
Abbiamo provato
una pizzeria nuova (quella abituale era casualmente stata messa sotto
sequestro), curiosamente annessa a una casa di riposo e allegra esattamente
come ci si aspetta la mensa della stessa, con giochi per bambini che parevano
esplosi, abbandonati lì, né rimossi, né riparati, forse per sollecitare un sano
confronto con la quotidianità dei bambini di Gaza.
Abbiamo
condiviso la casa con cari amici con figlio coetaneo di Babi, e ci siamo persi
in chiacchiere mentre i due nanerottoli litigavano aspramente, senza disdegnare
l’uso delle mani, su concetti tipo: la scala è bella, la scala è brutta,
oppure: basta! Ancora!, salvo poi cercarsi disperatamente appena uno dei due si
allontanava.
Abbiamo
imparato a mettere un Babi totalmente refrattario al sonnellino davanti a
quell’insopportabile orso ritardato Uinni dei Pù, per goderci il riposo
pomeridiano a camera spalancata alla corrente lacustre, prima di affrontare di
nuovo la spiaggia, e venir svegliati per la merenda dal suddetto Piscialletto
che aveva vegliato durante il nostro sonno.
Abbiamo letto
tanto tanto, rubando attimi sabbiosi e attimi notturni, e abbiamo
momentaneamente ripreso un normale ritmo sonno-veglia, che si è dissolto appena
è tornata ad occuparci la mente l’imminente stagione lavorativa.
Scorci d'estate / 2 Siamo tutti sulla stessa barca
In riva al
mare, Babi sembra concedermi un secondo, preso in non so quale tentativo di
abbracciare l’intera fauna marina, quando, crogiolandomi con un orecchio sempre
pronto a constatare la fine del paradiso, vengo profondamente urtata da una
visione spaventosa: un barcone turistico così stipato di gente da farli
apparire a mazzi, trattenuti a fatica dalle ringhiere, con una musica così alta
e così stupida da oscurare l’orizzonte, perché si sa, l’idiozia può far male.
Il natante ci
mette troppo, a sparire dalla mia vista dopo aver attraversato la baia da un
capo all’altro, ci mette esattamente tutto il tempo che mi rimaneva prima di
tornare madre tuttofare (“mammaa, ma cos’era?”). E osa ripassare e ripassare,
più volte nella giornata, con persone, mi auguro per loro, sempre diverse e sempre
incredibilmente contente di agitarsi come pesci nelle reti.
L’amarezza fa
riflettere: e se degli scafisti congegnassero questo piano per portare
poveracci da una riva all’altra del Mediterraneo?
Se, dopo aver
raggranellato qualche migliaio di dollari indebitando l’intero parentado, e
attraversato deserti infiniti ammucchiati nel bagagliaio, frontiere crudeli
appesi sotto a un camion, controllori corrotti, fame e freddo, i migranti si
trovassero ad essere ammucchiati su una nave a forma di terrazza, fustigati da
musica dance a tutto volume, e fossero anche costretti a raccogliere le forze
per fingere frizzante allegria, in modo da passare le frontiere inosservati, e
si trovassero di notte, abbandonati sulla riva di un mare europeo, vestiti come
cubisti e storditi dall’esperienza inspiegabile? Forse, usare la stupidità come
deterrente all’immigrazione sarebbe vincente: quel che è troppo è troppo.
lunedì 12 dicembre 2011
Scorci d'estate
L’altra sera
Festa Democratica del paese, e in questa estate novembrina siamo riusciti a
ricavarci uno scorcio di tramonto e un pezzetto di prato per dedicarci ai
gnocchi fatti a mano (ottimi), alla pesca di beneficienza (pessima, mai mi era
capitato di non avere nemmeno un foglietto rosso, per una presina o una paletta
moschicida), e allo spettacolo che ci toccava.
E ci è toccata
un’eterna esibizione di una scuola di danza, in cui rigidi manici di scopa
davano luogo a contorcimenti ritmici che facevano dolere la cervicale al solo
pensiero.
Quando osservi
il walzer, ti rassegni: figlio d’Europa, ce lo siamo voluto così, la donna e
l’uomo che sembra non ballino nemmeno insieme, lei a guardare le pareti, lui
vagamente oltre la testa di lei, le braccia arrotondate a mantenere le
distanze, per non dar adito a peccaminosi inciuci. E’l’ottocento, bellezza.
Ma quando
guardi la danza del ventre, o i balli latino americani, quella è sofferenza
pura: e non parlo dei gruppetti di principianti, che ci mettono l’anima, a
dimenarsi immaginandosi nei peggiori bar dell’Havana, ma delle deleterie coppie
di pluripremiati, che ballano come ingranaggi di un compressore, sbuffando, trottando
e roteando, e applicano la postura del walzer a danze che, osservate nei paesi
d’origine, appaiono fatte di impercettibili movimenti e brevi contatti forieri
di sicure gravidanze.
Quelle coppie
mi trasmettono la stessa tristezza delle donne rifatte, che rinunciano
orgogliosamente al proprio viso in virtù di un discutibilissimo risultato
estetico; in più, vestite con quello che potrebbe essere l’abbigliamento intimo
della Regina Madre, creano un contesto talmente deprimente da stupire.
venerdì 9 dicembre 2011
E poi cosa, ancora?
- - Buongiorno, mi è arrivata una bolletta dell’acqua con il bollettino per pagarla in posta, ma io ho la domiciliazione bancaria da febbraio..
Signora, a noi non risulta nessuna domiciliazione bancaria!
