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martedì 13 giugno 2023

Prendo atto

Ma il mio cane si accorge del fatto che quando lo accarezzo poi mi lavo le mani? O del fatto che passo l'aspirapolvere prima di sedermi sul divano su cui lui si è accomodato (in opposizione al rigidissimo regolamento della casa) lasciando una cascata di pelame? O del fatto che quando accarezzo la gatta le mani non me le lavo (salvo in cucina), perché la gatta, in quanto felino autopulente, sa al massimo di maglione di cashmere? 

Non lo so, se se ne accorge. Ma mi sono resa conto che io tendo a farlo di nascosto, per non ferire i suoi nobili sentimenti canini. 

martedì 29 ottobre 2013

Ultimi libri

Non contenta di essermi assicurata, grazie al kindle, un centinaio di libri sempre in tasca, non contenta di indulgere a comprarmene a volte anche di cartacei, per ricordarne ruvidezza e odore, e non dire, in punto di morte, cos'ha in mano quel buffo signore? guardando l'onnipresente breviario, ora mi sono messa a trafugare libri al supermercato, non nel senso di rubarli, ma di avvicinarmi con fare ambiguo allo scaffale del bookcrossing, mollando volumi e intascandone altri, come un tossico che fruga tra le siepi del parco della stazione.
Ho comprato Sarah Hodgson - Cuccioli per negati per dare un impulso alla piccola e incruenta lotta che si svolge in famiglia: cane o non cane.
Per il no milita Marito, che tiene a chiarire che gli è chiara l'importanza di avere un animale, per un bambino, e che per lui va bene qualsiasi cosa, purché non venga chiamato a occuparsi assolutamente di niente, in particolare delle passeggiate. Lo sostiene in pieno - se non si rovinasse le unghie riempirebbe di graffiti e tazebao l'intera casa - Pantacollant, che non capisce cosa mai ci si possa trovare, in un sacco di pulci indemoniato, perchè mai si debba desiderarlo. Il partito del sì è naturalmente il mio: il mio destino è percorrere la mia strada, dall'infanzia ad ora, con famiglie che condividono appieno la visione della vita di Pantacollant. Ma io manco in sicurezza, vedo intorno a me famiglie che abitano in appartamenti di 75 metri quadri con due figli, cani di grossa taglia, numerosi gatti, canarini, cavie e insetti stecco a profusione, ma mi lascio angosciare dai familiari che mi chiedono continuamente se nella mia vita io possa trovare il tempo, la voglia, la forza, nemmeno avessi l'intenzione di adottare una famiglia di diciotto orfani scampati a una guerra. Di solito, in queste situazioni, chi prende la decisione è il figlioletto, che pianta due capricci al posto giusto, usa le lacrime a mo' di gentile ricatto, e ottiene un cucciolo di cui mai si occuperà. Ecco, non Babi. Lui mostra tiepidissimo entusiasmo nel vedere cuccioli per la strada, e, un giorno di pioggia, l'ho sentito dire, senza nessun nesso con ciò di cui stavamo parlando: piove, meno male che non abbiamo un cane, se no dovevamo portarlo in giro. Mi chiedo che altre perle di saggezza riuscirà a partorire a sedici anni. Intanto mi sono letta il libro, perché l'arrivo di un cane parlante che mi convinca a tenerlo con argomentazioni sensate non mi trovi impreparata. L'autrice mi ha dato alcune dritte, ma la trovo un po' caotica. Toccherà rileggere, magari quando la cosa avrà un senso, e anche comprarne un altro. 
Ho sequestrato al bookcrossing A cena con Anna Karenina  di Gloria Goldreich perchè cenare con un personaggio così importante che un libro continua per trecento pagine dopo la sua morte mi sembrava interessante. Banale. Imbarazzante. Harmony. Lo rimetto giù al più presto, sperando che nessuno mi noti.

lunedì 6 febbraio 2012

E una scatola di cioccolatini, no?


