Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta film. Mostra tutti i post

venerdì 9 giugno 2023

Una storia americana

Mi piacciono tanto, mi incuriosiscono e mi interessano, le cose, le persone, le creature differenti. Differenti dalla cosiddetta norma, ossia da quello a cui siamo abituati, per dimensione, colore, reazioni agli eventi, modo di pensare.
Per esempio, mi affascinava l'enorme sedia costruita dagli artigiani per qualificare il distretto della sedia e del mobile in regione, che appariva improvvisamente al viaggiatore al lato della strada, così fuori misura che pareva giungesse a breve anche Polifemo, col suo pugno di marinai per cena. 

Ora, non voglio paragonare un intero popolo a un enorme manufatto e odio le generalizzazioni, ben conscia che le differenze individuali, o collettive, abbiano vitale importanza, ma ogni volta che leggo qualcosa sul modo di pensare degli statunitensi non posso fare a meno di restare basita, per l'immenso solco di pensiero, principi e ideali che ci separa; impaurita dal fatto che nel mondo attuale abbiano una posizione così preminente pur con caratteristiche collettive che non esito a definire frequentemente infantili; affascinata dall'immensa loro differenza dalla "norma" che contraddistingue il mio essere, in senso geografico, politico, storico. 

Francesco Costa, che ormai è parte integrante delle mie giornate con il suo podcast Morning, rassegna stampa acuta e intelligente che tiene sveglio il pensiero critico, in questo libro parla delle storie di Joe Biden e Kamala Harris, poco dopo l'elezione di entrambi alla guida degli USA. Ne descrive le carriere, le cadute, le difficoltà, insomma, il percorso che ha portato entrambi, per lo meno, a liberare il mondo dal folle Trumpismo. 

L'abolizione della schiavitù in America, ai tempi di Via col vento (che con quell'abile narrazione hollywoodiana, se ti distrai, ti fa ritrovare sudista), non ha avuto altro significato che queste parole: "abolizione della schiavitù". Insomma, lo stesso rilievo puramente formale della carta costituzionale americana, che proclama l'uguaglianza di tutti gli uomini, calpestandola poi costantemente. I bianchi, che fino a quel momento facevano dei neri un proprio feticistico possesso, all'improvviso ebbero il solo scopo di allontanarli dalle proprie vite, dalle proprie case, dai propri lavori, dalle proprie opportunità. E ci riuscirono per decenni, attraverso, in particolare, lo sviluppo urbano, che favoriva sistematicamente la segregazione, suddividendo il territorio del Paese in zone in cui il governo consigliava di investire (invitando le banche a fare credito a privati e imprese) e altre in cui ogni investimento era disincentivato, sempre quelle abitate dagli afroamericani - un'operazione definita redlining
Le conseguenze principali furono che agli afroamericani venne impedito di accumulare ricchezza e di frequentare le scuole per i bianchi (quindi le università, quindi i lavori migliori). Anche le tangenziali, le autostrade, che conducevano i bianchi al lavoro dalle loro villette suburbane, vennero costruite secondo percorsi che contribuissero a isolare le comunità nere - a costo di avere forme illogiche sul piano urbanistico, che comportano tuttora frequentissimi ingorghi anche in superstrade da 14 corsie; il sistema degli autobus veniva a sua volta organizzato in modo da escludere: per tenere i neri lontani da una data zona era sufficiente non prevedere fermate dei mezzi pubblici (utilizzati quasi solo da loro, in quanto poveri) o costruire un ponte così basso che il bus non potesse passarci sotto. 
Negli anni si tentò qualche norma correttiva, tra cui il cosiddetto busing, che cercava di mitigare la segregazione urbanistica istituendo uno scambio scolastico tra neri e bianchi tramite scuolabus che percorrevano quotidianamente decine di chilometri. I mezzi che trasportavano i bambini neri nelle scuole bianche venivano spessissimo danneggiati, presi a sassate, e i ragazzi accolti tra sputi e insulti. Le amministrazioni locali spesso accettavano di accogliere i bambini a norma di legge solo se costrette dai tribunali. I genitori, a loro volta, non potevano opporsi, e dunque scegliere dove mandare a scuola i propri figli. 
Biden, da giovane politico, si opponeva al busing, pensando che l'integrazione urbanistica fosse di gran lunga la strada migliore per eliminare la segregazione razziale e credendo in buona fede che questo tipo di coercizione non avrebbe risolto molto. Per questo attirò critiche feroci, nel tempo, dato che questa sua posizione lo schierava accanto a politici razzisti e reazionari che con le sue convinzioni non avevano nulla a che fare. 