- Ma se in maggio mi avete prelevato 49 euro!
- A me non risulta nessuna bolletta a suo nome di 49 euro, me ne risultano due non pagate di altri importi, però…
La famiglia Bolletti ha appena scoperto che, per un errore della banca, da mesi pagava le bollette di qualche sconosciuto, sicuramente proprietario di piscina, il cui codice cliente equivaleva al nostro codice di domiciliazione, ma nessuno, nel frattempo, provvedeva alle nostre con la stessa solerzia.
La cosa più impressionante è che la cieca fiducia nei mezzi informatici crea un muro invalicabile tra due certezze, la mia che guardo i movimenti del conto in banca e quella dell’azienda dell’acqua che osserva una realtà completamente diversa. La sensazione, fino al momento in cui entrambe le parti non decidono di negare questo potere alla tecnologia, discutendo di evidenze umane, è di tale stordimento che Kafka, invece che in un castello, avrebbe scelto di smarrirsi in un hard disk
mercoledì 8 giugno 2011
Vacanze?
Abbiamo iniziato procurandoci una tenda da campeggio di quelle che si montano da sole, lanciandole nel vuoto, con l’unica precauzione di tenersi stretti ad un albero per evitare che la vivacità delle aste in fibra di vetro non scaraventi l’indaffarato campeggiatore a mo’ di catapulta sul camper dei litigiosi tedeschi vicini di piazzola. Non tralascerò di dire che il guadagno di tempo nel montaggio è più che compensato dalla faticosa opera di convinzione dello smontaggio, quando la tenda, che ha imparato ad apprezzare la vita campestre, deve essere ricondotta a forza in un cilindro di centimetri 80x10 e restarci per evitare incidenti mortali in autostrada.
La dogana ci ha introdotti freddamente in un mare di Murphy, moltiplicando esponenzialmente il consueto problema “ti metti in fila di qua e avanza solo la fila di là”. La situazione stava diventando patologica, quando finalmente ci hanno lasciati andare.
Quindi siamo arrivati nella magnifica Istria, alle cui bellezze stavo da tempo cercando di attrarre i maschi della famiglia, più legati di me alle abitudini e soprattutto alle lunghe spiagge sabbiose. Io, fin da piccola abituata a inerpicarmi sugli scogli come una capra, piena di escoriazioni dalle caviglie ai polsi, ho sempre aspirato a tornare ai cristallini mari dell’infanzia in cui per fare un bagno non devi addentrarti nella melma per una decina di chilometri con l'acqua alle caviglie.
Arrivati al campeggio, scelte alcune piazzole affacciate sulla solitudine di un mare personale, tra le quali ce ne sarebbe stata assegnata una, ci siamo visti accogliere con la stizza di chi ritiene che il black out del sistema di prenotazioni possa dipendere in qualche modo dalla tua dannata presenza. Non era possibile assegnarci alcuna piazzola fino a sblocco della situazione elettronica.
Ora: tenere fermo alla vista del mare un bambino che da ore antelucane è rimasto fermo e paziente in un’auto in coda cercando di capire perché tutti vadano avanti meno lui e la sua famiglia, dicendogli che è necessario rimettersi in fila coi passaporti fino a data da destinarsi è cosa sovraumana, e può portare a condividere con i gestori del campeggio la convinzione di esser causa di ogni sfiga.
Ce ne siamo andati, per liberare dal nostro influsso gli altri ospiti.
Mi ricordavo un ristorantino dai tempi andati, in un posto magnifico attaccato alle mura della città, che prevedeva anche letti e colazione.
Abbiamo accettato per stanchezza una camera che cadeva a pezzi per un prezzo spropositato, dove avremmo dormito in tre in un letto. Almeno Babi ha potuto cambiarsi a razzo e fiondarsi in un mini piscina in cemento riempita dalle onde del mare. Un freddo boia, un bambino che non voleva rinunciare al gioco nonostante un principio di congelamento con tanto di labbra violacee, pioggerellina fine, insomma, tutto spingeva per la fuga, attuata la mattina seguente, con sovrapprezzo di 5 euro per averli apprezzati una notte soltanto.
Abbiamo raggiunto la cugina R e l’amico T. nella casetta al mare dove abbiamo condiviso una giornata di tempo deprimente, dedicandoci a mangiare e a sedare un Babi sempre più nervoso, che continuava ad anelare quanto gli era stato promesso, con in mano la sua paletta.
Sabato siamo di nuovo fuggiti, questa volta per la consueta località balneare di quelle che piacciono ai pargoli, con ombrelloni in fila e sabbia a quintali.
La prima fila dei nostri lettini affacciati sul mare, la piazzola comoda, la tenda munita di vita propria che ci mancava solo che piantasse da sé i picchetti, la felicità di Babi coperto di sabbia fine, il sole che faceva sempre più spesso capolino tra le nuvole, ci hanno riconciliati col mondo, ed è rimasta solo una stanchezza profonda e incurabile, visto che Babi, che non accetta più di dormire il pomeriggio, tende a cadere dal sonno alle sette di sera impedendoci qualsiasi passeggiata digestiva e a svegliarsi alle cinque del mattino pretendendo brioches senza avere compreso nel profondo il concetto di “orario di silenzio totale” del regolamento del campeggio.
Ma la sensazione di tornare nella nostra magnifica casa, per la prima volta dopo il trasloco, è stata impagabile, pur non essendoci, per il resto, Mastercard.
