venerdì 25 gennaio 2013

Libri

Temo di dimenticare alcuni dei libri di questi mesi, ne ricordo solo due.. Ma mi consolo pensando che quindi, forse, non ne valeva la pena.
Libertà di Johnatan Franzen. Le sue Correzioni, lo ammetto, mi avevano annoiata, in un periodo in cui pareva non si potesse fare a meno di leggerle senza perdere qualcosa di importante. Ma poi ho ceduto all'amica D, con cui scambio sempre consigli di lettura ben mirati, e lei si è dedicata a Middlesex, io a Libertà. E mi è piaciuto da morire, con solo qualche dubbio fumoso sull'eccessiva lunghezza, sul fatto che il livello alto non è proprio mantenuto stabilmente per tutto il corposo romanzo.
Una barca nel bosco di Paola Mastrocola. Per quanto provi a pensarci, non ricordo un libro più deprimente di questo. E' un'istigazione al suicidio. Non riesco a trovare altre parole, pur comprendendo che questa non si possa certo definire recensione sulla cui base chicchessia possa farsi un idea.

silenzi

Ho scoperto che quando non si hanno poi tante forze per procedere ogni giorno
perchè la vita è dura in generale
perchè le adenoidi e le tonsille di Babi con ripercussioni traumatiche inquietanti a seguito dell'anestesia non sono una passeggiata
perchè l'esperienza di cantare dopo anni di silenzio è un'emozione meravigliosa e devastante, tanto più con un gruppo intorno, e accade pure di piacere a chi ascolta, e all'improvviso di scoprire che la paura non supera più la gioia di esibirsi, e rallegrarsene e poi pensare che allora si è sprecata una vita
perchè questo orrendo lavoro continua a scandire i miei giorni spingendomi alla rivolta, e poi a vergognarmene, in un'epoca in cui dovrei baciare la scrivania su cui poggiano annoiati i miei gomiti, visto che mi impedisce di provare cosa sia l'indigenza
perchè dimagrire fino a dimezzarsi lusinga, ma è tanto impegnativo e costringe a trovare da capo una collocazione nel mondo
perchè l'abitudine misteriosa che il mio corpo ha preso in quest'ultima estate, di lasciarmi dormire non più di quattro ore per notte, per poi costringermi a fissare il buio perfettamente sveglia e lucida, soffocata dai pensieri, non è quanto di più rigenerante esista in natura

 ho scoperto che da qualche parte dovevo tagliare: tra lettura e scrittura non si può che tagliare l'imperfetta conseguenza di una nobile causa: ho tagliato la scrittura.
E ora, nello scrivere questi quattro pensieri, scopro che non è stato indolore come pensavo. Che ho sottovalutato il lato terapeutico dell'impegnarsi nel trovare qualcosa da raccontare, pur leggero, pur lontano dalle onde emotive che mi hanno attraversata in questi mesi.
Mi sembrava di non avere più parole, o meglio, di usarle per trasformarle nel mio modo di cantare, e mi ci sono in parte rassegnata, ma il pensiero del blog, di questa creatura che diventava sempre più vuota, fredda e lontana dall'attuale me, che non era più in grado di descrivermi, di descrivere le mie notti a fissare il buio, mi faceva male. Quindi, nell'ottica tutta animale di perseguire il piacere, ci riprovo. Intanto, almeno, a lasciare traccia delle mie letture, atto che spero rallegri la mia vecchiaia.

venerdì 19 ottobre 2012

Ha vinto lui

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Non so se avete presente Bruce Willis in Pulp fiction, quando si arma in maniera sempre più sofisticata per la sua vendetta, dal coltellino al kalashnikov. 
Questa è stata più o meno la scena che con nonna D. ho vissuto ieri dal veterinario, per riuscire a fare le analisi del sangue al suo gatto, operazione tra l'altro inutile, visto che, anche individuata la patologia, sarebbe stato impossibile fargli ingurgitare qualsiasi medicina, quindi tanto vale preservare uno stato di beata ignoranza di uomini e bestie.
Prima l'ho tenuto fermo per il collo, mentre la dottoressa si avvicinava fischiettando con la siringa, poi, sono stati aggiunti dei guantoni da boxe antiunghia, poi è arrivato un altro veterinario, ho visto sfilare una cintura dai pantaloni, e non escludo che ad un certo punto sia intervenuta una ruspa. E niente analisi del sangue. Ha vinto il gatto. 
 Da piccola, in ospedale, ho tentato qualcosa di simile, ma hanno vinto loro. E ora sono senza adenoidi.
Guardo quel gatto con un rispetto nuovo.