Kamala Harris, intanto, era figlia del busing, a Oakland, dove ogni mattina percorreva chilometri per raggiungere una scuola "bianca" altrimenti negata ai residenti del suo quartiere. 

Nei quarantotto anni che separano la sua prima elezione in Senato da quella a presidente degli Stati Uniti, Biden è stato tra i parlamentari più influenti, ma contemporaneamente meno abbienti, non volendo mai svolgere altre professioni o monetizzare altrimenti la sua fama; ha seguito progetti considerati da chiunque impossibili; ha compiuto errori banali e subito dolori terribili; ha lavorato da persona equilibrata, senza essere mai estremista o demagogo; ha sempre cercato di sedare i conflitti, cercando nel compromesso la via del progresso; ha dovuto naturalmente giustificare decenni di scelte ad ogni occasione elettorale. 
Dall'autobus che ogni giorno la portava fuori dal suo mondo, la Harris, convinta di voler tentare di cambiare il sistema dall'interno, pur accettandone lentezze e contraddizioni, divenne la prima donna e persona nera a essere eletta procuratrice generale in California. 

Le carriere dei due protagonisti del libro si incrociano per i decenni successivi, attraverso grandi vittorie e grandi cadute, fino all'incontro nelle elezioni presidenziali più recenti.
"Il potere non cambia le persone: le rivela per quello che sono. Quindi bisogna guardare al passato, per capire il futuro".

venerdì 5 maggio 2023

Le riflessioni del convalescente

 

Quando una si ammala per la quarta volta in nove mesi, con quintali di catarro che ingorgano le meningi, le letture (tra l’altro piuttosto impegnative, mai che mi ammali durante un Camilleri) diventano ostiche e rallentate, in uno stato di perenne hangover da echinacea e non resta che dedicarsi a serie americane e immortali filmetti sulle varie piattaforme. Quando una poi si dedica con fervore a molte serie, perché anche se la lettura è ostacolata, il tempo quello rimane, e tra l’altro il giacere orizzontale ne cambia la percezione, quella, dicevo, inizia a trovare punti comuni, che collegano alcuni comportamenti, indipendentemente dalla narrazione. E fanno pensare che, se un atteggiamento si ripete in decine di film e puntate, si possa supporre che sia qualcosa di assodato nella quotidianità di un popolo. Per esempio:

Perché gli americani mettono sempre i piedi sui letti e sui divani indossando le scarpe?  Non posso credere che a New York le strade vengano pulite con tale frequenza e intensità da risultare al pari delle piastrelle casalinghe. Già fatico a credere che le stesse camere da letto, coperte spesso di moquette, siano in grado di superare un controllo dei NAS, quindi figuriamoci il ciottolato barbaro di Union Street. Eppure lo fanno sempre, pervicacemente, senza che nessuno abbia nulla da dire e senza (apparentemente) strisce marroni sulle trapunte. Poi magari si girano sul letto sospirando d’amori perduti, mettendo la faccia proprio lì, dove è ancora calda la traccia del chewing-gum calpestato un’ora prima.