Ora: tenere fermo alla vista del mare un bambino che da ore antelucane è rimasto fermo e paziente in un’auto in coda cercando di capire perché tutti vadano avanti meno lui e la sua famiglia, dicendogli che è necessario rimettersi in fila coi passaporti fino a data da destinarsi è cosa sovraumana, e può portare a condividere con i gestori del campeggio la convinzione di esser causa di ogni sfiga.
Ce ne siamo andati, per liberare dal nostro influsso gli altri ospiti.
Mi ricordavo un ristorantino dai tempi andati, in un posto magnifico attaccato alle mura della città, che prevedeva anche letti e colazione.
Abbiamo accettato per stanchezza una camera che cadeva a pezzi per un prezzo spropositato, dove avremmo dormito in tre in un letto. Almeno Babi ha potuto cambiarsi a razzo e fiondarsi in un mini piscina in cemento riempita dalle onde del mare. Un freddo boia, un bambino che non voleva rinunciare al gioco nonostante un principio di congelamento con tanto di labbra violacee, pioggerellina fine, insomma, tutto spingeva per la fuga, attuata la mattina seguente, con sovrapprezzo di 5 euro per averli apprezzati una notte soltanto.
Abbiamo raggiunto la cugina R e l’amico T. nella casetta al mare dove abbiamo condiviso una giornata di tempo deprimente, dedicandoci a mangiare e a sedare un Babi sempre più nervoso, che continuava ad anelare quanto gli era stato promesso, con in mano la sua paletta.
Sabato siamo di nuovo fuggiti, questa volta per la consueta località balneare di quelle che piacciono ai pargoli, con ombrelloni in fila e sabbia a quintali.
La prima fila dei nostri lettini affacciati sul mare, la piazzola comoda, la tenda munita di vita propria che ci mancava solo che piantasse da sé i picchetti, la felicità di Babi coperto di sabbia fine, il sole che faceva sempre più spesso capolino tra le nuvole, ci hanno riconciliati col mondo, ed è rimasta solo una stanchezza profonda e incurabile, visto che Babi, che non accetta più di dormire il pomeriggio, tende a cadere dal sonno alle sette di sera impedendoci qualsiasi passeggiata digestiva e a svegliarsi alle cinque del mattino pretendendo brioches senza avere compreso nel profondo il concetto di “orario di silenzio totale” del regolamento del campeggio.
Ma la sensazione di tornare nella nostra magnifica casa, per la prima volta dopo il trasloco, è stata impagabile, pur non essendoci, per il resto, Mastercard.
mercoledì 25 maggio 2011
Che lo sforzo sia con te
Ieri ho incarnato la casalinga disperata, quella impersonata dalla Finocchiaro ad Avanzi, che elencava centinaia di attività quotidiane mantenendo un perfetto aplomb, confessando alla fine che il suo segreto lo sniffava.
Solo che:
- c’erano 58 gradi in macchina, e, secondo il termometro dell’auto, 51 fuori (forse misura direttamente la temperatura della lamiera)
- io avevo una maglia che conteneva una certa percentuale di lana
- lo specchio dell’ascensore del supermercato si ostinava a non restituire un’immagine di aplomb, piuttosto una specie di sacco del pattume con i capelli a cordini per legarlo una volta pieno.
- Babi era indeciso circa le sue necessità corporali, il che ha comportato numerose gite al bagno del piano superiore, imponendomi ogni volta la visione dello specchio dell’ascensore.
- Possedevo un solo euro in moneta, custodito gelosamente nel carrello che tentavano tutti di sottrarmi alle giostre e al bagno, e che Babi implorava di estrarre per fare un giro sull’aeroplanino.
- La fila al Lavasecco era qualcosa di incredibile, e tutti portavano una trapunta sulla spalla, come l’immigrato i suoi tappeti sulla spiaggia che nessuno vuole, contribuendo a un’atmosfera di rassegnazione inaudita
- Ho aspettato tredici numeri al banco degli affettati per farmi dire che la bresaola bovina era finita, e che l’avrei trovata solo già tagliata sul vassoio: era equina.
- In macchina ho mandato a quel paese una Mercedes che sporgeva sulla carreggiata nel tentativo di imporre la sua uscita dal portone, e una BMW che mi ha bellamente tagliato la strada in un riuscito tentativo analogo, salvo poi trovarmele una davanti e una dietro ad un eterno semaforo isolato di paese.
E poi dicono: perché ti droghi?
Solo che:
- c’erano 58 gradi in macchina, e, secondo il termometro dell’auto, 51 fuori (forse misura direttamente la temperatura della lamiera)
- io avevo una maglia che conteneva una certa percentuale di lana
- lo specchio dell’ascensore del supermercato si ostinava a non restituire un’immagine di aplomb, piuttosto una specie di sacco del pattume con i capelli a cordini per legarlo una volta pieno.
- Babi era indeciso circa le sue necessità corporali, il che ha comportato numerose gite al bagno del piano superiore, imponendomi ogni volta la visione dello specchio dell’ascensore.
- Possedevo un solo euro in moneta, custodito gelosamente nel carrello che tentavano tutti di sottrarmi alle giostre e al bagno, e che Babi implorava di estrarre per fare un giro sull’aeroplanino.
- La fila al Lavasecco era qualcosa di incredibile, e tutti portavano una trapunta sulla spalla, come l’immigrato i suoi tappeti sulla spiaggia che nessuno vuole, contribuendo a un’atmosfera di rassegnazione inaudita
- Ho aspettato tredici numeri al banco degli affettati per farmi dire che la bresaola bovina era finita, e che l’avrei trovata solo già tagliata sul vassoio: era equina.