Grat grat
-         Mamma, cos’ha in bocca Pantacollant, fuori dalla finestra?
-         Oddio, un uccellino…
Grat grat
-         E vuole entrare in casa; con l’uccellino in bocca!
-         Ma è morto?
-         Credo di sì, amore.
Grat grat grat
-         Perché l’ha fatto??
-         Non è cattivo, amore, è solo la sua natura, la natura delle tigri, dei leoni…e adesso ce lo porta a casa per farci un regalo. Sai, Pantacollant non ha i soldini per comprarcelo, e in qualche modo vuole fare un omaggio alla sua famiglia, portarci un dono…
-         Pantacollant! I regali solo a Natale, Pasqua, compleanno!
-         …Pasqua?
-         Ma adesso che è morto vola in cielo?
-         Sì, amore mio.
-         Beh?
-         Cosa c’è?
-         E’ ancora qui!

giovedì 7 aprile 2011

Sfumature di verde

Dunque: è un mese che vado a scuola di orto, ma quasi un anno che leggo voracemente manuali di giardinaggio, progetto, prendo appunti, sperimento strane teorie.

Il mio orto si presenta ancora come un cantiere. Un metro quadro di radicchio, germogli seminati a spaglio in un momento in cui devo aver bevuto un bicchiere di troppo assumendo anfetamine, il tutto senza accorgermene, perché è come avesse l’alopecia, tra chiazze verdissime in un triste mare marrone. Due miseri piselli che allungano le zampette senza raggiungere la spalliera, e sassi, sassi, fili di paglia, e gramigna che fa capolino ad attendere le solanacee.
Ecco. La casa vicina alla nostra, domenica era circondata da un bel prato verde incolto, dove Pantacollant amava soffermarsi per riflettere sulle morte stagioni.
Lunedì sono tornata dal lavoro, e stavano finendo di arare con una sorta di motozappa. Martedì erano già state predisposte le prode rialzate, di un marrone testa di moro incredibile, apparentemente privo di sassi e grumi. Mercoledì l’orto era stato recintato da una leziosa cornice di cemento a cappette, il sentiero era stato spianato, e terminava con un arco su cui un trachelospermum sembrava arrampicarsi un centimetro al minuto. Oggi temo di tornare a casa e trovare cesti colmi di zucchine.
Sono consapevole che l’erba del vicino sia sempre più verde, ma temo di essere più verde io.

lunedì 29 novembre 2010

il divenire


Babi -Mamma, perchè Pantacollant è entrato nella mia camera?
Nef - Perchè gli piace molto; guarda il tuo lettino, e tutti i giocattoli, e pensa che vorrebbe anche lui avere una cameretta tutta sua.
Babi - ...
Babi - Eh, ma solo quando diventa un bambino!

mercoledì 17 novembre 2010

A casa


Rediviva, torno da giornate faticose, residente in altro topoluogo: siamo entrati nella casa nuova il 5 novembre, 29 ottobre per la questura, quando Babi ormai cominciava a sospettare che si trattasse di una grande illusione a cui non volevamo arrenderci.

Ogni giorno evitiamo di soffermarci sul brulicare di arnesi da lavoro che sommergono il ripostiglio esterno, sulla betoniera che ancora troneggia in cortile a fingere, dolce capro espiatorio, che la colpa di tanto degrado non sia nostra, ma dei ritardi dell’impresario che ostacolano le nostre pulizie, sui detriti che rivestono le scale della cantina e sui centimetri di polveri fini che ammantano la soffitta; occhieggiamo solo il caco (kaki?), temendo che un frutto stufo di restare appeso all’abbandono ci si spiaccichi in testa, e corriamo in casa a goderci la sudata normalità che riveste i due piani abitabili.

Ma si può onestamente parlare di normalità?
Si parla di infissi color pervinca che non si chiudono bene perché per rendere il tutto più interessante non abbiamo attribuito una corrispondenza tra ogni finestra e la sua location abituale, prima di toglierla per dipingerla, e molti giorni febbrili sono stati trascorsi da un cupo Marito, che attraversava ogni stanza con una lastra di vetro tenuta, come un francese la baguette, cercandone la più consona collocazione;
si parla di una cucina amaranto con piastrelle viola prugna, antiche madie noce scuro, moderni tavoli color betulla, piastrelle color asfalto e pensili avorio, una sedia stokke arancione per Babi e altre impagliate per noi: la scelta del colore delle tende temo sia troppo anche per me.
Si parla di un numero di porte decisamente superiore ai buchi tra le stanze che dovrebbero contenerle, dunque immagino che alcune di loro rappresentino entrate prive di cardini per altre dimensioni o cauti ostacoli al risucchio in buchi neri, ma quali? Sarebbe meglio saperlo.
Si parla di parquet che emana random orrendi effluvi di vernici che mi fanno sentire così anacronistica, nel mio bandire detersivi chimici e cosmetici petroliferi, diffondendo ovunque bicarbonato e aceto di mele, mentre Babi si bea nell’aspirare a pieni polmoni tutto il contenuto in colla di una bidonville brasiliana.
Si parla di armadi riempiti all’inverosimile a fingere un ordine maniacale: appena hai bisogno di una canottiera, prima di accingerti alla ricerca, devi sederti sul letto a raccogliere le forze trattenendo i singhiozzi, mentre il ritratto di Dorian Gray si sgretola a rivelare la verità.