Perché quando gli americani si lavano i denti spazzolano correttamente con vigore, ma poi sputano resti di dentifricio, semi di Chia e tartaro e mettono lo spazzolino nel suo bicchiere, senza nemmeno un sorso d’acqua per il risciacquo definitivo o risciacquare l’attrezzo stesso? Un po’ mi ricorda il mio Erasmus germanico, e la pervicacia con cui i tedeschi insaponavano le stoviglie per poi depositarle nell’asciugapiatti coperte di morbida schiuma; effettivamente gli stessi detersivi riportavano la dicitura “senza risciacquo” e davanti ai nostri italici volti esterrefatti, gli autoctoni commentavano: “mi fido dell’industria chimica tedesca” e noi sorvolavamo educatamente su una troppo facile amara ironia. 

Ultima considerazione: perché? Questa folle, insensata, esiziale mania degli americani per la verità. Che poi è quanto di più ipocrita esista: siamo abituati a bugie di ogni tipo sugli equilibri del mondo, da “Giuro che ha le armi nucleari, me l’ha detto mio cuggino” a “La mia stagista lavora sotto la scrivania perché teme i raggi UVA”; senza scomodare i massimi sistemi, nella quotidianità che vediamo in TV i protagonisti ne combinano di ogni; poi, però, sentono l’impulso di spifferare tutto a ogni costo, possibilmente senza alcun risultato pratico che incasinare tutto ancora di più, facendo soffrire inutilmente quanta più gente possibile. “Devo dire alla nonna che quella volta le ho rubato mezzo dollaro” “Ma Bryan, la nonna sta morendo…” “Vuoi che mi perda questo momento? Non sarei un vero americano”.


giovedì 24 novembre 2016

Genius

Ho visto il film Genius, ieri al cinema.
Come per i libri, non inizio facendone un piccolo riassunto, sicura che ovunque in rete ci siano compendi ben più completi. Magari è lì, che mi sbaglio. Magari chi entra per errore in questo blog cercando Pennac o una giustificazione colta per saltare la battaglia di Waterloo nei Miserabili, e vi si sofferma più di quanto basti a capire di non aver trovato nulla, desidererebbe sapere di cosa tratti un libro o un film, oltre a vedersi sottoposta la mia irrilevante opinione.
Ma che dire? io continuo così, perché a differenza del protagonista di Genius, che emette parole come respiri, e che scrive libri di 5000 pagine che poi all'editor tocca tagliare barbaramente, tendo alla sintesi.

Mi hanno colpita un paio di cose, in questo bel film. Il ruolo dell'editor, nei libri di chicchessia: la riflessione in merito a quanto, del successo della letteratura che leggiamo, dipenda dal lavoro nudo e crudo dell'autore, e quanto da chi, anonimamente, in quel libro ripone tutta la sua professionalità, a taglio e cucito, rendendo un barbaro arbusto della steppa un morbido cespuglio potato a forma di palla.
Quanti degli autori che consideriamo geni lo sono in realtà a metà, o per nulla? E quanti degli editor sono invece grandi scrittori di roba altrui?

 L'altra riflessione è: ma perché, in questo mondo, in qualsiasi ambito dell'arte, coloro che nascono ricolmi di materia intellettuale da donare all'umanità invece di esprimerlo con serenità sono condannati a vivere privi di qualsiasi equilibrio, come se quel nobile materiale che hanno l'urgenza di esprimere non possa far altro che essere vomitato tra una giornata patologicamente euforica e una gravemente depressiva, il tutto ubriachi per il 70% del tempo? Questa considerazione non esprime alcun giudizio morale, solo lo spaesamento di fronte al dolore che può dare il genio, e la curiosità di capire se questo possa essere evitabile riconoscendo per tempo i sintomi della straordinarietà.