- In macchina ho mandato a quel paese una Mercedes che sporgeva sulla carreggiata nel tentativo di imporre la sua uscita dal portone, e una BMW che mi ha bellamente tagliato la strada in un riuscito tentativo analogo, salvo poi trovarmele una davanti e una dietro ad un eterno semaforo isolato di paese.
E poi dicono: perché ti droghi?
martedì 11 gennaio 2011
Assaggio di vita
Tiriamo le fila di queste vacanze natalizie: la nostra casa nuova si è riempita di ospiti fluttuanti secondo quello che, dipendesse da me sola, sarebbe l’andazzo quotidiano.
Sono sempre stata stregata dalla donna cuciniera che tiene in serbo nel corpetto una carbonara calda per il viandante inaspettato, sempre che poi il viandante non si limiti a dividerlo con il suo cavallo, un rutto e via, ma offra in cambio una brillante conversazione.
E a tal fine scelgo bene gli amici, e me la godo mentre li rimpinzo.
A Natale abbiamo riempito la cucina di parenti venuti da lontano carichi di regali e terrine, e ho sperimentato dalla parte del cuoco, e con tutta l’angoscia prevista, la lentezza dei pranzi da matrimonio, quelli in cui tra l’antipasto e il primo primo (perché in quelle situazioni c’è inesorabilmente un secondo primo e un terzo primo, prima del primo secondo) fai tempo a saziarti di tutti i grissini della tavolata, a digerirli, a sonnecchiare e a tornare in sella. Mi sono come dire incasinata con l’antipasto, la cui cottura è terminata col panettone, ho cercato diversivi nuotando controcorrente nella vellutata e ho ristabilito tempi umani solo col cappone. D’altra parte eravamo in quattordici, una cosa simile non mi era mai capitata. Babi, per nulla perplesso, teneva banco, si faceva imboccare da chiunque passasse, raccontava certe sue storielle, e distribuiva regali alle persone sbagliate, atto dalle conseguenze potenzialmente esplosive.
A Capodanno ci siamo riempiti la bocca di bollicine di champagne con R. e T, tentando di domarle con aria da intenditori e ammettendo infine, in una sussurrata confessione di gruppo, che lo champagne non ci convince, con quella sua mania di largheggiare tra le fauci come un cucchiaio di citrosodina per poi abbandonare sulla lingua nient’altro che una versione più secca del prosecco. Abbiamo evitato a priori, pur in vena di banalità da catering di lusso, di aprirci anche al caviale, accontentandoci al riguardo della magnifica recensione che Amado ne fa in Dona Flor (leggete, leggete..).
Il giorno dopo Capodanno ho servito ad altri 5 amici avanzi infiocchettati da tartine, anche se non era difficile capirne la reale natura, all’apparire di un vassoio di crostini colmi di musetto, gamberetti, affettati vari, funghi in tecia, lenticchie; poi ho tentato di farmi perdonare con una spaghettata alla bottarga. Alla fine, la torta di cioccolata e pere dell’amico N. ha mostrato ad ogni gaudente nuove prospettive sulle reali potenzialità contenitive del proprio stomaco, che tutti davano per sconfitto già all’aperitivo.
L’epifania, infine, ha visto ospiti per qualche giorno gli amici Parliamone e Topo, con scorribande (brividi freddi solo a scriverla, questa parola, ma sono in vena di masochismo) all’Ikea, scale 40 e perfino una partita di monopoli Euro, nuova versione con carte di credito che sostituiscono i soldi cartacei e zone reali di Milano al posto di viali dei ciliegi e vicoli stretti. Non giocavo dalla nascita di Babi; strano, eppure da allora non mi pare di far altro che giocare..
Tutte le feste, infine, sono state attraversate da un incaponimento trasversale nello studio del frico friabile, una sorta di fresbee di formaggio, a cui si può dare anche altra forma se si possiedono dita d’amianto o la volontà di ferro di chi piega cucchiai. E’ stata dura, forse anche per le cavie che via via hanno sperimentato le creature inquietanti che emergevano dai fornelli, ma ora ce l’ho fatta. L’apoteosi è stato imporgli con severità la forma di coppetta e servirci dentro il risotto al radicchio.
Amara considerazioni finale: eppure, qualsiasi modello di vita sperimentale si pratichi, tutto finisce, e si torna al lavoro. E’ estremamente desolante.
Sono sempre stata stregata dalla donna cuciniera che tiene in serbo nel corpetto una carbonara calda per il viandante inaspettato, sempre che poi il viandante non si limiti a dividerlo con il suo cavallo, un rutto e via, ma offra in cambio una brillante conversazione.
E a tal fine scelgo bene gli amici, e me la godo mentre li rimpinzo.
A Natale abbiamo riempito la cucina di parenti venuti da lontano carichi di regali e terrine, e ho sperimentato dalla parte del cuoco, e con tutta l’angoscia prevista, la lentezza dei pranzi da matrimonio, quelli in cui tra l’antipasto e il primo primo (perché in quelle situazioni c’è inesorabilmente un secondo primo e un terzo primo, prima del primo secondo) fai tempo a saziarti di tutti i grissini della tavolata, a digerirli, a sonnecchiare e a tornare in sella. Mi sono come dire incasinata con l’antipasto, la cui cottura è terminata col panettone, ho cercato diversivi nuotando controcorrente nella vellutata e ho ristabilito tempi umani solo col cappone. D’altra parte eravamo in quattordici, una cosa simile non mi era mai capitata. Babi, per nulla perplesso, teneva banco, si faceva imboccare da chiunque passasse, raccontava certe sue storielle, e distribuiva regali alle persone sbagliate, atto dalle conseguenze potenzialmente esplosive.
