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martedì 5 marzo 2013

Giornata piena

Ieri la mia vita è stata arricchita dalle seguenti esperienze:
1. Un giardino che comincia a assumere una forma. Finora, al suo meglio, quando il sole radente lo rendeva un po' confuso, diluendo i colori in qualcosa di meno impietoso, poteva ricordare uno sformato di cavolo quando ti si attacca alla teglia. Ora è abbellito da una decina di sacchi neri di fogliame, da fascine di ramaglie che aspettano il camion della raccolta differenziata, ma qua e là arbusti e rampicanti potati a zero ricordano la propria missione primaverile, e sembrano esplodere di impazienza nell'attesa di giorni di tepore. Io non riesco a smettere di guardarlo dalla finestra, prefigurandomi uno splendido futuro, come ogni mamma guarda il suo scarrafone.

2. Il momentaneo convincimento che il gruppo jazz avesse un nuovo amplificatore, salvo poi accorgermi che ció che il contrabbassista reggeva nel buio con cautela era solo il bidone dell'umido.

3. Un microfono tutto mio, pesante come il mio bouquet - clava da sposa, con il corpo grigio cangiante e la testa argentata, circondata da una sottile fascia azzurra di gomma: si chiamerà Joao. Sembrava così facile, cantarci dentro, che a un certo punto mi sono chiesta se stessi cantando veramente, o se lo stessi solo immaginando, ma il fatto che i musicisti non facessero una piega porta a propendere per la prima soluzione. Tra una ballad e una bossa, Joao si è anche abbandonato a qualche pezzo di Dalla, in memoria.

4. Uno shaker utilizzabile esclusivamente in uno stadio olimpico, e per carità senza alcuna amplificazione, poichè, dotato di corpo in alluminio e faccia a prisma esagonale, emette un frastuono tale da coprire un quartetto con la verve di un cantiere in piena attività. Abbiamo cercato di avvolgerlo in strofinacci, poi in asciugamani da spiaggia, piumini e infine materassi, anche se, lo ammetto, a quel punto sarebbe stato più agevole cercare di tenere il tempo agitando una betoniera.

- un kazoo, affarino di metallo leggero come un canarino con la vocalità di un avvoltoio, con un buco più grande da una parte e più piccolo dall'altra, e sopra una membrana sottilissima che vibra cantandoci dentro, come se parlasse Paperino. Soffiandoci non si ottiene nulla. Dovrò imparare in solitudine, vista la gamma di suoni imbarazzanti che riesce ad emettere se usato senza perizia. In alternativa lo impiegherò a carnevale per simulare peti.

5. L'immagine imperitura del chitarrista del gruppo, M., che intende promuovere una turnè in Giappone in modo da esibirsi a Kyoto in kimono e ciripà (abbiate pazienza, i termini tecnici sulle divise dei lottatori di sumo mi mancano), aggiungendo al repertorio brani quali "vengo a prenderti stasera con il mio kimono blu", oppure "con il kimono amaranto, si va che è un incanto, nel quarantasei".

6. La visone di una volpe da vicino. Come in una favola, ha attraversato la strada nella notte, con una gallina in bocca e sul muso una mascherina da procione che le donava una connotazione da ladro dei fumetti. Babi, quando gli ho raccontato di aver visto una volpe con la maschera, ha commentato con aria cospirativa: ma allora che animale era, veramente?

giovedì 7 aprile 2011

Sfumature di verde

Dunque: è un mese che vado a scuola di orto, ma quasi un anno che leggo voracemente manuali di giardinaggio, progetto, prendo appunti, sperimento strane teorie.

Il mio orto si presenta ancora come un cantiere. Un metro quadro di radicchio, germogli seminati a spaglio in un momento in cui devo aver bevuto un bicchiere di troppo assumendo anfetamine, il tutto senza accorgermene, perché è come avesse l’alopecia, tra chiazze verdissime in un triste mare marrone. Due miseri piselli che allungano le zampette senza raggiungere la spalliera, e sassi, sassi, fili di paglia, e gramigna che fa capolino ad attendere le solanacee.
Ecco. La casa vicina alla nostra, domenica era circondata da un bel prato verde incolto, dove Pantacollant amava soffermarsi per riflettere sulle morte stagioni.
Lunedì sono tornata dal lavoro, e stavano finendo di arare con una sorta di motozappa. Martedì erano già state predisposte le prode rialzate, di un marrone testa di moro incredibile, apparentemente privo di sassi e grumi. Mercoledì l’orto era stato recintato da una leziosa cornice di cemento a cappette, il sentiero era stato spianato, e terminava con un arco su cui un trachelospermum sembrava arrampicarsi un centimetro al minuto. Oggi temo di tornare a casa e trovare cesti colmi di zucchine.
Sono consapevole che l’erba del vicino sia sempre più verde, ma temo di essere più verde io.