Infine, in un film che mi circondava di scrittori anni venti e trenta, da Francis Scott Fitzgerald a Wolfe, a Hemingway, mi sono chiesta, allo stesso modo in cui in passato ho analizzato il mio rapporto coi russi dell'Ottocento, che ne fosse del mio rapporto con gli americani dei primi decenni del Novecento. Diciamo che li stimo immensamente, ne riconosco il valore, ma nemmeno lì mi sento perfettamente a casa. Sono secchi, nobilmente aridi, in un perpetuo disagio col mondo. E devo ancora capire cosa mi tenga sulle spine, di quel modo di vivere. Ci penserò.
Perbacco, acciderba, perdindirindina! Che la letteratura sia anche uno psicoterapeuta?
Ah, infiniti meriti delle parole...

mercoledì 8 giugno 2016

Il mondo alla rovescia

La visione del film "Pelé" ha scatenato in Babi le consuete velleità emulative, e questa volta devo dire che si prefigge mete decisamente più elevate delle volte precedenti (una città in Lego, riprodurre una rullata di batteria dei Bon Jovi, acrobazie sullo waveboard, disegnare lo scudetto del Real Madrid, fischiare, scoregge ascellari). L'importante è che non si faccia cogliere dall'inadeguatezza, e si diverta. 
E che non faccia fuori le finanze familiari.
Infatti il campione brasiliano, nei suoi pazienti esercizi per il controllo del pallone, merce rara nelle favelas del Brasile anni Cinquanta, si serviva di un numero spropositato di manghi, presi dall'enorme albero che sovrastava l'ospedale dove faceva l'inserviente col padre.
Dunque Babi, molto attento da sempre alla precisione del contesto da cui trarre ispirazione, desidera avere una ampia disponibilità di manghi da colpire ripetutamente con testa, petto e piedi, per acquisire il controllo di Pelé.
Pur sorvolando sui problemi di lavaggio degli abiti messi a dura prova da schizzi di frutta esotica, non è stato facile spiegargli che con i soldi di un mango, attualmente, da Decathlon si possono acquistare tre palloni da calcio a prezzo minimo.
Fossero almeno sugli alberi anche i palloni, la natura avrebbe trovato il modo di renderli biodegradabili.

giovedì 2 agosto 2012

Vecchia?

A quattordici anni guardavo Manhattan, di Woody Allen. Il protagonista si innamora di una diciassettenne, e a me pareva una meta lontanissima, avere diciassette anni. Poi l'ho rivisto a diciassette, e poi a venti, a ventiquattro, e lei restava lì. Poi qualche altra volta. E lei immobile.
Ora non guardo più Manhattan di Woody Allen, anche se lo meriterebbe.

Mi trovo invece a guardare il film Prime, in cui Uma Thurman si innamora a trentasette anni di un ventitreenne. Per illustrare le differenze culturali dovute all'età, viene rappresentato l'ascolto della coppia di un brano jazz, di cui il ragazzo non sa nulla, e chiede lumi. Prima che rispondesse Uma, avevo già biascicato: In a sentimental mood, John Coltrane.
Credo che non vedrò più nemmeno Prime, benché, da commediola americana, mi avesse entusiasmata nel finale, così poco scontato.

domenica 22 gennaio 2012

Siamo tutti verdoni

Quando, durante una riunione in cui il capo è stato finalmente accerchiato e messo in trappola per aver risposte definitive e certe su questioni vitali dopo giorni di appostamenti da parte nostra e pavide fughe da parte sua, gli squilla il cellulare e lui, davanti a otto teste bisognose di dipendenti disperati, risponde: Pronto? Ah, mi dica pure, non mi disturba per niente…risulta dura la vita, ma pensare a Verdone in Viaggi di nozze, per nulla turbato nell’intimità della luna di miele da chiamate continue di pazienti, aiuta.

mercoledì 27 aprile 2011

Que viva Montalbano

Ieri sera, rilassante puntata del commissario Montalbano, rivista con piacere, e fonte di questa breve considerazione: è possibile che in un telefilm come questo anche l’ultimo portatore di una sola brevissima battuta sia chiaramente un buon attore, il cui contributo valga quanto la sceneggiatura, i protagonisti, le ambientazioni, a rendere questa serie un prodotto di ottima qualità, mentre la quasi totalità delle produzioni televisive di questo Paese esponga esempi di tale incapacità recitativa e mancanza di talento da renderne imbarazzante la visione, senza che i più notino la differenza?
Questa continua necessità politica di trovare impieghi soddisfacenti a totali insipienti è una piaga in ogni settore. E mi pare che i più ormai non notino alcuna differenza, in qualsiasi campo.