A Capodanno ci siamo riempiti la bocca di bollicine di champagne con R. e T, tentando di domarle con aria da intenditori e ammettendo infine, in una sussurrata confessione di gruppo, che lo champagne non ci convince, con quella sua mania di largheggiare tra le fauci come un cucchiaio di citrosodina per poi abbandonare sulla lingua nient’altro che una versione più secca del prosecco. Abbiamo evitato a priori, pur in vena di banalità da catering di lusso, di aprirci anche al caviale, accontentandoci al riguardo della magnifica recensione che Amado ne fa in Dona Flor (leggete, leggete..).
Il giorno dopo Capodanno ho servito ad altri 5 amici avanzi infiocchettati da tartine, anche se non era difficile capirne la reale natura, all’apparire di un vassoio di crostini colmi di musetto, gamberetti, affettati vari, funghi in tecia, lenticchie; poi ho tentato di farmi perdonare con una spaghettata alla bottarga. Alla fine, la torta di cioccolata e pere dell’amico N. ha mostrato ad ogni gaudente nuove prospettive sulle reali potenzialità contenitive del proprio stomaco, che tutti davano per sconfitto già all’aperitivo.
L’epifania, infine, ha visto ospiti per qualche giorno gli amici Parliamone e Topo, con scorribande (brividi freddi solo a scriverla, questa parola, ma sono in vena di masochismo) all’Ikea, scale 40 e perfino una partita di monopoli Euro, nuova versione con carte di credito che sostituiscono i soldi cartacei e zone reali di Milano al posto di viali dei ciliegi e vicoli stretti. Non giocavo dalla nascita di Babi; strano, eppure da allora non mi pare di far altro che giocare..
Tutte le feste, infine, sono state attraversate da un incaponimento trasversale nello studio del frico friabile, una sorta di fresbee di formaggio, a cui si può dare anche altra forma se si possiedono dita d’amianto o la volontà di ferro di chi piega cucchiai. E’ stata dura, forse anche per le cavie che via via hanno sperimentato le creature inquietanti che emergevano dai fornelli, ma ora ce l’ho fatta. L’apoteosi è stato imporgli con severità la forma di coppetta e servirci dentro il risotto al radicchio.
Amara considerazioni finale: eppure, qualsiasi modello di vita sperimentale si pratichi, tutto finisce, e si torna al lavoro. E’ estremamente desolante.
mercoledì 17 novembre 2010
A casa
Rediviva, torno da giornate faticose, residente in altro topoluogo: siamo entrati nella casa nuova il 5 novembre, 29 ottobre per la questura, quando Babi ormai cominciava a sospettare che si trattasse di una grande illusione a cui non volevamo arrenderci.
Ogni giorno evitiamo di soffermarci sul brulicare di arnesi da lavoro che sommergono il ripostiglio esterno, sulla betoniera che ancora troneggia in cortile a fingere, dolce capro espiatorio, che la colpa di tanto degrado non sia nostra, ma dei ritardi dell’impresario che ostacolano le nostre pulizie, sui detriti che rivestono le scale della cantina e sui centimetri di polveri fini che ammantano la soffitta; occhieggiamo solo il caco (kaki?), temendo che un frutto stufo di restare appeso all’abbandono ci si spiaccichi in testa, e corriamo in casa a goderci la sudata normalità che riveste i due piani abitabili.
Ma si può onestamente parlare di normalità?
Si parla di infissi color pervinca che non si chiudono bene perché per rendere il tutto più interessante non abbiamo attribuito una corrispondenza tra ogni finestra e la sua location abituale, prima di toglierla per dipingerla, e molti giorni febbrili sono stati trascorsi da un cupo Marito, che attraversava ogni stanza con una lastra di vetro tenuta, come un francese la baguette, cercandone la più consona collocazione;
si parla di una cucina amaranto con piastrelle viola prugna, antiche madie noce scuro, moderni tavoli color betulla, piastrelle color asfalto e pensili avorio, una sedia stokke arancione per Babi e altre impagliate per noi: la scelta del colore delle tende temo sia troppo anche per me.
Si parla di un numero di porte decisamente superiore ai buchi tra le stanze che dovrebbero contenerle, dunque immagino che alcune di loro rappresentino entrate prive di cardini per altre dimensioni o cauti ostacoli al risucchio in buchi neri, ma quali? Sarebbe meglio saperlo.
Si parla di parquet che emana random orrendi effluvi di vernici che mi fanno sentire così anacronistica, nel mio bandire detersivi chimici e cosmetici petroliferi, diffondendo ovunque bicarbonato e aceto di mele, mentre Babi si bea nell’aspirare a pieni polmoni tutto il contenuto in colla di una bidonville brasiliana.
Si parla di armadi riempiti all’inverosimile a fingere un ordine maniacale: appena hai bisogno di una canottiera, prima di accingerti alla ricerca, devi sederti sul letto a raccogliere le forze trattenendo i singhiozzi, mentre il ritratto di Dorian Gray si sgretola a rivelare la verità.
Si parla di Pantacollant, che, giunto ormai alla sua settima casa in otto anni di vita, ormai non presenta nemmeno i segni di spaesamento tipici della prima visita, ed esce dal trasportino come dicendo: - ok, dov’è la mia camera? Vi prego di portarmi al più presto i bagagli e un Martini.
