venerdì 14 gennaio 2011

Spiegatemi voi


Avete presente quelle affermazioni che si fanno la mattina coi colleghi alla macchinetta del caffè, quando pur di non sedersi davanti al proprio PC ci si sentirebbe pronti a qualsiasi avventura, quelle che abbondano il lunedì e si affievoliscono in numero e violenza il venerdì, quelle che se le parole avessero valore contrattuale ci troveremmo fregati per la vita?
"Rifiutiamoci di sederci fino a che il Kapo non viene rimosso!" "Come siamo con l’idea dell’allevamento di sanguisughe di cui si parlava l’altro giorno?" "La gente ha bisogno di estintori! E noi glieli portiamo a domicilio!" "Allora, questo agriturismo?"

Ecco: leggo sulla Repubblica un articolo che prende ispirazione dal solito libro americano che monta 252 pagine su una di quelle asserzioni che ho appena descritto, e come al solito diventa di enorme successo (liberando almeno una persona dalla schiavitù dell’ufficio, l’autore).
In questo caso si parlava di quanto il lavoro manuale, per esempio quello dell’artigiano, che può toccare con mano il risultato della sua attività, fosse fonte di soddisfazioni ben più serie e importanti del lavoro d’ufficio, e dunque fonte di maggiore serenità. E questo dato di fatto si può estendere anche ad alcuni lavori intellettuali (per esempio, la causa vinta dell’avvocato, o lo stesso libro di quel cavolo di americano che ci ha battuti sul tempo, come al solito..).

Tutto ciò ha scatenato le consuete pericolose riflessioni: da quando ho iniziato a lavorare non ho mai visto un risultato, non ho mai avuto una soddisfazione degna di nota (se non si vuole considerare tale il coraggio di rispondere a tono al Marchese de Sade, o il raro attimo di grazia di archiviare una carta e dedicarsi alle altre tremila sul tavolo). Non ho mai fatto un lavoro di cui io abbia visto un inizio e una fine. Ricevo delle carte, alimento il malloppo, faccio alcune telefonate, le passo a colui che segue, con il sollievo di chi si libera di un parente molesto. Una catena di montaggio di carta da macero.
Anche non considerando le disfunzioni, le inefficienze, le prepotenze, le incompetenze che permeano normalmente le premiate ditte di ragguardevoli dimensioni, e guardando solo al mio lavoro come entità pura e incorrotta, io sinceramente non riesco a capire come si possa definirlo altro che un mezzo legale per mantenere la famiglia. Mi stupisco seriamente quando un collega dice che il lavoro sarebbe anche bello, se libero dalle inefficienze di cui sopra. E ancora di più mi stupisce che non ci sia stato capo, tra i quattro della mia vita, che non abbia indulto in intimi compiacimenti chiedendo a me e ai colleghi se ci sentissimo soddisfatti dal nostro lavoro, e aspettandosi chiaramente una risposta affermativa.

A volte temo che mi sfugga qualcosa, o che mi sia montata la testa circa il mio destino rubato a chissà quali imprese, ma in realtà mi trovo più a mio agio qualificandomi col detto “braccia rubate all’agricoltura”, sospirando ogni mattina mentre abbandono il mio orto in costruzione per questo cimitero delle illusioni.

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