PS: proprio a seguito di questa puntata, Franco Cardiello, senatore di Coesione NAzionale, ha presentato un'interrogazione parlamentare sulla vergognosa questione dell'invettiva di Montalbano contro la polizia dopo i fatti di Genova. Per una volta a tono la replica del PD: il senatore forse non si è accorto che si tratta dell'ennesima repilica di una puntata del 2005; temiamo che alla prossima messa in onda del film Spartacus il senatore presenti una protesta in quanto Kirk Douglas incita alla rivoluzione.

Habemus Papam

Anni fa, Marito ed io ci frequentavamo soprattutto nei cinema, luoghi di comode poltrone per lo spirito in cui la comune passione cinefila piano piano si fondeva con un’altra passione, quella reciproca.
Eravamo sempre muniti di abbonamento da dividere amorosamente, e non c’era film che ci sfuggisse, tanto che le arene estive all’aperto, che normalmente ripercorrono le strade cinematografiche della stagione appena conclusa, ci risultavano inutili, avendo già visto tutto ciò che ci interessava.
L’ultima volta che mi sono seduta davanti a uno schermo era nel marzo del 2008, con un pancione dirigibile che conteneva un Babi che rispondeva vivace ai rumori del film. Quel giorno non sapevo che sarebbero passati tre anni, prima di tornarci, altrimenti avrei organizzato un commiato più ufficiale, magari un breve discorso.
Ebbene: sabato, complice nonna D., Marito ed io ci siamo potuti di nuovo abbandonare in quelle magnifiche poltrone, e giuro, non è uno di quei modi di dire, ho sentito tre anni in meno, come se non le avessi mai lasciate.
Francamente avrei tollerato qualsiasi film, pur di riprovare quella amata sensazione, ma abbiamo anche avuto la fortuna di vedere Habemus Papam, che ci è molto piaciuto, dunque spenderò due parole per conservarlo nella memoria.

Un ateo che affronta quell’argomento, particolarmente in un Paese come questo, deve avere un coraggio da leone, e Moretti l’ha affrontato con una tale delicatezza da peccare forse in ostentazione di ingenuità, non certo in mancanza di rispetto.
A mio parere, il nodo dell’elezione del Papa è uno di quei momenti in cui un cattolico deve più fortemente abbandonarsi al mistero della fede, perché ho sempre trovato particolarmente stridente l’identificazione del concetto del rappresentante in terra della divinità con quell’elezione con tanto di quorum, favoriti, ripetizioni del voto e gruppi di potere in cui si sostanzia ogni Conclave.
Moretti non si serve di questa contraddizione, anzi, decide di soffermarsi sulla paura del prescelto di non essere all’altezza di un compito così alto, e di circondarlo di cardinali di quelli che ci piace immaginare, così fuori dalle barbare regole del mondo da risultare pecorelle curiose e ingenue, attaccate alla propria fede e alla propria missione in maniera assoluta e acritica, come a un salvagente nel naufragio (in realtà, temo che la maggior parte dei cardinali sia a perfetta conoscenza delle quotazioni dei broker britannici in prossimità dell’elezione).
Quindi, coloro che gridano allo scandalo facciano il piacere: se hanno il pieno diritto di non trovare contraddizioni tra l’ispirazione divina e i bassi istinti del potere, tentino di considerare per lo meno possibile l’emersione di una debolezza umana dovuta all’umiltà.

lunedì 19 aprile 2010

Pensavo fosse Italia, invece era un ospedale psichiatrico


E’ un po’ che ci penso, e ora voglio scriverne.