Il trasloco ha coinvolto 50 quintali di roba, tra i mobili e circa 95 scatoloni, alcuni fatti con metodo, alcuni figli della disperazione: tanta ne hanno cagionata al momento dell’allestimento, tanta ne hanno rivomitata all’arrivo, quando l’ultima cosa di cui hai bisogno è un cartone pieno di minuscole cianfrusaglie da spargere tra sette stanze diverse al solo fine di ricreare l’atmosfera di follia che ti eri ripromesso di fuggire.
E poi, tutti quei buchi. Trapano ovunque, per attaccare lampade, pensili, specchi, mensole, quadri, ganci, e ogni volta io ripulisco testarda, e ogni volta poi si fa un altro buco, e tutta quella polverina rossastra riemerge, tu lavi e lei riemerge, tu sputi per terra nella disperazione e lei ritorna, e poi…
Lo so, forse sto esagerando, è altamente probabile che nessun Omero canti un giorno le nostre gesta.
Ma noi abbiamo conquistato la nostra casa.
martedì 12 ottobre 2010
Fine cantiere?
Povera di testimonianze di queste mie giornate, sono stata.
E come il giardiniere della scuola dei Simpson, parlo.
Il motivo (delle mie assenze, non dei miei risvolti psicanalitici sardi) è che mi trovo con una casa completamente chiazzata di pittura ecologica, piena di fluttuanti teli di plastica, di nastro da carrozziere, di cavalletti, stucco e pezzi di piastrelle, e un giardino arricchito di macerie, water, battiscopa, sabbia e betoniere. E fin qui direte che si tratta di scenario piuttosto comune nei cantieri.
Sì, ma venerdì col camion arrivano tutti i mobili, e gli scatoloni di libri e vestiti, e le stoviglie. E sabato il padrone della casa in affitto ci sbatterà fuori con l’aiuto di una scopa.
Le preoccupazioni, la stanchezza, e l’ufficio che non pare dimostrarmi alcuna pietà in questo frangente, influiscono negativamente sulla creatività, nonché sulla qualità delle giornate che poi dovrei raccontare. Perché per quanto si cerchino contenuti narrativi in ripetuti giorni di: sveglia, convinci Babi ad alzarsi, corri a scuola, corri al lavoro, corri alla casa nuova (che Babi definisce: un po’ rotta, pur iniziando per osmosi a coltivare la stessa nostra fiducia in un radioso futuro), litiga con l’impresario, dipingi, puntella, stacca, ridipingi, prendi Babi a scuola, fai la cena tentando di scrollartelo di dosso, guarda Cenerentola per la sessantatreesima volta, cambialo, immergilo nel sacco a pelo e confida che si addormenti prima di te, tanto per conservare la creanza di salutare Marito con un cenno, dicevo, per quanto vi si esplorino le potenzialità romanzesche, l’effetto è un fallimento su tutta la linea (e ho capito che la Austen ce la faceva lo stesso, ma sarà forse per quello che tutti sanno ancora chi sia la Austen?)
Di nuovo chiedo ai miei lettori di aspettarmi, e di accorgersi ogni tanto delle mie sporadiche incursioni nel blog; spero di riemergere un poco chiazzata di vernice traspirante, ammaccata dal trasloco, ma piena di idee su come dirigere le giornate che verranno.
E come il giardiniere della scuola dei Simpson, parlo.
Il motivo (delle mie assenze, non dei miei risvolti psicanalitici sardi) è che mi trovo con una casa completamente chiazzata di pittura ecologica, piena di fluttuanti teli di plastica, di nastro da carrozziere, di cavalletti, stucco e pezzi di piastrelle, e un giardino arricchito di macerie, water, battiscopa, sabbia e betoniere. E fin qui direte che si tratta di scenario piuttosto comune nei cantieri.
Sì, ma venerdì col camion arrivano tutti i mobili, e gli scatoloni di libri e vestiti, e le stoviglie. E sabato il padrone della casa in affitto ci sbatterà fuori con l’aiuto di una scopa.
Le preoccupazioni, la stanchezza, e l’ufficio che non pare dimostrarmi alcuna pietà in questo frangente, influiscono negativamente sulla creatività, nonché sulla qualità delle giornate che poi dovrei raccontare. Perché per quanto si cerchino contenuti narrativi in ripetuti giorni di: sveglia, convinci Babi ad alzarsi, corri a scuola, corri al lavoro, corri alla casa nuova (che Babi definisce: un po’ rotta, pur iniziando per osmosi a coltivare la stessa nostra fiducia in un radioso futuro), litiga con l’impresario, dipingi, puntella, stacca, ridipingi, prendi Babi a scuola, fai la cena tentando di scrollartelo di dosso, guarda Cenerentola per la sessantatreesima volta, cambialo, immergilo nel sacco a pelo e confida che si addormenti prima di te, tanto per conservare la creanza di salutare Marito con un cenno, dicevo, per quanto vi si esplorino le potenzialità romanzesche, l’effetto è un fallimento su tutta la linea (e ho capito che la Austen ce la faceva lo stesso, ma sarà forse per quello che tutti sanno ancora chi sia la Austen?)
Di nuovo chiedo ai miei lettori di aspettarmi, e di accorgersi ogni tanto delle mie sporadiche incursioni nel blog; spero di riemergere un poco chiazzata di vernice traspirante, ammaccata dal trasloco, ma piena di idee su come dirigere le giornate che verranno.