Si parla di Pantacollant, che, giunto ormai alla sua settima casa in otto anni di vita, ormai non presenta nemmeno i segni di spaesamento tipici della prima visita, ed esce dal trasportino come dicendo: - ok, dov’è la mia camera? Vi prego di portarmi al più presto i bagagli e un Martini.

Il trasloco ha coinvolto 50 quintali di roba, tra i mobili e circa 95 scatoloni, alcuni fatti con metodo, alcuni figli della disperazione: tanta ne hanno cagionata al momento dell’allestimento, tanta ne hanno rivomitata all’arrivo, quando l’ultima cosa di cui hai bisogno è un cartone pieno di minuscole cianfrusaglie da spargere tra sette stanze diverse al solo fine di ricreare l’atmosfera di follia che ti eri ripromesso di fuggire.
E poi, tutti quei buchi. Trapano ovunque, per attaccare lampade, pensili, specchi, mensole, quadri, ganci, e ogni volta io ripulisco testarda, e ogni volta poi si fa un altro buco, e tutta quella polverina rossastra riemerge, tu lavi e lei riemerge, tu sputi per terra nella disperazione e lei ritorna, e poi…

Lo so, forse sto esagerando, è altamente probabile che nessun Omero canti un giorno le nostre gesta.
Ma noi abbiamo conquistato la nostra casa.

lunedì 22 marzo 2010

Out of Pedemontana


“I had a farm in Africa, at the foot of the Ngong Hills. The equator runs across these highlands, a hundred miles to the north, and the farm lay at an altitude of over six thousand feet. In the day-time you felt that you had got high up, near to the sun, but the early mornings and evenings were limpid and restful, and the nights were cold”*.

La voce di Meryl Streep, camaleonticamente d’accento danese a imitare Karen Blixen, ha reso questo magnifico incipit del libro La mia Africa ancora più struggente nella mia memoria, nel mio desiderio di Africa, di scrivere, di assomigliare a chi sa in poche righe prendere lo scettro del potere sulla tua curiosità e avvinghiarti nella sua storia.
Da qui, oggi, prendo ispirazione per raccontare il nostro fine settimana lontano dalle padane polveri.

Avevo una casetta di sassi, a C.., ai piedi delle Prealpi. Cave di carbonato di sodio feriscono le rocce carsiche, e la casa si appoggia su un prato ondoso a 425 metri sul livello del mare. Di giorno le nuvole impediscono di vedere anche la cima di quel tentativo di monte, lasciando immaginare altezze inenarrabili e paradisi danteschi proprio dove finisce in un altipiano. La mattina e la sera tutto è bagnato, tra rugiada e pioggerella, e le foglie secche dell’autunno ti si attaccano alle scarpe. Le mucche bestemmiano. Le notti, fuoco nel camino, come fosse ancora Natale.
Abbiamo portato Babi e Pantacollant nella nostra casetta, già descritta alcuni mesi fa e lasciata a se stessa a lungo, dopo averci tradito riempiendo di zecche incontrollate il prato e la coscia di un figlio neonato.
Ora abbiamo deciso di prendere in mano la situazione, perché l’inquinamento cittadino lo respiri senza poterlo evitare, per le zecche si può sperare di combinare qualcosa.

E’ un posto bellissimo, che richiama la storia della famiglia, quasi illudendoci di possederne di secolari e lineari come nella Casa degli Spiriti. In realtà è breve, inizia con l’acquisto di una stalla negli anni sessanta da parte di Nonna D. e Nonno G. ancora fidanzati, trasformata in abitazione portando malta a dorso di mulo, continua con la lotta con una banda di ghiri che ne avevano preso possesso in un periodo di abbandono trasformando il water in un condominio di lusso, culmina nel momento in cui ho capito, innamorandomene, che era anche casa mia, che potevo compiere scelte, dipingere mobili di giallo e azzurro e scegliere piante anacronistiche e votate a morte certa per il prato natùre, prosegue con fughe d’amore mie e di Marito non ancora maritati, giunge ora ad un’altra lotta epocale per sgominare gli orridi animaletti amanti del salasso e del morbo di Lyme.