Ero molto appassionata di politica; sono nata in una casa in cui non è mai mancata, in cui le conversazioni a cena spesso la comprendevano, in cui una certa politica è sempre stata fonte e luogo di commozione, di speranza, di cammino, di musica, di film, di scelte.
Da qualche anno, invece, fatico sempre di più a pensarci; è come un dolore per un lutto ormai lontano, sordo, ma sempre presente a scalfire la quotidiana ricerca della serenità. D
a qualche anno il Cavalier Banana, professionalmente coadiuvato da molti, da troppi, sta distruggendo sistematicamente, ora a forza di petardi, ora con una lima inesorabile come la goccia di pioggia sulla pietra, quel debole velo di senso dello stato, di amore per l’onestà, per la collettività, che rivestiva la gente di questo paese.
E in questi strappi, ormai incontrollabili, si crogiolano in tanti, in troppi, che preferiscono veder legittimato qualsiasi comportamento, identica qualsiasi scelta, priva di valore qualunque parola, perfino insensato qualsiasi numero, piuttosto che fare la fatica di guardare un poco oltre, che questo vada a loro interesse o meno.
All’inizio provavo a discutere sui singoli accadimenti, ma ora mi sento circondata da un tale incantesimo collettivo da non sapere quale angolo attaccare, quale danno tentare di ricucire. Non sono nemmeno capace di descrivere perfettamente come mi sento, perché qualsiasi intervento di questa gente mi sembra così folle da non trovare un sentiero comune da cui partire.

E allora mi è venuto in mente Troisi, e il suo Pensavo fosse amore, invece era un calesse. Una delle scene di quel film costituisce a mio parere la metafora più vicina in assoluto al mio stato d’animo. E quindi, poiché le metafore sono di chi gli serve, non di chi le fa, ne faccio il mio uso.

A un certo punto Francesca Neri e Troisi, alla vigilia del matrimonio, si lasciano, e lei trova un altro uomo, che gli amici comuni conoscono e che Troisi non ha mai visto. In preda alla gelosia ascolta coloro che ne sanno di più, e si trova circondato da un girotondo di pietà dei conoscenti, perché l’uomo che ha trovato la sua donna non gli lascia alcuna speranza, è quanto di meglio si possa concepire: bello come Ulisse (ma Enea di nome), intelligente, simpatico, dalle maniere perfette, con un lavoro di eccezionale importanza, perfetto amante, sicuro di sé. Troisi è distrutto. Decide che vuole vederlo, per ingoiare il veleno fino in fondo. E si trova davanti Enea, che l’attore Marco Messeri delinea perfettamente: fisicamente rivoltante, voce stridula, vanesio e inconsistente, volgare. Troisi dovrebbe sentirsi subito meglio, davanti a questo avversario ridicolo in ogni senso. Invece si trova circondato da gente che crede fermamente nelle qualità che di quest'uomo, e pensano che Troisi, che cerca conferme a ciò che vede ad occhio nudo, parli per gelosia, per impotenza, per incapacità di accettare il successo altrui. E questo gli dà un senso vertiginoso di solitudine.

Anch’io non vedo più uscita. Ad ogni alzata di ingegno del Cavalier Banana e della sua corte la speranza che la gente dica: vabbè, ora basta, però si affievolisce sempre più.

giovedì 11 febbraio 2010

L'incubo svezzamento




Al ristorante, il menu recitava: tagliata di manzo.
Che ci recapitassero una sorta di braciola a tocchetti, era l'ultimo pensiero.
Tagliata, è tagliata.