Nightmare 2: Cenerentola
Ci abbiamo provato con Winnie the Pooh, con alterni risultati.
Kamillo Kromo di Altan è durato qualche tempo, con la sua rapidità per cui iniziava e già finiva, prima ancora che si scaldasse l’acqua per lavare i piatti.
Ma non c’è niente da fare: Babi vuole solo e sempre Cenerentola.
Immagino migliaia di famiglie in cui il bambino di casa guarda impassibile per la sessantesima volta lo stesso cartone animato, sorprendendosi ogni volta come la prima, e destabilizzando i genitori nel chiedere, dopo venticinque visioni: ma perché le sorellastre rompono il vestito a Cenerentola? E tu ti chiedi che cosa mai avesse capito finora, o immagini che se lo stesse chiedendo da giorni e giorni, tentando ipotesi e facendo incredibili elucubrazioni; nel frattempo i genitori si accorgono ormai del più piccolo particolare, di ogni anacronismo, dimenticando di considerare l’onnipresente elemento fiabesco, per cui non è strano che un gatto riesca a tenersi in piedi sulla coda in un film in cui la fata madrina fa di una zucca una carrozza; anticipano senza alcun entusiasmo, caricando la lavatrice, le battute dei personaggi (“in carrozza, monta, lesta, e divertiti alla festa!”).
L'adulto cinismo penetra involontariamente nella storia “è chiaro che il principe è gay, l’hanno visto con Heider a diversi incontri di stato in locali equivoci, e gli serve una copertura” “d’altra parte lei è la copertura perfetta, manca completamente di autostima, non si ribellerà come Diana Spencer”.
Marito ed io abbiamo finalmente capito perché la prima serata televisiva, ormai da alcuni anni , abbia inizio alle nove e mezza: perché prima è del tutto impossibile impossessarsi del (tele)comando.
Kamillo Kromo di Altan è durato qualche tempo, con la sua rapidità per cui iniziava e già finiva, prima ancora che si scaldasse l’acqua per lavare i piatti.
Ma non c’è niente da fare: Babi vuole solo e sempre Cenerentola.
Immagino migliaia di famiglie in cui il bambino di casa guarda impassibile per la sessantesima volta lo stesso cartone animato, sorprendendosi ogni volta come la prima, e destabilizzando i genitori nel chiedere, dopo venticinque visioni: ma perché le sorellastre rompono il vestito a Cenerentola? E tu ti chiedi che cosa mai avesse capito finora, o immagini che se lo stesse chiedendo da giorni e giorni, tentando ipotesi e facendo incredibili elucubrazioni; nel frattempo i genitori si accorgono ormai del più piccolo particolare, di ogni anacronismo, dimenticando di considerare l’onnipresente elemento fiabesco, per cui non è strano che un gatto riesca a tenersi in piedi sulla coda in un film in cui la fata madrina fa di una zucca una carrozza; anticipano senza alcun entusiasmo, caricando la lavatrice, le battute dei personaggi (“in carrozza, monta, lesta, e divertiti alla festa!”).
L'adulto cinismo penetra involontariamente nella storia “è chiaro che il principe è gay, l’hanno visto con Heider a diversi incontri di stato in locali equivoci, e gli serve una copertura” “d’altra parte lei è la copertura perfetta, manca completamente di autostima, non si ribellerà come Diana Spencer”.
Marito ed io abbiamo finalmente capito perché la prima serata televisiva, ormai da alcuni anni , abbia inizio alle nove e mezza: perché prima è del tutto impossibile impossessarsi del (tele)comando.
lunedì 6 settembre 2010
Chi teme la magistratura, e chi..
Nef: - suvvia, Babi, vai a prenderti l'acqua da solo, non fare alzare la mamma, fuori dalla stanza non è buio, apri la porta e vai in cucina.
Babi: - No, andiamo insieme.
Marito: - Ma perchè non vuoi andare da solo?
Babi: - non posso.
Nef: - Perchè non puoi?
Babi: - Non posso andare, perchè la fuori c'è l'avvocato.
giovedì 2 settembre 2010
Al cantiere
- Signora, le soglie delle finestre le facciamo di cemento o di pietra? Perché le altre sono di cemento, ma come lo troviamo, chi le fa al giorno d’oggi?
- Signora, ma questo buco nel pavimento sotto la nuova porta, come lo copriamo? Con una soglia di pietra? Con le piastrelle è impossibile!
- Signora, ma la finestra la facciamo bianca? Come, la vorreste di un altro colore?? al massimo ve la dipingete voi!
- Signora, ma le controcasse della porta a scrigno le portiamo noi o le procura lei? Ci servono tra sette minuti.
Sorvolando sul fatto che tutte le centinaia di domande che sommergono la sottoscritta nelle ultime due settimane hanno già una risposta, e che qualsiasi altra cosa io possa proporre viene irrimediabilmente schiacciata da evidenze edili a me sconosciute che rendono la scelta dell’impresario l’unica praticabile ora e per sempre;
sorvolando sul fatto che ogni mia gentile e sussurrata obiezione alle scelte stilistiche-operative-tacniche-estetiche del lavoratore viene accolta con sganasciate proverbiali, tutto un maschile darsi di gomito, silenzi ricomposti, occhiate significative ed altre sganasciate, mentre se la stessa obiezione viene posta da un membro maschile della famiglia, ivi compreso Babi, viene presa in seria considerazione prima di venir comunque cestinata per il teorema dell’impresario di cui sopra;
sorvolando sul fatto che, per evitare morti sul lavoro causate dal soffocamento per introduzione in trachea di bocconi e sigarette dovuto all’incontenibile sganasciare, abbiamo deciso che io intervenga sempre in compagna di un uomo della famiglia, che preservi il mio onore e la sicurezza del cantiere,
sorvolando su tutto questo, resto al mio posto, mi aggrappo ad un aspetto femminile e su questo non transigo: perchè mai una porta scorrevole viene definita “a scrigno”?