Siamo rimasti lì poco meno di 24 ore, scoprendo che Babi e Pantacollant, in questo lungo inverno che ha reso inospitale qualsiasi accostamento alla natura, anche quella edulcorata dei parchi cittadini, si sono trasformati in una sorta di Woody Allen, che lontano dalla città vive come accerchiato dal nemico, leggendo nel frinire delle cicale e nel frusciare degli steli d’erba messaggi di guerra e assedio.
Babi non ha amato l’erba bagnata, definita subito pelo, come il pezzettino di cipolla nel cibo che provoca l’immediato rifiuto del pranzo intero. Non ha apprezzato di insudiciarsi gli stivaletti di gomma con pezzi di foglie secche, né le mani raccogliendo la palla inumidita. Non ha amato i lontani minacciosi latrati di cani, né il fatto che le nuvole avessero trasformato il cielo in una sorta di soffitto adatto al massimo ad essere soppalcato.
Pantacollant correva felice come un missile, la coda ingrossata a raccontarsi storie di agguati e di campagne militari, ma, quando si trattava di fare pipì, si trovava spaesata senza la sua lettiera. Il fatto di trovarsi in un enorme wc, senza limiti e pareti, invece di spingerla a lasciare segni di sé ad ogni tronco, la spaesava, tanto da impedirle di liberarsi fino all’arrivo in città.

Marito ed io, che declamavamo sonoramente, nel peggior tentativo possibile di coinvolgere i due figuri, cose tipo: Oh, come si sta bene, respirate a pieni polmoni! Che bello! Che natura meravigliosa! Che rigoglio! Uuu! Aaa!, abbiamo ben presto dovuto adeguarci alle parole di Babi, portavoce per entrambi: - Babi vuole casa. No qui, altra casa, nonno.

*Avevo una fattoria in Africa, ai piedi delle colline Ngong. L’equatore taglia quegli altipiani un centinaio di miglia più a nord e la fattoria si distende oltre i seimila piedi di altezza. Di giorno sentivi di essere in alto, vicino al sole, ma i mattini e le sere erano limpidi e calmi, e le notti fredde.

Ho dovuto tornare in città.

venerdì 15 gennaio 2010

Le solite leggende


Stranamente, rispetto alle mie scelte consuete, ho guardato in TV "Io sono leggenda", che mi ha catturata mentre aspettavo ignara che Marito finisse di addormentare Babi secondo la nuova regola "non più in braccio". Per capirci, la nuova regola consiste nel affiancare al letto di Babi un materasso gonfiabile rimasto dai bagordi di Capodanno, e far finta di dormirci per indurre il piccolo a stramazzare per imitazione. Tutto questo non è privo di conseguenze: i tempi di addormentamento diventano incalcolabili, perchè il padre stesso viene così coinvolto dalla rappresentazione da cadere addormentato forse prima dello stesso Babi. E la madre, posta davanti a un qualsiasi film, ci rimane nonostante pubblicità e allucinanti TG com spot del premier.

Il film, dicevo: ci sono atmosfere azzeccate, non si resta immuni dall'ansia; ma porca miseria, è possibile che in uno scenario così interessante come quello di vedere il mondo poco dopo la decimazione dell'umanità, con animali selvaggi che invadono le Avenue, e erba che spacca l'asfalto fregandosene di secoli di prigionia, tutto quello che viene in mente agli sceneggiatori è mettere in scena i soliti simil-zombi, cattivissimi, nati da mutazioni genetiche, allergici al sole come Dracula di Stoker per permettere a Will Smith di circolare per le strade, e naturalmente grigi, occhi iniettati di sangue, fauci bestiali e scarso impulso al dialogo razionale?

Unica falsa originalità - attenzione spoiler - l'eroe alla fine muore. Ma questo accade perchè all'inizio perde la famiglia, dunque non può vivere felice, ergo deve morire per permettere a noi tutti di andare a letto soddisfatti per la fine delle sue sofferenze.
Film come reazioni chimiche: una morte a ph>7, aggiungiamo un po' d'acido, e torniamo neutri.