Anzi, l'ultimo pensiero è stato a Frankenstein Junior:
- dotore, lei non avere nemmeno tokkato suo cibo!
-cic cic ciac. Ecco, ora l'ho toccato!

venerdì 15 gennaio 2010

Le solite leggende


Stranamente, rispetto alle mie scelte consuete, ho guardato in TV "Io sono leggenda", che mi ha catturata mentre aspettavo ignara che Marito finisse di addormentare Babi secondo la nuova regola "non più in braccio". Per capirci, la nuova regola consiste nel affiancare al letto di Babi un materasso gonfiabile rimasto dai bagordi di Capodanno, e far finta di dormirci per indurre il piccolo a stramazzare per imitazione. Tutto questo non è privo di conseguenze: i tempi di addormentamento diventano incalcolabili, perchè il padre stesso viene così coinvolto dalla rappresentazione da cadere addormentato forse prima dello stesso Babi. E la madre, posta davanti a un qualsiasi film, ci rimane nonostante pubblicità e allucinanti TG com spot del premier.

Il film, dicevo: ci sono atmosfere azzeccate, non si resta immuni dall'ansia; ma porca miseria, è possibile che in uno scenario così interessante come quello di vedere il mondo poco dopo la decimazione dell'umanità, con animali selvaggi che invadono le Avenue, e erba che spacca l'asfalto fregandosene di secoli di prigionia, tutto quello che viene in mente agli sceneggiatori è mettere in scena i soliti simil-zombi, cattivissimi, nati da mutazioni genetiche, allergici al sole come Dracula di Stoker per permettere a Will Smith di circolare per le strade, e naturalmente grigi, occhi iniettati di sangue, fauci bestiali e scarso impulso al dialogo razionale?

Unica falsa originalità - attenzione spoiler - l'eroe alla fine muore. Ma questo accade perchè all'inizio perde la famiglia, dunque non può vivere felice, ergo deve morire per permettere a noi tutti di andare a letto soddisfatti per la fine delle sue sofferenze.
Film come reazioni chimiche: una morte a ph>7, aggiungiamo un po' d'acido, e torniamo neutri.

PS: il film non è stato apprezzato nemmeno da Pantacollant, da me vessata ininterrottamente nel farle notare che non avrebbe mostrato, in simili realistiche situazioni, la fedeltà e l'abnegazione del cane del protagonista.

martedì 8 settembre 2009

non tutte le scelte



Voglio indurre alla riflessione su questa giornata consigliando a me stessa, visto il numero di lettori del blog, di rivedere il film Tutti a casa di Luigi Comencini, il cui finale, sempre commovente, mi rende orgogliosa della scelta di coloro che hanno ridato dignità a questo Paese, e mi fa tenere bene a mente che non tutte le scelte che si possono compiere nella vita hanno lo stesso valore.

E ne approfitto per pubblicare un discorso che ho ascoltato con commozione nel giorno della Giornata della memoria, voluta con la cosiddetta legge Colombo – De Luca, approvata dal Parlamento il 20 luglio del 2000, discorso che rimane anonimo ma la cui pubblicazione qui è autorizzata dall'autore.

Secondo uno storico ebreo, David Bidussa, in un libro pubblicato in questi giorni, la giornata, progettata come commemorazione pubblica, potrebbe essere destinata a consumarsi nel tempo, come tutte le commemorazioni, come quella del 4 novembre, e forse anche quella del 25 aprile, una volta che i testimoni non ci siano più. E identifica questo rischio col rapporto squilibrato che esiste tra memoria e storia.
Cioè si celebra come fatto etico la memoria del massacro, senza ricostruirne la storia.
E la prova ne è che, se sul giorno della memoria esiste una unanimità evidente, in tutti i restanti giorni dell’anno impera nei media il revisionismo storico più sfacciato, che per esempio tende a fare dell’Italia delle leggi razziali un paese senza responsabilità, che tende a spostare il momento discriminante all’8 settembre 1943, alla “morte della patria”, quando inizia la deportazione. Un evento, quello della deportazione, che sarebbe avvenuto senza responsabilità italiana, perché viene attribuito al tedesco occupatore, quindi un evento estraneo allo “spirito italiano”, al mito del bravo italiano.
Non era questa la volontà dei presentatori della legge. Nella seduta del 27 marzo 2000, Furio Colombo così si espresse, riferendosi alle leggi razziali: Esse furono “un delitto culturale, vale a dire un delitto che la cultura ha compiuto contro se stessa: la cultura di scienziati o sedicenti tali, la cultura di accademici o di persone che comunque rappresentavano l’Italia ed avevano microfoni aperti, avevano scolaresche e studenti… Ricordo l’ispettore della razza che arrivava nelle classi per misurare i volti, crani e profili dei bambini. L’ispettore della razza è esistito e ha riguardato un evento della vita italiana: è un fatto che è accaduto nel nostro paese… In quest’aula, in questa stessa aula in cui stiamo parlando, anche dal banco in cui sto parlando io in questo momento, qualcuno si è levato in piedi, gridando, inneggiando alle leggi razziali e alla loro difesa. E 351 su 351 hanno detto “sì” con furore, passione e con un grande applauso…”.