Consueto resoconto dei libri estivi

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Philip Roth, La macchia umana. Quest'uomo scrive da dio, non ci son santi, ed è così coinvolgente da non credere, e mi viene quasi da piangere dall'invidia, a pensare come possa allestire un'impalcatura così salda con la storia di una famiglia che alla fine mi pare di conoscere..tutto questo quando non si perde in pagine e pagine di descrizioni leziose con flussi di coscienza eterni a cui sinceramente non credo possa interessarsi assolutamente nessuno, nemmeno chi li produce. Credo che la protagonista l'abbia implorato di smettere, inascoltata. Ebbene, di nuovo ho invocato e usato il diritto del lettore che dà il nome a questo blog. Non è possibile sopportare un parallelismo tra un personaggio e una cornacchia che duri oltre le quattro pagine. Non è possibile. Augh.
Gli aye aye e io - Gerald Durrel è sempre un grande, lo adoro fin da piccina, anche se forse, cercando i suoi lavori meno noti, il tutto un po’ si ripete, soprattutto il tipo di umorismo. Insomma, prevenivo le battute. Ma ora so cosa sono gli aye aye, roba da non sottovalutare.
Arthur Golden, Memorie di una geisha: di quei libri che da anni guardavo in libreria con la coda dell’occhio, con la copertina troppo glamour (dio, mi vengono i brividi, a questa parola), e il preconcetto che i best seller siano tutti del livello letterario di “Confidenze”. E ora l’ho trovato, per l’incrociarsi di due condizioni: il tentativo fallitissimo di leggere in spiaggia il kindle, per ovvi motivi di surriscaldamento/sabbiature, fattori che gli aggeggi elettronici incomprensibilmente non apprezzano; e un negozietto di libri di seconda mano, già così rovinati e provati che anche una casuale mareggiata sulle sdraio non ne avrebbe modificato l’aspetto. Ne sono stata molto contenta, per essermi goduta una storia affascinante, per avere scoperto cosa sia esattamente una geisha, per il sollievo di non esserlo. Buon libro formativo.
Patricia Cornwell, L'ultimo Distretto: nella stessa libreria ho trovato l’ennesimo giallo di kay Scarpetta, in una condizione tale da stupirsi che non si trovasse in terapia intensiva. La spiaggia non poteva nuocergli in nessun modo. E me la sono spassata, così, con leggerezza.Senza assolutamente ricordarmene il titolo, che ho dovuto andare a rivedere. Chissà se è più piacevole essere letta da tutti e ricordata da nessuno, o essere letta da pochi ma ricordata come pietra miliare. Posto che finchè non scrivo non mi accadrà di sicuro nessuna delle due cose, posso farmi un sonnellino.
Nick Hornby, E’ nata una star. E' una cosuccia da poche pagine. Che mestiere, cavolo. Poche pagine che riescono a farti entrare in una famiglia come fossi una ragazza alla pari, lasciandoti con tutte le curiosità di chi torna a casa non sapendone più niente;e non solo, poche pagine per far ridere, e fare confronti (non di dimensioni!), e pensare. Magnifico Hornby.
Jeffrey Eugenides, Middlesex. Quando un libro piace a mia madre e piace a mio padre di solito è un ottimo libro. I due, gran lettori, sono complementari, e quando un romanzo contiene ciò di cui hanno bisogno entrambi, esso è completo. E godibile. E infatti, mi è piaciuto moltissimo, fino a chiedermi cosa diavolo io stessi aspettando a leggerlo. La cosa curiosa è che, espresso ai genitori il mio entusiasmo, nessuno dei due ricordava assolutamente il romanzo, che pure ha una trama abbastanza singolare.E, mi pareva, indimenticabile...

Perchè tornare al lavoro?


2° giorno di ritorno dalle ferie. Inizio una mail: 

Salve, 

poi mi interrompono. Sbrigo, e torno a pensare a cosa stavo facendo. Vedo la mail, leggo: 

Salve,

e rispondo: ‘giorno.

Senza titolo

-->Mi dice dideltaindelta che spesso vede morire blog anche carini,  che all'improvviso sembrano risorgere con struggenti post del tono: scusate, non ho più tempo, giuro che tornerò a scrivere, e poi la fiammella si spegne tra fantastilioni di parole del web. Ebbene: non scriverò niente di simile, per scaramanzia, e le alternative sono due: morire in silenzio oppure ricominciare a scrivere di buona lena, sperando di avere qualcosa da dire.

giovedì 2 agosto 2012

Vecchia?

A quattordici anni guardavo Manhattan, di Woody Allen. Il protagonista si innamora di una diciassettenne, e a me pareva una meta lontanissima, avere diciassette anni. Poi l'ho rivisto a diciassette, e poi a venti, a ventiquattro, e lei restava lì. Poi qualche altra volta. E lei immobile.
Ora non guardo più Manhattan di Woody Allen, anche se lo meriterebbe.

Mi trovo invece a guardare il film Prime, in cui Uma Thurman si innamora a trentasette anni di un ventitreenne. Per illustrare le differenze culturali dovute all'età, viene rappresentato l'ascolto della coppia di un brano jazz, di cui il ragazzo non sa nulla, e chiede lumi. Prima che rispondesse Uma, avevo già biascicato: In a sentimental mood, John Coltrane.
Credo che non vedrò più nemmeno Prime, benché, da commediola americana, mi avesse entusiasmata nel finale, così poco scontato.