PS: il film non è stato apprezzato nemmeno da Pantacollant, da me vessata ininterrottamente nel farle notare che non avrebbe mostrato, in simili realistiche situazioni, la fedeltà e l'abnegazione del cane del protagonista.

lunedì 2 novembre 2009

Un colpo di forbice


I manuali di giardinaggio, normalmente laconici sulle indicazioni per il mantenimento delle piante quanto verbosi con le istruzioni per la moltiplicazione delle stesse, atto che presuppone perlomeno la sopravvivenza della pianta madre, mi hanno abbandonata in balia dei rampicanti che circondano il terrazzo della famiglia Coldiretti.
Ne possiedo diversi, ognuno con una sua personalità e una sua sopportazione del gelo, del sole e dei dilettanti.
A questo si aggiunga una cronica mancanza di tempo, che riduce a due volte all’anno circa la fiabesca visione di me con guanti robusti che poto saltellando leggiadra e fiduciosa nei tiranti che trattengono il terrazzo attaccato all’edificio.

L’altro pomeriggio d’ora solare, Marito e Babi dormivano della grossa. Quale momento migliore per dedicarsi ad attività giardiniere, prima che l’inverno cogliesse definitivamente impreparate le mie creature prive di quelle cure che è necessario prestar loro, pur non avendo la minima idea di quali siano? Peccato che, oltre al gelo che saliva per le gambe a ondate riducendole a tronchi, era già completamente buio.
Ho pensato che la potatura “alla cieca”, modello che adotto normalmente, sarebbe stato ancora più realistica se praticata a tentoni e senza riconoscere le piante che mi apprestavo a maneggiare. Inoltre, la possibilità di evitare i personalismi dovuti al reciproco riconoscimento avrebbe senz’altro aiutato a mantenere il distacco necessario al taglio netto, privo di rimorsi.
Pantacollant, gatta perspicace, ha pensato di scomparire col resto della famiglia per evitare che io prendessi coda per cactus.
Mi sono buttata nella mischia. Da allora le persiane sono chiuse, e la famiglia Scontrisbatti vive alla luce dell’abat-jour. Non ho il coraggio di uscire in terrazza a guardare la mia Waterloo.

giovedì 3 settembre 2009

Remar tra vita e libri

Oggi, mentre alle sei del mattino azionavo freneticamente il pesce di plastica di mio figlio, che ci perfora le orecchie con la melodia barbaramente modificata di Braccio di Ferro da circa 15 mesi, e che ha come passatempo principale quello di infilarsi tra i cuscini del divano, o sotto il letto, per poi suonare a tradimento nei momenti meno adatti – dicevo, mentre lo azionavo per vedere se una notte sotto la pioggia in terrazzo avesse finalmente fiaccato le sue ripetitive iniziative sonore, la gatta mi ha guardata come si guarda una pazza. Una pazza completa. E mi sono molto preoccupata. C’è da dire che la gatta, che chiamerò Pantacollant per tutelare la sua notoria riservatezza, ultimamente è in crisi. Figlia adottiva felice e coccolata, si è trovata all’improvviso inseguita per tutta la casa da un’urlante carro armato poco più alto di lei ma estremamente più rumoroso, che le rovescia addosso i divieti che gli vengono imposti, gridando no! No! Nooo! a qualsiasi suo movimento e tentando di accarezzarla con la delicatezza di una betoniera. Forse il suo sguardo era di complessivo rimprovero, di totale incomprensione per la virata della nostra vita, non riguardava il mio insano rapporto con il pesce di plastica.

Non so esattamente quando, ma ho finito Tom Jones di Fielding. Il ‘700 ha una magnifica abitudine di umanità, di non condannare le cattive azioni di poca importanza. Tom è pieno di difetti, assolutamente realistici e piuttosto fastidiosi, ha una straordinaria capacità di mettersi nei guai, ma le sue sono azioni che danneggiano lui e lui solo, benché fortemente condannate dalla gran parte degli ottusi personaggi che lo circondano. Fielding, invece, ne descrive le debolezze, dando però loro un peso molto inferiore a quello delle azioni realmente cattive che vengono compiute nel romanzo, quelle che fanno veramente male agli altri, quelle spinte da avidità, crudeltà, bassezza d’animo.
Ancora oggi sembra universalmente più grave avere una promiscua vita sessuale che far soldi e mantenerli con disonestà. Un po’come arrestare Al Capone per debiti.
Così, è un po’ più chiaro cosa si intenda citando frasi fatte per cui il romanzo descrive l’universale, è senza tempo.
Infine, è sempre chiaro Pennac:
"L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale…la lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun altro, ma che nessun altro potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze tra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere…”