È facile ricordare la Shoah, male assoluto, come fatto metafisico, astratto, attribuendolo sostanzialmente agli “altri”.
Non c’è memoria vera senza storia; la memoria, in questo caso, è vuota celebrazione se non si vuole indagare come, per quanto ci riguarda, la società italiana reagì alle leggi razziali, perché sulle vetrine dei negozi apparvero impunemente scritte antisemite, perché gli speculatori, senza vergogna, fecero incetta dei beni espropriati agli ebrei, perché con la caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, quando il partito fascista fu dichiarato fuori legge e le sue sedi chiuse, la monarchia e Badoglio si guardarono bene dal dichiarare decadute quelle leggi vergognose.
E’ questo mettere in discussione il nostro passato culturale e politico che la memoria pubblica non vuole fare ( e si potrebbero aggiungere i crimini perpetrati negli anni Trenta durante la riconquista della Libia e l’occupazione dell’Etiopia, con le stragi connesse e l’uso di iprite e fosgene, e si potrebbe aggiungere la deportazione di sloveni e croati nei tanti Lager in Italia). Non lo si vuole fare perché porterebbe a evidenti conclusioni: altro che “8 settembre morte della patria”! L’8 settembre 1943 è la patria che rinasce, attraverso il sacrificio dei caduti della resistenza, dei deportati, degli internati militari che dissero “no” agli inviati della repubblica sociale, dei volontari del Corpo italiano di liberazione che risalirono la penisola insieme agli alleati, di quanti protessero, rivestirono, nutrirono, nascosero: fossero ebrei, soldati sfuggiti al disarmo, ex prigionieri alleati in fuga.
Era il segno, quell’8 settembre, che la coscienza individuale stava rinascendo, che era venuto il momento di scegliere non secondo la convenienza, ma in nome dell’umanità, contro il fascismo che aveva umiliato e disprezzato la persona, contro il nazismo che con scellerata prepotenza aveva ridotto gli esseri umani a numero, a nulla, nella nebbia e nella notte della disumanità. Non sono cose di poco conto, queste! Questo relegare la Shoah come fatto estremo, da considerare con orrore ma che sostanzialmente non ci riguarda, ha delle analogie con i frequenti attacchi alla Resistenza a cui si rifiuta il merito di aver generato l’Italia repubblicana, mentre contemporaneamente si considera con bonomia il fascismo (“che mandava gli oppositori in vacanza”, per intenderci).
La tecnica dell’attuale revisionismo passa attraverso la sacralizzazione di fatti storici che si scelgono come esemplari (Shoah, foibe, gulag, la persecuzione dei “vinti”), contenuti in un passato storico incerto, generalmente grigio, nel quale tutto si uniforma.
Così si liquida la storia.
Ma un passato incerto, senza scelte che abbiano un valore di principi da difendere e su cui costruire, significa un futuro incerto, significa incapacità di identificare valori forti che guidino la politica e che coinvolgano nuove generazioni. Ne va quindi del nostro futuro.