venerdì 18 marzo 2011

A scuola di orto / 2


Nonostante la varicella di Babi, che mi ha tenuta per l’ennesima volta in uno stato di grazia casalingo, lontano dall’antro lavorativo della Bestia, mercoledì sera ero puntuale a lezione di orto. Se la mia speranza era di essere presa per mano e condotta passo passo, settimana per settimana, nell’allestimento di un piccolo paradiso (ecco, cara, qui pianta due semi per buchino, e mettici vicino il prezzemolo, vedrai che scorrerà amore; siete tutti pronti? Domani sarchiamo!), devo ricredermi.
- Cosa sono queste larve nauseanti che sto estraendo dalla borsetta di Gucci?
- Ho trovato dei buchini a forma di cuore sulle foglie delle patate.
- E non è niente, le mie patate erano a forma di stella cometa..
- Quando concimare i meloni?
- Che fare per avere zucche da concorso?
- Peronospora? Ce l’ho. - Ma non hai ancora ortaggi. - Comunque ho la peronospora.
- Quando devo raccogliere le melanzane?
- Se ci va tutto a puttane, lei vende i suoi ortaggi?

Angosciata come sul lettino dello psicoanalista allo scadere del tempo concesso, ho alzato la mano dichiarandomi nel panico. “Io ho messo il letame maturo e ho piantato i miei piselli. La prego, mi dia i compiti per casa!”
Ora so.
Appena si asciuga il terreno (non toccate il terreno bagnato! Andate a giocare a carte! E così mi tocca imparare la briscola, cosa non si fa per due zucchine) spargerò solfato di potassio magnesiaco a piene mani, e poi insalate da taglio a tanfon!

giovedì 10 marzo 2011

A scuola di orto / 1


Ieri corso di orto.

E lo so, l’obiezione unanime è: che corso e corso, ti presto io mio padre/nonno/suocero che ti insegna tutto quanto devi sapere!

E la risposta è: non posso pretendere che il padre/nonno/suocero mi impartisca insegnamenti dal vivo razzolando tra le semine dalle otto alle dieci e mezza di sera, unico momento che posso dedicare all’apprendimento.


Dunque mi sono iscritta a un corso vero e proprio, con tanto di tecnico dell’agricoltura biologica come maestro. Come compagni, qualche velleitario alle prime armi con alcuni metri quadri d'erba come me, qualcuno che si è trovato in eredità un orto e centinaia di consigli contraddittori dei vicini di casa, e qualche detentore di aiuola pensile fatta per l’ottanta per cento di laterizi e per il venti di terra argillosa, che spera in un qualsiasi raccolto. Anche uno solo. Un pomodoro sarebbe magnifico.

In questi mesi ho letto tanti libri sull’argomento che potrei definirmi teorica della vanga, cosa assolutamente contro natura nonché sommamente inutile. Il fatto che ieri sera anche il docente si tenesse sul vago mi preoccupava, era come leggere un audiolibro.

Ma poi la situazione si è scatenata, tra una signora che chiedeva insistentemente: sì, ma quando concimo? E un’altra che promuoveva l’escremento di pollo, e uno che lanciava luoghi comuni in lingua madre, un altro che si chiedeva che faccia abbia il compost, e chi consigliava di concimare con pollina (cacca di piccole galline?) e l’amica T. che riteneva, in tre metri quadri di terreno, di essere vittima di tutti i parassiti e tutte le infestanti tipiche del tropico del cancro: grillo talpa? Ce l’ho, come con la tombola.


Insomma, ho scoperto che devo muovermi a zappettare, e che se necessito di piselli, è il momento di piantarli. Obbedisco.

mercoledì 9 marzo 2011

Another fucking beautiful day


Non ho mai amato il mio lavoro, come già mi trovai a dire in vecchi post.
Con un punto di partenza come questo, l’atmosfera complessiva fa la differenza circa la volontà di sedersi alla triste sedia o cercare un appiglio per una fune con nodo scorsoio, come la vecchietta nell’aereo più pazzo del mondo, che preferisce la morte ad una conversazione noiosa.
Ebbene: oggi sono rimasta undici minuti sul corridoio, fuori dalla porta dell’ufficio, seduta su una cassettiere metallica beige con i piedi penzolanti alla Brunetta, canterellando The blower’s daughter di Damien Rice, alla ricerca del coraggio di entrare.
Se qualcuno ha in mente una scena più deprimente per cominciare una mattina di sole, me la descriva: la metterò in scena domani.

Meno male che l’orto c’è. Stiamo distribuendo mattoni a far sentieri, e vedere un risultato terrigno scaturire dalle mie mani addolcisce l’angoscia.