Chiamatela “a apriti sesamo”, chiamatela “ a astuccio di legno”, ma quando mai uno scrigno si apre a scorrimento? Eh? Eh? Come la mettiamo?
sorvolando sul fatto che ogni mia gentile e sussurrata obiezione alle scelte stilistiche-operative-tacniche-estetiche del lavoratore viene accolta con sganasciate proverbiali, tutto un maschile darsi di gomito, silenzi ricomposti, occhiate significative ed altre sganasciate, mentre se la stessa obiezione viene posta da un membro maschile della famiglia, ivi compreso Babi, viene presa in seria considerazione prima di venir comunque cestinata per il teorema dell’impresario di cui sopra;
sorvolando sul fatto che, per evitare morti sul lavoro causate dal soffocamento per introduzione in trachea di bocconi e sigarette dovuto all’incontenibile sganasciare, abbiamo deciso che io intervenga sempre in compagna di un uomo della famiglia, che preservi il mio onore e la sicurezza del cantiere,
sorvolando su tutto questo, resto al mio posto, mi aggrappo ad un aspetto femminile e su questo non transigo: perchè mai una porta scorrevole viene definita “a scrigno”?
Chiamatela “a apriti sesamo”, chiamatela “ a astuccio di legno”, ma quando mai uno scrigno si apre a scorrimento? Eh? Eh? Come la mettiamo?
lunedì 30 agosto 2010
Vacanze
Col passo strascicato, vestita rigorosamente di nero, ho raggiunto la mia scrivania, una volta depositato Babi, attratto dalla maestra con l’inganno e chiuso nell’asilo a chiedersi perché.
Una scrivania sobria, maron come il tinello di Paolo Conte, costellata di poche carte, che già, col passar dei minuti stanno aumentando fino, lo so, a coprire tutto il laminato ciliegio, nessuna degna del minimo interesse. Anche lo spathiphyllum non pare aver sentito la mia mancanza, tutto verde, quasi ironico nel suo rigoglio.
Nessuno aveva bisogno del mio ritorno. Perché sono qui?
Tre settimane con Babi sono state molto istruttive: quel suo insistere a svegliarsi non più tardi delle sette, la colazione insieme decidendo se farla a casa o al bar come i signori, le mattine al parco, gli accordi che comportavano un’ora di giostra per un’ora di tranquillità che mi permettesse di lavare i piatti, metter su una lavatrice, impostare un ragù, come una trottola, mentre lui si guardava intorno decidendo cosa distruggere. Metterlo a letto il pomeriggio, quando il tempo vola più di ogni altro momento, e non sai se dormire, leggere, guardare fesserie alla tv, riordinare casa o accarezzare gatto Pantacollant, perché sono tutte cose assolutamente da fare, e tra poco si sveglia e dovrai dimenticarle. I viaggetti in autobus (in linguaggio babico, buatte o abutu) a vedere i treni in stazione, dove trovi altre mamme stralunate con altri bambini che guardano i treni in stazione, solo che è agosto, e questa è una città dimenticata dalla ferrovia come gli avamposti del west ai tempi dell’oro, e dunque vedere i treni significa attendere per ore una littorina sulle panchine assolate come non si è mai fatto nemmeno ai tempi dell’università, quando il solito ritardo faceva perdere la coincidenza. I giri col nonno a fare la spesa, le visite alla casa nuova, ormai fuori dal nostro controllo, che gli operai prendevano a picconate sotto lo sguardo sgranato di Babi, che esprimeva i seguenti pensieri: 1) cosa stanno facendo alla mia casa nuova? 2) perché mai non l’hanno fatto fare a me? 3) appena finiscono loro comincio io. La scoperta di una lunghissima pista ciclabile tra i campi, panorami che immagini per l’autunno visto che il mais limita lo sguardo, filari di viti, ponti di legno che percorre con noi anche il torrente, troneggiando sulla superstrada. Qualche sparuto giorno al mare, più laborioso della città, con il passeggino carico di secchielli, palette, rastrelli, mulini e gonfiabili, e la strada sotto il sole a picco fino all’appartamento di amici all’ora di pranzo, quando non ti capaciti di aver percorso lo stesso tratto poche ore prima, senza fatica alcuna. Una gita al fiume, Babi che alla vista dell’acqua si spoglia con la velocità dei Centocelle Dream Men e si butta nell’acqua gelida senza alcuna esitazione, per poi tentare di lapidare i passanti. Gli amici a cui offrire la cena che si ha il tempo di preparare, i piatti rotti ritrovati uguali, in saldo, in tutt’altro negozio; la pittura di mobili per la cameretta, arancione e azzurro come ho sempre voluto; i libri di orticoltura che mi rendono la massima esperta di orti astratti che sia terrorizzata dalla terra reale; i romanzi; le sere stanche né più né meno di quando si va al lavoro, riuscendo a fatica a vedere mezzo film.
Tutto molto istruttivo, perché la sofferenza di tornare qui non è mitigata da alcuna stanchezza per il ruolo di madre, casalinga, giardiniera che ho accolto, mai l’avrei detto, come un magnifico regalo.
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